Mentre ero a Macerata Racconta la discussione sulla fantascienza e il fantastico è continuata: anche su La Lettura, che ieri ha ospitato un articolo di Vanni Santoni. Continua anche qui, con l’intervento di uno dei più grandi autori di fantastico in Italia. Ho amato la scrittura di Tullio Avoledo da quando, molti anni fa, lessi le bozze de L’elenco telefonico di Atlantide, e ho continuato a leggerlo (fatelo anche voi). Ecco cosa suggerisce.
CONTRO LA MONSANTO DELLE LETTERE
di Tullio Avoledo
Un tempo nel mio condominio a Pordenone è venuto a vivere un altro scrittore.
Io già ci abitavo, e scrivevo, ma non avevo ancora pubblicato nulla.
Un giorno sono salito a portargli una copia del mio primo romanzo appena pubblicato da Sironi: “L’elenco telefonico di Atlantide”.
Ho avuto così tempo e modo di guardare i titoli dei volumi sugli scaffali della sua biblioteca. Non c’era, a un primo sguardo, un solo libro che facesse parte della mia libreria. E viceversa.
Ho pensato che era una cosa meravigliosa. Che da due esperienze di lettura così diverse non potevano che nascere due scritture diverse, frutto di due mondi paralleli di letture.
E infatti è stato così. I miei libri cono completamente diversi dai suoi. Facciamo parte dello stesso ecosistema letterario, ma in nicchie ecologiche diverse.
Ora, succede che quello scrittore pubblichi un articolo di due pagine su un supplemento letterario di un quotidiano, in cui descrive una nicchia ecologica letteraria diversa dalla sua, e che ammette di frequentare poco se non nulla.
Ovviamente nessuno si fiderebbe della recensione di una steakhouse fatta da un vegano, e difficilmente una rivista di cucina gliela commissionerebbe. Ma gli inserti letterari sono, evidentemente, più liberi e creativi.
Ho riflettuto a lungo se partecipare a un dibattito nato da quell’articolo, che non mi ha stimolato alcuna riflessione, ma semmai una reazione emotiva destinata nel tempo a non lasciare tracce. Poi però ho visto che quel pezzo ha prodotto una reazione forte, direi corale da parte di scrittori e lettori di fantascienza; non vorrei che quella reazione producesse l’effetto di erigere muraglie e difese intorno a un genere che si è espanso e non è assolutamente più quello che l’estensore di quell’articolo ha a tutta evidenza in mente. La fantascienza non è una città cinta di mura: è una pianta viva che infila radici ovunque. Magari non ce ne rendiamo conto: ma quelle più nascoste sono spesso le radici più profonde, quelle che rompono la roccia come nei templi di Angkor Wat.
Apro una parentesi: “fantascienza” – come dico ogni volta che partecipo a qualche convention – è un nome obsoleto e commercialmente infelice. Le V2, Hiroshima e il napalm hanno da tempo gettato un’ombra sulla parola scienza. Bisognerebbe coinvolgere un genio del marketing per trovare un nuovo nome giusto per il genere.
Ammesso che la FS sia ancora un genere, e non un simbionte letterario. Chiunque abbia letto un romanzo straordinario come “Il sindacato dei poliziotti yiddish” (2007) di Michael Chabon sa come sia possibile ottenere una potenza narrativa quasi magica da strumenti tipici della SF (nel caso di quel romanzo, l’ucronia).
Trovo quindi inutile difendere la fantascienza.
Oltretutto difenderla con tanta forza da un attacco così debole.
Ci si difende da un assedio. Ma la fantascienza non è sotto assedio. Semmai sta diffondendosi, sotto varie forme. Diluita a volte in dose quasi omeopatiche, ma altre volte con la forza di un fiume in piena, sta entrando nella letteratura come una linfa vitale. E continua a svolgere il suo compito essenziale: sospendere l’incredulità del lettore, affascinarlo per educarlo a credere nella possibilità che ci siano molti mondi possibili, molte strade percorribili. Stimolare la fantasia. Coltivare la complessità. Astrarre dalle limitazioni e dai vincoli della realtà e del presente per fargli immaginare il futuro.
