Ieri è stato un giorno di festa e di gioia. Naturalmente c’è moltissimo da dire (e lo dirò presto), specie su chi ancora borbotta contro gli intellettuali (quelli che sono diversi dal borbottante, ovvio, che si ritiene, come molta parte di una certa generazione che scrive su un certo quotidiano) l’unico depositario del sapere e della ragione, e schifa chi applaude il voto dei giovani, e lo accusa di essere colluso col potere (giuro, non è Thomas Ligotti: accade davvero). Ma oggi si decanta e si torna a parlare di libri, perché questa volta, dagli Stati Generali dell’Immaginazione, c’è l’intervento di una libraia, Raffaella Garruccio della libreria Ubik Irnerio di Bologna. La quale, fra le altre cose e senza saperlo, fornisce il giusto commento ai borbottii di cui sopra: Bóna lé.
“Questo intervento si intitola Che fastidio, ma siccome siamo a Bologna, lo decliniamo in Bóna lé, che abbreviamo in Bóna.
Negli anni Ottanta, Lea Melandri teneva la posta del cuore su un settimanale, «Ragazza in». Ne ha parlato di recente a un incontro e ha detto una cosa che a me ha profondamente colpito: «io ero lì per dare risposte complesse a queste lettere molto semplici che mi arrivavano. Ebbene, dopo poche settimane è stato evidente che si è alzato il livello delle domande».
Questa cosa così semplice, mi ha fatto davvero riflettere. Quand’è che noi abbiamo smesso di alzare il livello? E per noi intendo tutte le persone che si occupano a vario titolo di editoria e lavoro culturale. Una risposta è: quando le case editrici hanno smesso di ricercare, per fornire solo prodotti sicuri. In attesa della formula magica per il successo editoriale, si è cominciato a produrre epigoni di libri di successo, sottraendo spazio a catalogo, investimenti e promozione al nuovo.
La letteratura di intrattenimento c’è sempre stata, lo sappiamo. E ha sempre avuto una funzione ben precisa: permettere agli editori di fare cassa per finanziare le opere più di ricerca.
Quando e perché abbiamo permesso che la letteratura di consumo pervadesse tutto il panorama, diventando canone? Perché questo è il punto.
I 90.000 titoli pubblicati l’anno scorso hanno diverse spiegazioni, ma certamente una è questa.
Altro motivo è sicuramente l’editoria a pagamento e il self publishing, che permettono a tutte e tutti di coronare il famoso sogno nel cassetto. Siamo davanti a un corto circuito: più gli editori pubblicano e meno curano ciò che pubblicano, e si assottiglia sempre più il divario tra libro pubblicato da un editore e l’autopubblicazione. Un tempo potevo dire a chi era indeciso e mi chiedeva un consiglio: ma le professionalità che la casa editrice ti garantisce, dove le metti se ti autopubblichi? Ma ora sappiamo che non è più così vero. Ecco dunque la risposta alla mia domanda: Abbiamo smesso di alzare il livello quando abbiamo smesso di fare selezione.
C’è chi pensa che pubblicare tanto sia positivo, sintomo di pluralità e democrazia. È il contrario. Anche se controintuitivo, è solo dalla selezione che viene la qualità. Ma non solo. È dalla selezione che viene la vera spinta alla bibliodiversità editoriale. Solo selezionando si potrà dare spazio anche alle voci minoritarie, di case editrici e di singoli scrittori. Ora le case editrici più piccole, che sono quelle che fanno ricerca e scouting, sono completamente schiacciate, sia in termini di promozione che di spazio fisico in libreria. E sono dunque voci che non trovano spazio né lettori, a detrimento della circolazione delle idee. E infatti sono quelle che più hanno sofferto della contrazione del mercato del 2025.
Chi la deve operare questa selezione? In primis gli editori, bisogna tornare a un investimento vero su chi scrive. Pubblicando meno, si pubblicherà meglio. Si curerà meglio. Si editerà meglio. Si promuoverà meglio. Ormai si conta più sull’autopromozione che sulla promozione da parte della casa editrice. Chi scrive è chiamato a promuoversi, che è un altro tipo di lavoro. Altre competenze. Anche per noi libraie è così. Bisogna continuamente postare, altrimenti l’algoritmo ti castiga, e il nostro lavoro si trasforma richiedendo competenze altre che sottraggono tempo ed energie a quello che realmente dovremmo fare: curare la libreria e leggere i libri per consigliarli. Il nostro lavoro, insomma.
Poi, deve selezionare chi scrive. Ormai chi vuole pubblica, in un modo o nell’altro. Ma manca del tutto il lavoro dell’editore, È buona la prima. Inoltre, questo fatto che si scrive per hobby, quasi solo per soddisfare il proprio ego, e però si pubblica, ha gravi conseguenze sulla filiera, perché si pensa che debba essere così anche per gli altri attori: come se in libreria noi non dovessimo pagare un affitto, delle bollette, gli stipendi di chi ci lavora. Facciamo la presentazione del libro in libreria, anche se le copie le ho già regalate io perché le ho pagate! Ah no? Eh ma che cattivone che siete!
