VIVA LA FANTASCIENZA: LA REINVENZIONE DELLA RUOTA, DI NICOLETTA VALLORANI

Seconda puntata della discussione sulla fantascienza. Che, almeno per come la vedo io, non è una discussione “contro” un articolo, ma una discussione per capire come mai, nel 2026, un grande inserto culturale di un grande quotidiano pubblichi un articolo che conferma il pregiudizio neanche troppo latente sulla fantascienza stessa e, aggiungo sempre, su tutta la letteratura fantastica. Che ancora oggi viene guardata con sospetto e confinata in un recinto: anche se da quel recinto è uscita fuori da un bel po’.
Pubblico dunque l’intervento (immenso, colto, profondo) di una grande scrittrice italiana di fantascienza, Nicoletta Vallorani, nonché studiosa della medesima, che in proposito ha moltissimo da dire.
Segue domani e dopo e ancora.

 

La reinvenzione della ruota
di Nicoletta Vallorani

 

In un discorso al Community College di Portland, nel 2014, Ursula Kroeber Le Guin elargisce una delle sue perle. Dice cioè che alcuni scrittori scrivono fantascienza senza chiamarla fantascienza, e di solito è cattiva fantascienza perché non ne hanno letta, e quindi non fanno altro che sforzarsi come dei matti di reinventare la ruota.  Credo si possa estendere questa considerazione ai critici letterari che, magari senza troppa consapevolezza, decidono di esprimersi in modo non troppo lusinghiero sulla fantascienza avendone un’idea approssimativa. Come dico sempre ai miei studenti, potete criticarmi, ma prima dovete aver capito quello che dico.

Vale per ogni campo del sapere, e per ogni critica.

Ora, non farò nomi.

Non li farò perché in questa bella arena di discussione che si è creata e che spero resti aperta, le distrazioni editoriali e le goffaggini autoriali sono il pretesto, e i pretesti hanno da essere licenziati appena non servono più. Perché etimologicamente questo sono: arrivano prima del testo, che è la sostanza.

La sostanza che il dibattito scaturito dalle due monumentali pagine – per spazio ed evidenza, là dove spesso si fa fatica a ottenere persino una segnalazione – è che non è facile parlare di fantascienza. A farlo senza averla praticata si rischiano autogol clamorosi. Anche quando la si pratica da anni, in verità, si corre il medesimo rischio, forse in forma più lieve. Come mai affermo questo, io che del genere fantascienza conosco il dritto e il rovescio?

Ora dirò una cosa scomoda: si fa fatica a parlare in modo adeguato del genere fantascienza perché la fantascienza non è un genere, o quanto meno non lo è più. Direi piuttosto che essa sia una tendenza attraverso i generi. E prima ci si rassegnerà al fatto che essa è letteratura – e come tale scritta bene o scritta male –  più facile sarà evitare errori di valutazione grossolani come quello accaduto di recente. Non è una tragedia, ma una mancanza di rispetto rilevante nei confronti di chi cerca di fare un lavoro fatto bene, spesso lo fa, spesso ha anche una bella voce, e mestiere, e talento, e umiltà sufficiente per continuare a imparare, ma tutto questo non basta a farsi prendere sul serio. Se poi è una donna, basta ancora meno, per motivi nei quali mi inoltrerei in altre circostanze: in nell’articolo dal quale è nato questo dibattito di donne non se ne citano. E si suppone in modo tacito che non ce ne siano: donne che gli uomini non vedono, per citare Alice Sheldon, un’altra grandissima scrittrice conosciuta come James Tiptree Jr. Dall’articolo sembra che non ci sia neanche ombra di letteratura tant’è che di solito vi si parla di fantascienza citando soprattutto opere di cinema. E sono anni che mi affanno a insegnare che il testo critto e quello filmico, per quanto imparentati sono due “discorsi” del tutto diversi. Usare l’uno per l’altro non è un risparmio di tempo, ma una goffaggine critica rilevante.

Non è stato sempre così, lo riconosco. Non siamo sempre stati bravi a combinare visione e qualità letteraria. Però bisogna tenere in conto che i generi – come tutte le cose su questa terra – hanno una evoluzione.

C’è stato un tempo in cui si cercava una strada, poi un tempo in cui si creava una definizione ufficiale e formulaica, e infine un tempo in cui questi paletti hanno cominciato a saltare, creando una festosa anarchia.