Nel 2019 ho partecipato, assieme ad alcuni degli scrittori di fantascienza da me più amati (fra cui Liu Cixin, Robert Sawyer e Ian McDonald) a una convention a Beijing organizzata dal governo cinese per avvicinare i giovani alla fantascienza. Stanno spendendo fantastiliardi, da quelle parti, per educare le nuove generazioni alla fantascienza. D’altra parte chi è stato a Shenzhen o in certi quartieri di Beijing sa che lì il futuro è già arrivato. Qui da noi, dove il Verbo letterario sembra rappresentato dall’autofiction o dalle saghe familiari, esistono ancora ferrovie locali come nei romanzi di Cassola.
I cinesi hanno visto giusto. Anche se hanno visto solo uno degli aspetti benefici della FS: quello di stimolare fantasia, innovazione, originalità. Ma hanno tralasciato di considerare che non c’è genere letterario più della fantascienza che sia adatto ai giovani, che più li prepari a rifiutare il pensiero semplice. Nessun ragazzo o ragazza che legga Ursula Le Guin sarà disposto a cedere alle lusinghe di un miles gloriosus o di un girasagre. E forse, alla lunga, neppure alle direttive del Partito. Il giovane lettore di fantascienza, contrariamente a quanto molti sembrano credere, è più intelligente della media dei lettori. E in questo senso diventa problematico per l’editoria italiana.
Il problema, intendiamoci, non riguarda solo la fantascienza.
L’editoria, e certa critica, sembrano orientate a ridurre la complessità, la – chiamiamola così – biodiversità della lettura (e conseguentemente della scrittura). Si insiste su cosa sia collocabile sugli scaffali, e vendibile. Si potano splendidi fiori e si spacciano invece per vivi rami secchi e bonsai storpi, o composizioni di plastica. Quanti scrittori non si sono sentiti dire “il tuo libro è bellissimo, ma non sapremmo come venderlo ai nostri lettori”? In questo modo si uccide la biodiversità. L’editoria rischia di diventare la Monsanto della scrittura (dove già non bastassero gli editor e i funzionari educati nelle Napola di certe prestigiose scuole di scrittura, che con la loro tendenza a fissare e predicare regole e canoni mi ricordano i cupi funzionari belgi che misurano il cranio del protagonista di “Cuore di tenebra” prima che parta per il Congo…).
Contro questa/e Monsanto delle lettere bisogna agire come Kokopelli.
Sapete cos’è?
E’ una ONG francese fondata nel 1999 che agisce attraverso la disubbidienza civile, andando anche contro norme e regolamenti europei e nazionali, per proteggere la biodiversità vegetale. Salvando, moltiplicando e riproducendo semi liberi, biologici e non sterili. L’agricoltura industriale vuole che le piante siano perfettamente stabili, omogenee e ad altissima resa. Magari brevettabili. E sterili, affinché l’agricoltura diventi sempre più dipendente dall’industria.
Ricordo una foto di un vecchio numero del National Geographic. Mostrava, in fila una accanto all’altra, le centinaia di varietà di patate tradizionalmente coltivate in Peru. Proprio la loro varietà garantiva che non potesse ripetersi quanto avvenuto durante l’An Gorta Mór, la grande carestia dovuta alla peronospora delle patate che tra il 1845 e il 1849 causò (unitamente alle criminali politiche inglesi) la morte di oltre un milione di irlandesi. Un cultivar o l’altro sarebbero rimasti indenni alla malattia.
