RIPARLARE DEL COVID NEI GIORNI DELL’HANTAVIRUS

S’era sognato come se tutto il mondo fosse condannato a rimaner vittima d’una qualche malattia mortale, mai vista né sentita, che dal profondo dell’Asia avanzava in Europa.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo

E dunque i quotidiani e tutti gli organi di informazione, e non solo, tornano a occuparsi di contagi, contatti, quarantene, dopo il caso Hantavirus. Non è certo mio compito ragionare su questo dal punto di vista medico e scientifico, perché altri lo faranno meglio di me. Però un paio di riflessioni sul nostro grande rimosso hanno senso.
Anche perché è maggio, e sei anni fa eravamo storditi dai mesi del lockdown, e anche se abbiamo dimenticato abbiamo comunque vissuto  lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook. Ma anche: le riunioni via zoom, il Salone del Libro on line con la lezione di Alessandro Barbero sulla peste. Si chiamava “Conseguenze inattese”, ed era in collegamento da una Mole Antonelliana deserta.
Ricordo, certo che ricordo. Sono indimenticabili  quei tre mesi del 2020 in cui ho trasmesso da casa, durante la pandemia. Ricordo: le mie giornate hanno avuto una salvifica regolarità: alzarsi alle otto, aprire ai gatti, leggere i giornali on line, cominciare a studiare, leggere e prendere appunti fino all’una. Schiarire le idee. Farmi un’insalata. Prendere il caffé, più di uno in verità. E poi, togliere la presa del computer dal salone, spostarla nell’ex camera di mia figlia, collegare il computer, allestire libri,taccuino, bottiglie d’acqua, penne e caramelle e cellulare vicino al Magico Aggeggio per Trasmettere. Andare in onda, infine. Leggervi, parlarvi, intuire gli umori, le tristezze, l’allegria e la paura, dietro i messaggi. Pensare, sorridere, commuovermi. Approfittare del giornale radio per mettere a bollire l’acqua per il tè. Bere il tè ascoltando Ad Alta Voce. Spegnere il MAT dicendomi che un altro giorno è passato, e che magari è servito.
A me è servito tanto, tantissimo. Mi ha fatto sentire utile, ecco cosa. In un modo certamente minore rispetto a chi, in quei tre mesi e anche oggi, è utile davvero, e cerca cure, e salva vite, e quelle che non salva comunque sono vite che ha accudito. Ma un po’ mi ha dato la sensazione di poter essere presente, di poter tenere compagnia a qualcuno, almeno per un po’.
Ma non sono molti quelli che vogliono ricordare.
C’è un articolo molto bello che ho già citato,  uscito nel 2007 su The Believer (Isbn). E’ di un giornalista americano, Jyoti Thottam, e si intitola La peste come linguaggio. Il punto di partenza non può che essere la Susan Sontag di  Malattia come metafora, laddove il linguaggio militaresco che “riempie di senso” la malattia “non fa che isolare chi ne soffre”.  Ma cosa succede quando quel linguaggio militaresco non riguarda più il cancro, e dunque il singolo in quanto malato ma non contagioso, ma la collettività? “L’Aids ha reso il cancro banale”, diceva Sontag. Ma la metafora si estende. Scrive Thottam:
“A metà degli anni Ottanta un gruppo di scienziati americani cominciò a sospettare che l’Aids non fosse che il primo di una lunga serie di nuove malattie infettive. Si incontrarono ufficialmente nel maggio 1989 per discutere le similitudini di alcune malattie  fino a quel momento considerate indipendenti fra loro, da Ebola all’influenza”.
Da quegli incontri non solo nacque un testo, “Le nuove malattie infettive: la minaccia batterica alla salute degli Stati Uniti”, dove si paventava la pandemia, ma una serie di bestseller. Nel 1994 esce Area di contagio di Richard Preston, poi The Coming Plague di Laurie Garrett, da cui viene tratto il film Virus letale e dove si mette in scena la catastrofe. In quel film gli scienziati mostrano a un gruppo di ufficiali cosa accadrebbe se il virus non venisse circoscritto: c’è una mappa degli Stati Uniti dove i tre casi sono evidenziati in rosso. Quel rosso diventa una macchia che si espande a dismisura. L’avete vista anche voi, e proprio sei anni fa.
Ai tempi dell’Aids, e poi della Sars, l’idea del giorno del giudizio a lungo paventato sembrava divenire realtà. Di più, all’Aids vennero attribuite le antiche capacità di “avvertimento” per i nostri errori. In Plague’s Progress, Arno Karlen scrive:
“L’abbiamo provocata rompendo la struttura dell’ambiente intorno a noi, modificando i nostri comportamenti e, ironia della sorte, per il troppo ingegno nell’aver prolungato la nostra vita e averne migliorato la qualità”.
Questa vena mistico-religiosa-punitiva, questo neanche troppo criptico invito al pentimento, alla solitudine, alla riscoperta di se stessi se va bene, esiste anche oggi come esisteva sei anni fa: le altre pesti che stiamo attraversando ci invitano a chiuderci, a prepararci i kit di sopravvivenza, a parlar d’altro, di serie televisive per esempio, a evitare il “miasma” che favorisce il flagello.
Per dirla con Sontag, “per trarre una morale dalla malattia, ci vuole quello che comporta il miasma, ovvero l’infezione generalizzata dell’atmosfera”. E serve, sempre,  il passaggio di stato, il mondo “moderno” che viene a contatto con il mondo “arcaico”. Nelle prime cronache del coronavirus si stigmatizzava l’arcaismo alimentare dei mercati di Wuhan, se ricordate bene. Come oggi si stigmatizzano le discariche con gli uccelli necrofagi. Sempre, la causa è la mobilità delle persone. La salute della nazione è sempre a rischio ogni volta che si varcano i confini del paese, dunque, scrive Thottam,
“la metafora militare diventa  indispensabile. Se viene usata per rappresentare il cancro, trasforma le cellule tumorali in invasori, e il corpo in un esercito che combatte contro se stesso. Nella letteratura dell’Aids, l’invasore è esterno, un virus, ma un virus che mina subdolamente le difese del corpo: l’HIV è un guerrigliero. Risorta per venire in aiuto alle nuove malattie, la metafora militare è più forte che mai. Però l’obiettivo non è il corpo di un singolo, ma l’intera nazione. La sanità e la sicurezza pubbliche sono indistinguibili l’una dall’altra. Esplosioni della malattia e attacchi di bioterrorismo vengono percepiti nello stesso modo (…) L’autorità che si viene chiamati ad ascoltare non è un medico o un epidemiologo, ma un poliziotto”.
Dunque, la malattia si trasforma in un crimine. Dunque, l’omissione iniziale dei casi di Sars in Cina è anche legata (o potrebbe essere legata) alle metafore usate per descriverla: perché la nuova narrazione del contagio “è capace di generare gli effetti della malattia anche dove la malattia è assente”.
Conclude Thottam:
“L’unica metafora utile è quella di Dostoevskij. I sogni, dopotutto, funzionano secondo una loro logica. Possono mostrarci di cosa abbiamo veramente paura rappresentandolo con un’immagine di qualcos’altro”.
E oggi che sbirciamo notizie sull’hantavirus, dovremmo chiederci, di nuovo, se serve a qualcosa parlare del Covid? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto  che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.

 

“…ascoltando le grida di gioia che salivano dalla città, Rieux ricordava che tale gioia è sempre minacciata. Egli sapeva infatti […] che il bacillo della peste non muore né scompare mai […] e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice“.
(Albert Camus, La peste)

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