In libreria passiamo buona parte del tempo a vedere cedole di libri in cui conta più il numero di follower di chi scrive che non il tema. Libri che non creano lettori; semmai, li allontanano dall’esperienza della lettura. Noi libraie siamo ormai ditte di trasloco: apri pacchi – chiudi pacchi. Dobbiamo scegliere se selezionare in modo feroce all’origine (e chi scrive si arrabbia perché non c’è il suo libro in libreria) oppure accogliere un po’ di più, ma facendolo rimanere meno in libreria, perché fisicamente non ci può stare tutto.
Se affermo che controintuitivamente la selezione è l’unica strada per la qualità, lo dico perché uno dei gravi problemi italiani è l’indice di lettura troppo basso; siamo terz’ultimi dell’Unione europea per libri letti in rapporto alla popolazione, secondo Eurostat.
Ci sono due strade per agire su questo problema. La creazione della domanda, e la moltiplicazione dell’offerta. La domanda la crea chi legge, ma solo il piacere della lettura crea lettori. E il piacere della lettura lo fa un buon contenuto, temi interessanti e qualità letteraria.
Per moltiplicazione dell’offerta intendo non il numero di libri ma i luoghi del libro, cioè biblioteche e librerie. È questo che va aumentato. È un dato ormai certificato che là dove si è investito su questi due presìdi, l’indice di lettura della popolazione si alza. È normale: se nel luogo in cui abito, nel tragitto che faccio nel quotidiano, una biblioteca o una libreria fanno parte del mio panorama, il libro farà parte del mio panorama. Entrerò in biblioteca per leggere, entrerò in libreria per comprarmi e regalare libri, creando nuove comunità di lettori. (Fatemi dire che i festival sono un gran grattino sulla testa per tutti, ma non incidono di un epsilon sulla lettura come abitudine. Sono solo performance, come la nostra società ci chiede.) Tornando alla nostra realtà, il nostro indice di lettura è poco sopra al 40%, la media è del 53, i più bravi sono al 75%. Si parla di persone che leggono almeno un libro all’anno.
Come a scuola, se non siamo capaci di far da soli, basta copiare bene da chi è più bravo. In questo caso Lussemburgo, ma anche Francia, Germania, paesi nordici. Cosa li accomuna? Un alto investimento sulla rete bibliotecaria e sostegno alle librerie. la rete bibliotecaria spagnola ha vent’anni, Franco l’aveva azzerata, e da quando funziona abbiamo assistito a una vera impennata del numero di lettori in quel paese. Ecco, dunque, una possibile risposta a chi si fosse chiesto cosa ci faccio qui. Le librerie sono determinanti per il mantenimento della lettura come abitudine. E la lettura è fondamentale per il mantenimento della democrazia, perché crea cittadini e cittadine più informati e consapevoli.
Per questo il terremoto della chiusura di Hoepli, casa editrice e libreria, è sconvolgente. Deve essere chiaro che il mantenimento e l’apertura di librerie e biblioteche in un territorio è un atto politico, esattamente come scegliere cosa scrivere o cosa pubblicare. E in questo immenso drive in editoriale in cui ci troviamo, degno di una Cologno Monzese degli anni Novanta, fatto per annebbiare le menti, chi scrive e vende libri ha ancora più responsabilità. Perché a parte il sostegno del governo alla filiera, cosa assodata in altri paesi e qua per nulla, noi possiamo vivere solo con buoni libri da vendere.
Voglio dunque proporre una suggestione positiva: un patto tra chi scrive, chi vende libri e chi li compra per puntare al meglio. Come ci ha detto Lea Melandri, solo alzando l’asticella potremo lasciare una scia di senso nel nostro passaggio. La scorsa settimana il primo in classifica ha venduto 6100 copie: mandiamo in classifica la qualità, si può fare.
Impariamo a scegliere, per favore. Scegliere è un atto profondamente politico. Scegliamo cosa pubblicare, è politico. Scegliamo cosa scrivere, altroché se è politico. Ma anche il nostro lavoro di libraie, la selezione che operiamo, le vetrine che proponiamo, sono politiche.
Dunque, il ritornello finale:
Bóna schede editoriali che riportano il numero di follower dell’autore
Bóna avvincenti saghe familiari di donne forti e uomini incapaci di accettare la loro indipendenza.
Bóna storie di nipoti che hanno uno splendido rapporto con le nonne da cui imparano la vita e poi arriva la madre e rovina tutto ma c’è un perché.
Bóna scrittori (e qui uso il maschile apposta) che pubblicano tre romanzi l’anno, e non fai a tempo a mettere in pila uno che già te ne arriva un altro.
Bóna romanzi con gatti che parlano nei caffé giapponesi, per piacere.
Bóna romanzi ambientati in librerie come luoghi perfetti, dove si sta tanto bene. Vi piace l’odore della carta? Vi aspetto lunedì alle 8,30 per lavare il pavimento della nostra libreria. Va fatto ogni due giorni sennò le impronte non vanno più via. Sono 260 metri, che faccio, lascio?Bóna romanzi che raccontano le fortune di industriali del marsala, dei liquori, del bitter, della birra, del cioccolato, del vino, dei grandi magazzini, dei giornali. Sapete perché sui librai non lo hanno fatto? Perché sarebbe un horror.
Bóna anche lamentarsi, però. Coraggio, scrittrici, scrittori: dateci non quello che abbiamo già letto, ma quello che ancora non è stato scritto. Scritture degeneri, appunto. E voi che leggete, comprate queste pietre miliari di domani in una libreria fisica: spero di avervi fatto capire perché ne va della nostra salute democratica”.