Posso dirlo? E’ un onore ospitare qui l’intervento di una delle migliori autrici e pensatrici che abbiamo in ambito fantastico, Nicoletta Vallorani. E dal momento che l’intervento medesimo, che va a chiosa di quanto detto e scritto sugli Stati generali dell’immaginazione, è denso assai, non aggiungo altro.
Riflessioni scomposte in 4 punti, un preliminare, una bugia e un sortilegio
di Nicoletta Vallorani
- I preliminare.
In uno smilzo volumetto, straordinariamente politico e per questo straordinariamente impossibile da trovare, Ursula Kroeber Le Guin racconta della paura che gli americani hanno dei draghi e della loro tendenza a considerare ogni opera dell’immaginazione sospetta o disprezzabile. Però coltivare la fantasia è, per lei, un percorso di crescita necessario, poiché “se essa venisse effettivamente sradicata in un bambino, questi da grande diventerebbe una melanzana”. Nei brevi e splendenti saggi raccolti in quella piccola perla che è Il linguaggio della notte, Le Guin racconta anche, anticipandole di molto, le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti (e il mondo, per quel che vale) al punto in cui siamo ora.
Poi diciamo pure che la letteratura di immaginario non racconta il mondo reale.
- Autolesionismi di mercato
Ho sempre scritto letteratura di genere, e ho scelto generi tragicamente inadeguati al mercato. Il noir, va detto, ha conosciuto un momento di gloria, che è stato giusto quando io mi sono rimessa a scrivere fantascienza (ho un dottorato in scelte editoriali sbagliate). Perciò adesso, sto in quel margine che induce molti editori a rifiutare un romanzo prima ancora di leggerlo, se chi lo ha scritto commette l’errore di chiamarlo con l’etichetta infame. La mia ostinazione un po’ naif nel chiamare le cose col loro nome mi ha spesso impedito di varcare la soglia di case editrici che amavo. Ma tant’è.
Con rammarico, devo ammettere che non è solo un problema editoriale. Esso invade territori anche esterni al mercato e ben consolidati nel mondo della cultura, nell’insegnamento e nella ricerca. A dire che hai scritto un romanzo di fantascienza provochi imbarazzo a critic3, intellettuali, studios3 di ogni genere e professori (il maschile qui è intenzionale: le professoresse spesso sono più accomodanti).
Forse potremmo cambiare nome a questo genere sfortunato: la f* word non va pronunciata. Forse tutto sarebbe più semplice se le cambiassimo semplicemente nome.
Il nome è importante.
Nella vita reale, se hai un nome invece di un altro, un crimine può diventare una leggerezza. Facciamo così?
- Uomo si diventa
Chi scrive, fa una vita complicata. La scrittura, qui da noi, non è considerata un mestiere, ma un hobby molto costoso. Se chiedi a un idraulico di ripararti il lavandino, poi lo paghi. Se chiedi a uno scrittore di scrivere qualcosa per il tuo giornale, a pagarlo non ci pensi nemmeno: lei (o lui) deve solo essere onorato di coltivare il suo hobby e renderlo pubblico.
Questo è il primo problema.
Il secondo, più specifico del mio campo, è questo: la scrittura di fantascienza è ancora, nella vulgata, una cosa da uomini, e pure da uomini un po’ stupidi (se fossi in voi mi offenderei).
Nessuno è mai venuto a dirmi: “Ho trovato il suo libro nella collezione di Urania di mia madre”. Sono sempre i padri che collezionano libri di fantascienza. Soprattutto sono loro che lo ammettono. Le donne hanno una consuetudine alla clandestinità che discende da anni di divieti improbabili, dalla mela di Eva in avanti.
Io sono moderatamente certa di essere una donna, anche decisamente femminista. Ho visto molti lettori spiazzati e confusi mentre cercavano di mettere insieme la mia faccia e i miei romanzi.
Gli editori – quelli grandi, prestigiosi, super-intellettuali etc. etc. – hanno reazioni più decise: sei donna, scrivi fantascienza, ergo il tuo romanzo non mi interessa. Tristemente, questo accade anche quando si ha a che fare con editor donne. Nella mia esperienza, esse considerano un punto d’onore dichiararsi consapevoli del fatto che le storie immaginarie non hanno posto nell’editoria mainstream. Il fatto è che le storie sono sempre immaginarie. Per quello appartengono al territorio della finzione. Altrimenti sarebbero giornalismo (accantonando il fatto che oggi in molti casi è finzione anche quello).
Con l’editoria “grande”, quindi, di norma va così.
Per fortuna ci sono i piccoli.
Ma i piccoli …
- Galassie non contemplate
I piccoli abitano una galassia separata dall’editoria corrente e si arrampicano sui vetri insaponati. Normalmente, sono altri fanatici della cultura come hobby. Nobili d’animo, sono pronti a sacrificare tempo e denaro per fare libri e spesso con risultati pregevoli. Quelli bravi e onesti scelgono belle storie, pagano i traduttori, fanno editing ai romanzi che decidono di pubblicare e, incredibile dictu, fanno i libri perché amano leggerli.