L’editoria italiana, tendendo verso una monocoltura del vendibile (e possibilmente mediocre, dato che la facilità di lettura viene individuata come un plus), rischia di provocare una carestia e una riduzione del numero dei lettori. In un periodo in cui la mediocrità è la regola dei social e dei media, adeguarsi alla mediocrità è suicida per l’industria editoriale, perché la lettura è un atto che richiede tempo e attenzione, e che pretende quindi libri che valga la pena di leggere. Altrimenti, a parità di contenuto, il potenziale lettore si rivolgerà verso altri media più facilmente e immediatamente fruibili.
L’ONG Kokopelli conserva e gestisce oltre 2000 varietà di sementi, che invia gratuitamente a comunità di contadini nel Sud del mondo, per aiutarle a conquistare la sovranità alimentare, liberandole dalla dipendenza economica dei giganti dell’agrochimica.
Ecco, credo che la fantascienza contenga molti semi che vanno conservati e diffusi. Sono spesso semi di comprensione, di empatia, di libertà. C’è un articolo del grande Ted Chiang apparso sulle pagine del New Yorker qualche anno fa sui pericoli dell’intelligenza artificiale che andrebbe meditato da tutti, e non essere limitato all’ambito degli appassionati di fantascienza. Fornisce strumenti di valutazione, e prospetta soluzioni etiche e politiche. Io cerco da sempre di farlo nei miei libri, e sui social. Semino idee, mie e di altri. Poi se daranno frutto dipende dal terreno su cui cadono. Il più bel complimento che abbia mai ricevuto è di un editore di fantascienza che ha detto che sono un Han Solo che nella stiva del Millennium Falcon dei miei romanzi contrabbanda idee…
Per inciso, Kokopelli è una divinità Navajo. L’ho incontrato per la prima volta in un romanzo di Philip J. Farmer, non ricordo quale. Veniva citato come trickster, un dio burlone. L’ho trovato, ripeto, in un libro di fantascienza. Non in un’autofiction.
La fantascienza ci ha abituati a superare lo “shock del futuro” e ad entrare con naturalezza in un mondo che di normale, agli occhi già di uno dei nostri nonni, non avrebbe molto. Viviamo in un mondo fantascientifico, e pazienza se non è esattamente quello descritto in questo o quel romanzo di FS. L’importante è che gli scrittori di SF ci hanno abituato alla meraviglia, che ormai fa parte del nostro quotidiano. Ma ci hanno anche avvertito (da Jack London a Aldous Huxley a George Orwell) dei pericoli di certe svolte o di certe invenzioni, di certe trappole nascoste dietro l’angolo.
Personalmente mi è capitato, in alcuni miei romanzi, di fare predizioni su futuro, e di averci spesso azzeccato, sia a breve che a lungo termine. Ma non è questo il punto, non è con questo metro che la FS va giudicata: bisogna rispettare (o almeno, dai, tollerare) la fantascienza perché, oltre ad averci regalato alcuni autori grandiosi e capolavori assoluti, è un contenitore di semi rari, unici e che possono rivelare proprietà terapeutiche o nutritive inimmaginabili. Semi di futuro, magari chiusi in una scorza che non a tutti piace, ma che producono frutti gustosi e salutari.
La fantascienza deve entrare in una Kokopelli della scrittura, di cui da sempre ho ritenuto di far parte. Nei miei libri mi diverto da una vita a ibridare, meticciare, sperimentare. Questa è la mia missione di scrittore. Unire sulla mia pagina la poesia di Toni Harrison, Angelo Maria Ripellino e Carol Ann Duffy con i Dorsai di Gordon Dickson e i saggi di Michel Pastoreau o Mark Fisher con il fantasma gentile di Philip K. Dick.
Si.
Può.
Fare!
Chi disprezza o sottovaluta la FS quasi mai la conosce. Lo strano è che poi a queste persone venga ultimamente affidata la curatela di iniziative editoriali di fantascienza. Come commissionare una guida enologica a un astemio. O, peggio, a un proibizionista.
Il problema è tutto lì, e non merita continuare una discussione imbastita sul nulla.
Almeno, io la vedo così. Non pretendo di convincere o fare dibattiti con nessuno.
Tanto, si sa, il futuro è nostro.