CATERINA, LA TERRAZZA E I SOLITI DISCORSI SULL’EDITORIA

Questa mattina ho postato due frasi da due film, rispettivamente La Terrazza di Ettore Scola e Caterina va in città di Paolo Virzì. Sono queste:

“Che Dio vi stramaledica. Ma perché, ma perché vi frequentavo, io. I privilegiati depressi, eccoli: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti. Non se ne può più, non se ne può più. Di te, di te, di te”.
(Mario-Vittorio Gassman in La terrazza, 1980 )
“Non vorrei che in qualche misura, no?, in qualche misura in questo Paese ci fosse solo spazio a chi appartiene a certe conventicole!”
(Giancarlo Iacovoni- Sergio Castellitto in Caterina va in città, 2003 )

Ora, La Terrazza, come ben sa Guia Soncini che molto giustamente la cita spesso, è un film sui mostri che siamo, a dispetto di come vogliamo apparire. Sempre Vittorio Gassman dice a un certo punto:

“E soprattutto non se ne può più del dolente erudito, il quale – si capisce – eh, ce le ha solo lui le idee giuste, eh, però, poverino, eh, lui, egli è afflitto, è impedito da mille meccanismi ostili, perché altrimenti, eh, altrimenti figuriamoci, chissà come metterebbe tutte le cose a posto, egli, lui, questo inesorabile, e – fatemelo dire perché sennò schiatto – questo implacabile stronzo”.

Non c’entra il privilegio, c’entra il fallimento, che è un’altra cosa. E anche Caterina va in città parla di fallimento, umano e non solo letterario di Giancarlo Iacovoni: il quale, non dimentichiamolo, in quelle “conventicole” voleva disperatamente entrare usando le amicizie della figlia Caterina, ed è solo quando se ne sente espulso che esplode durante una puntata del Costanzo Show, guarda caso.

Stamattina, però, le due frasi sono state prese spesso alla lettera: come ha ragione Iacovoni, come ha ragione Mario. Non mi sorprende, anche perché alla fine della fiera quello che emerge da tutti i discorsi faticosamente fatti sullo stato dell’editoria, sulla sua crisi (che peggiorerà, state tranquilli: non per colpa ma anche per effetto dell’uso dell’AI per scriversi e leggersi da soli), è la questione del privilegio. Da una parte quelli pubblicati, dall’altra parte quelli i cui manoscritti vengono respinti. E ancora, da una parte quelli recensiti, da una parte quelli ignorati. E ancora ancora: da una parte quelli che vendono e dall’altra quelli che non vendono. E infine: da una parte quelli che entrano in dozzina (e poi in cinquina, e poi magari vincono) allo Strega e dalla solita altra parte gli altri.

Se posso essere franca: che palle.

Perché se per una volta si riuscisse a guardare alla questione senza mettere in mezzo se stessi, avremmo fatto almeno un passo avanti: e invece siamo sempre al punto, le presentazioni con poca gente, e quella poca non compra i libri, i titoli picchiati fuori a valanga, i titoli fatti per vendere, quelli fatti per non durare. E’ tutto verissimo, e da queste parti se n’è parlato fino alla nausea senza che accadesse niente. O poco.

Alla fine di Più Libri Più Liberi io ho vivamente sperato che si desse vita a una sorta di Stati Generali dell’Editoria dove partecipassero tutte le parti in causa: chi scrive, chi pubblica, chi traduce, chi edita, corregge, promuove, recensisce, eccetera. Speravo che l’incontro venisse “dal basso” perché  è faccenda su cui non si mettono cappelli. Non è successo, non succederà, siamo tutti qui a un altro giro di festival, saloni, fiere e siam tutti qui a scrivere: oh accidenti, quanto vanno male le cose, oh mannaggia, la letteratura è morta, oh poveretti noi i nostri libri vendono cento copie se va bene. Ed è sempre colpa, come diceva Iacovoni, degli altri.

Nel frattempo, in Francia, più di cento fra scrittori e scrittrici hanno abbandonato la casa editrice Grasset in segno di protesta contro il proprietario miliardario Vincent Bolloré, accusato di orientare il gruppo verso posizioni reazionarie e di estrema destra. E’ un fatto, è qualcosa, è un noi. E ci manca.

 

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