Per tutti loro, decidere di essere un editore è uno sport estremo. Se fai questa scelta, sai che nessuno ti aiuterà. Forse chi scrive per te ti amerà perdutamente, ma non è detto. In ogni caso non avrai sostegno – economico o simbolico – dalle istituzioni. Qualche autore – spesso maschio – ti considererà un ripiego e pretenderà attenzioni non dovute. Si arrabbierà per non essere stato promosso abbastanza, e ti attribuirà ogni colpa, perché chiaramente lui si ritiene un nuovo Emilio Gadda.
Tuttavia eliminare dal contesto attuale italiano i piccoli editori significherebbe avere un panorama molto diverso, molto più povero e affollato di libri che anche ChatGPT potrebbe scrivere. In una intervista dell’aprile 2025, Walter Siti dice testualmente: «Ho chiesto a ChatGPT di scrivere un incipit alla Carlo Emilio Gadda e uno alla Fabio Volo. Quello di Volo era verosimile: parlava di un ragazzo in vespa, che pensava alle ragazze che l’avevano lasciato eccetera. Quello di Gadda, non c’entrava niente con lui». (https://www.centropens.eu/archivio/item/261-walter-siti,-un-intervista)
Che si arrivi ad usare l’AI per risparmiare sugli scrittori (ai quali, insomma, qualcosa devi pur dare) è una possibilità che non accantonerei, soprattutto se le scelte delle case editrici continuano a essere condizionate così pesantemente dal mercato. I piccoli faticano, ma spesso esitano di più a vendersi, almeno molti di essi. Credo che tengano ancora a mente la convinzione che non puoi commercializzare un libro come un deodorante. Di nuovo, già lo diceva Le Guin, in quella meraviglia che è il suo discorso di accettazione del National Book Award: molti di noi accettano di essere trattati come produttori di beni di mercato.
Il fatto è che le storie non sono beni di mercato.
E non sopportano di essere trattate come tali.
- Altri margini
Di mestiere vero, insegno. Ho sempre insegnato, perché appunto “scrivere è un hobby”.
Per me, come mi disse una volta Luigi Bernardi, in realtà scrivere è un atto di libertà, e si capisce bene che farlo per poi essere venduta come un deodorante è un’impresa impossibile. Perciò i soldi per vivere ho preferito che mi arrivassero da altre fonti, e restare libera.
In Università, insegno da trent’anni circa una materia umanistica, una di quelle cose che si dice che non servano a niente, tranne che poi a non studiarle si è visto dove stiamo andando a finire.
Quindi, lavoro in accademica – un altro contesto non fortunatissimo per le donne – e scrivo fantascienza. Faccio anche ricerca in questo campo. Esso non è molto praticato tra gli studiosi di materie umanistiche, con i quali ancora mi capita di discutere, sebbene ora con preziose eccezioni. In generale, anche lì mi tocca camminare su un margine e abitarlo meglio che posso.
Ma poi, a dire il vero, trovo che stare in quel margine sia più interessante, per quanto terribilmente faticoso. E a inserire nel programma piccole perle insegni a chi ti segue a preservare il bambino dentro di sé, in modo da diventare un adulto e non una melanzana. Nelle prime pagine di Insegnare a trasgredire, bell hooks racconta degli incubi che aveva prima di ottenere una posizione allo Oberlin College. Non la terrorizzava la possibilità di non avere il posto, ma quella di ottenerlo e rimanere intrappolata nelle dinamiche accademiche.
Ecco qui: la letteratura di immaginario è uno strumento di straordinaria efficacia per aggirare questo rischio. Peccato che chi la scrive non veda riconosciuto il suo lavoro.
Una bugia
In tutto questo, noi che scriviamo non viviamo di aria e ideali.
Siamo persone, professionisti apparentemente condannati a non essere riconosciuti. Diventare visibili e possibilmente retribuiti è un obiettivo importante.
Perciò far finta che ci basti quello che c’è è una bugia.
Non ci basta.
Vogliamo altro.
Una ricetta (o forse due)
In un libro-testimonianza del giornalista e poeta curdo Behrouz Boochani, si racconta la vita in un off-shored detention centre per migranti sull’isola di Manus, a largo delle coste australiane. Per descrivere il sistema usato per tenere a bada i rifugiati chiusi nel centro, Boochani usa la definizione di “Kyriarchal system”: in sintesi, significa che i prigionieri vengono sistematicamente messi gli uni contro gli altri. L’impossibilità di allearsi garantisce che non ci saranno rivolte e il controllo sarà garantito.
In una situazione radicalmente diversa (e molto più fortunata), vale la medesima ricetta: finché permettiamo che chi coltiva la letteratura dell’immaginario sia considerato un figlio bastardo del sistema letterario, non si va da nessuna parte. E finché continuiamo a isolarci, ciascuno nella sua piccola cricca, non faremo che piagnucolare sulle nostre sfortune. Le cose si possono cambiare.
Donna Haraway la chiama simpoiesi, che poi è un modo complicato per indicare la capacità di mettersi in relazione.
Un sortilegio
Per quello torno a Le Guin, e al suo discorso, al punto dove l’inaffondabile nonnina dice:
“A ogni potere umano si può resistere per cambiarlo. La resistenza e il cambiamento spesso cominciano nell’arte, e molto speso nella nostra arte: l’arte delle parole”.
Amen.