VIVA LA FANTASCIENZA: GIULIANA ZEPPEGNO E L’ALTERITA’

Non è che a questa discussione partecipino solo autrici e autori e chi studia fantascienza. Partecipano anche scrittrici come Giuliana Zeppegno, che ha esordito nella narrativa nel 2022 con il romanzo La luce che pioveva (L’orma editore), mentre il suo secondo romanzo, L’indignataè uscito nel 2024 per TerraRossa Edizioni. Nel cassetto ha un terzo romanzo, dal titolo provvisorio Dalla parte del torto , e alcuni racconti, tre dei quali sono stati pubblicati su Minima &Moralia. Ma la narrazione “non realista” fa più fatica a trovare casa (e su questo avrei valanghe di testimonianze).
Ecco il suo intervento.

 

Giuliana Zeppegno

Appunti su realismo vs tutto il resto in una notte insonne

 

A dominare l’editoria cosiddetta “letteraria”, non solo in Italia, è la letteratura realistica, e in particolare quel tipo di letteratura di confine tra invenzione e realtà che oggi si denomina autofiction, insieme alla letteratura del “reale” incarnata in generi come il memoir o il romanzo d’inchiesta. Ci siamo interrogati in tanti/e sulle ragioni di questa “fame di realtà”, che il mercato culturale asseconda o crea (verosimilmente le due cose insieme), e soprattutto sul successo editoriale di tante storie reali di disgrazie e traumi, su cui si potrebbe aprire un’interessantissima parentesi che non aprirò.

Quel che mi preme constatare qui è che, da una parte, ciò che di non realistico penetra nel mercato italiano spesso proviene da fuori, dove è già stato scelto e consacrato; dall’altra, la letteratura non realistica anima invece l’editoria in forte espansione detta “di genere”, campo separato e guardato spesso da una certa distanza da chi si dedica alla letteratura (mi ci includo).

Mentre i romanzi detti letterari, realistici o “reali”, vincono i premi e sono recensiti sui supplementi culturali ma di fatto hanno un bacino di lettori e lettrici sempre più ristretto, la letteratura pop fantasy, romantasy, distopica o ucronica sembra andare economicamente a gonfie vele, tra il pubblico adolescente e non solo, tenendo in piedi un settore diversamente prossimo al collasso.

Ora la domanda è: per quale motivo l’editoria che si vuole letteraria snobba l’immenso campo di possibilità espressive racchiuse tra le pieghe del gotico, del fantastico, del surreale, della fantascienza, del fantasy? “Perché non venderebbe tra i lettori e le lettrici forti”, dice. Ma è proprio così? Sarebbe interessante capire se idee come questa hanno basi solide o non sono invece profezie che si autoavverano, come l’anatema sui racconti e tanti altri.

Ammettiamo per un attimo che le cose stiano così, che cioè chi legge (nomi a caso) Trevi, o Terranova, o Starnone non leggerebbe per esempio un romanzo di sci-fiction, e chiediamoci: perché?

Io ovviamente non lo so, e non so nemmeno se la premessa sia vera, ma mi sembra che un elemento su cui riflettere sia quello dell’emotività, che oggi domina l’interazione con il mondo ─ e dunque anche con i libri ─ più che in passato (lettura di pancia, identificarsi con il personaggio, commozione ecc.): alcuni generi, e segnatamente la fantascienza, vengono sentiti come più cerebrali che emotivi; più freddi, più refrattari all’immedesimazione.

Un altro elemento in gioco, ancora più interessante, potrebbe essere la comfort zone rappresentata da ciò che già si conosce, si ama, si è. Autofiction e memoir (di persone bianche e culturalmente vicine) come specchi in cui ritrovarsi e riconoscersi. In linea con la riproduzione dell’identico promossa dagli algoritmi, che ci “coccolano” facendoci vedere un mondo di prodotti e storie e profili “simili” a noi. Se ti è piaciuto questo, ti piacerà anche quest’altro ecc.

Il riconoscimento è una funzione cruciale nella letteratura, ma non è l’unica: un’altra è la sua capacità di creare ALTERITÀ, qualcosa che appunto caratterizza spiccatamente la fiction non realistica: la crepa che il fantastico apre nel mondo reale, il perturbante che penetra in ciò che è familiare rendendocelo estraneo, i mondi edificati quasi da zero del fantasy, l’immaginazione sociale di tanta fantascienza…

Queste letterature, in tutte le loro ibridazioni, ci mettono di fronte a esseri e mondi altri; nel farlo distorcono l’io, lo destabilizzano, ne relativizzano la centralità e l’importanza, e spesso inscenano vari gradi di un “noi” a cui molta letteratura realistica mainstream ci ha disabituati.

Viviamo forse in tempi in cui il viaggio in ciò che è altro da noi spaventa, annoia, affatica, mentre sarebbe, dal mio punto di vista, il viaggio più arricchente di tutti, nonché la vocazione più alta della letteratura.

Per molti motivi, dunque, ma anche come palestra di alterità e decentramento: viva il fantastico in ogni sua forma, sempre viva!

 

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