VIVA LA FANTASCIENZA: ANDREA CATTANEO E LA SCRITTURA COME LIBERTA’

Quarta puntata di una serie dove si tirano le fila di tanti discorsi, e che riprende lunedì. Oggi, l’intervento di Andrea Cattaneo, redattore della rivista “Robot” e collaboratore di “Delos Science Fiction”. Ha pubblicato i romanzi “Uomini e Lupi” (Delos Digital) e “Non è che un soffio” (Kipple Officina Libraria), e l’antologia horror “Animali Notturni”.
E ama la libertà di scrittura, come tanti e tante.

GABBIE
di Andrea Cattaneo

Una delle suggestioni più interessanti sulla fantascienza me l’ha lasciata Aldo Carotenuto, che alla letteratura fantastica e fantascientifica ha dedicato un bellissimo saggio junghiano, “Il fascino discreto dell’orrore”. Scrive che il meraviglioso fantascientifico nasce non dalla contraddizione ma da una riflessione sui poteri della scienza: la fantascienza, dice, “sconvolge il comune buon senso senza bisogno di ricorrere a dimensioni fantasiose, semplicemente attraverso l’esasperazione della logica”.
Il concetto chiave è la logica portata ai suoi estremi.
È una definizione che molti appassionati del genere non sopportano e non è un caso: la fantascienza ha moltissime definizioni, alcune più calzanti di altre. Quella conosciuta da Covacich – la fantascienza è la narrativa che pretende di prevedere il futuro – è semplicemente sbagliata. Chi, sano di mente, potrebbe vantarsi di prevedere il futuro? Certo, qualche mitomane tra gli scrittori di fantascienza, convinto di sapere come sarebbe stato il domani, c’è stato, ma la stragrande maggioranza degli autori del genere non pretende affatto di essere la versione moderna di Cassandra. Dunque se la premessa maggiore di Covacich è falsa, può essere vero ciò che ne deriva? Difficile.
E allora la domanda da farsi diventa un’altra: perché quell’articolo, e perché tanto livore verso un genere che in Italia, e suppongo Covacich lo sappia bene, è marginalissimo? Gli scrittori di fantascienza italiani vengono trattati da appestati dai grandi editori, dai medi e persino dai piccoli. Se esistono, ed esistono, è solo ed esclusivamente perché vogliono. Nonostante tutto.
Perché allora un autore ben inserito nel mercato editoriale dovrebbe mettersi a picconare le formiche? Viene il sospetto che l’articolo sia nato proprio per questo: per farci scrivere queste lunghe elucubrazioni. Ma cosa avrà voluto dire Covacich, davvero? Il taglio del pezzo, un po’ gonzo journalism, un po’ canzone dei Thegiornalisti con quel dettaglio dell’amore nato in un cinema dopo la proiezione di “Soylent Green”, sa di cosa non rifinita, scritta di pancia. La penna di Covacich è notevole, lo sappiamo tutti, ma non qui: qui risulta ottusa, pasticciata, fuori fuoco. E lui si autodenuncia subito, dichiarando che della fantascienza non sa nulla e non ne vuole sapere nulla.
Benissimo. È un atteggiamento legittimo, per carità, tipico del giro buono degli scrittori italiani, quelli che ambiscono allo Strega, per intenderci. Ma io ci vedo anche una gabbia dorata, da cui forse qualcuno vorrebbe scappare e non può. Guai, se sei pubblicato da un grande editore, a dire che il tuo prossimo romanzo sarà di fantascienza! Quanti se lo potrebbero permettere?
Fa impressione, in questo senso, la differenza con gli omologhi europei e americani: quanto amano la fantascienza e il fantastico! Quanto adorano la libertà che il genere concede di sperimentare temi e forme, approcci e visioni! Una libertà che in Italia rende pochissimo e che Covacich non conoscerà mai. Ma gli auguro che anche questa si riveli una delle tante previsioni fallaci che tanto lo indispettiscono.

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