Quest’ultimo è il tempo di ora.

In origine, Mary Shelley prendeva a prestito le formule del gotico per ideare la creatura artificiale, il bambino nato grande che non trovava un posto nel mondo, e H.G. Wells costruiva visioni per spiegare le teorie di Darwin in modo comprensibile e avventuroso. Siccome l’idea era buona, parecchi anni dopo negli Stati Uniti hanno fatto quello che sapevano fare meglio: l’hanno brevettata, creando ufficialmente il genere “Science Fiction”, scienza raccontata che poi si è fatta narrazione delle magnifiche sorti progressive di un imperialismo capace di estendersi all’universo intero. Dopo, è arrivata la guerra in Vietnam: il fallimento, i morti, gli scandali, il presidente che non faceva il bene del popolo. E sono arrivati gli anni ’60. Gli invisibili – donne, neri, queer e soprattutto poveri – sono scesi in strada e hanno cominciato a raccontare le loro storie. Ma siccome i tempi grami dell’autofiction non erano ancora arrivati, in molti hanno scelto il traghetto della SF per dare evidenza a quello che DAVVERO stava succedendo.

Credo sia stato in quel preciso momento storico che si è cominciato a provare un lieve disagio rispetto a un’etichetta che evocava in modo diretto gli universi della scienza. La indossava in modo esemplare quel genio di Isaac Asimov, che in effetti non tardò ad accorgersi del cambiamento. Di fatti, nella sua ultima autobiografia a un certo punto dichiara candidamente di aver smesso di scrivere fantascienza quando essa è diventata poco asimoviana, cioè negli anni 60 del 900. Poi non è andata esattamente così, però è vero che vi è stata una virata significativa. Si è trattato di una sorta di “sociological turn” con una colorazione politica importante. Le narrazioni erano cioè anche uno strumento di lotta. Però la fantascienza ha continuato a chiamarsi fantascienza, anche se ci si è cominciati ad accorgere di un guaio implicito nelle etichette. Esse sono termini ombrello, che non ti coprono mai del tutto. Comunque sia, ti bagni. E alcuni di noi che di fantascienza ci occupiamo hanno cominciato a bagnarsi, perdendo editori, finanziatori (se mai ce n’erano stati) e posti dove stare. Non scrivevamo di astronavi, e dunque non piacevamo allo zoccolo duro dei fantascientisti, ma scrivevamo fantascienza, e dunque non piacevamo alla critica, agli editori e ai premi. Era – ed è, quanto meno in Italia – un autosabotaggio spettacolare, dal quale non siamo ancora usciti: prova ne è, di nuovo, il pezzo da cui è nato tutto questo dibattito.

Il vulnus e l’origine di molti errori di valutazione – romanzi belli dimenticati e romanzi brutti pubblicati e celebrati, purché non siano etichettati come fantascienza – sta forse proprio in questo: la maledizione di un nome che arriva alla critica e all’editoria connotato da un’area semantica che non le appartiene più da un’ottantina d’anni circa. Sarebbe interessante se appunto si facesse quel che raccomando sempre nelle mie lezioni all’università: prima leggete e poi stabilite se questa narrativa non vi interessa. In questo modo ho guadagnato alla fantascienza una quantità di nuove lettrici e lettori. Resta il fatto che quando esordisco mettendo in programma romanzi di fantascienza continuo a vedere le stesse facce stupefatte. Mi salva la mia credibilità come docente, ma con gli editori e la critica ho meno armi. Evidentemente, come scrittrice non sono abbastanza credibile.

Donna Haraway, filosofa che con questa tipologia di narrazioni ha avuto molto a che fare, in Staying with the trouble (pubblicato in Italia come Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto) suggerisce in modo geniale di sposare il semplice acronimo: “SF” può significare molte cose, ovvero science fiction, speculative fabulation, string figures, speculative feminism, science fact, so far. Si può scegliere. E se si può scegliere, vuol dire che i confini sono caduti e che in questo territorio la migrazione è libera, purché si disponga di un unico passaporto: la capacità di visione. Vorrei che diventasse finalmente chiaro che questa visione si aggancia con una solidità non controvertibile al reale. Il che non vuol dire prevedere il futuro: piuttosto ragionare sui dati del reale per costruire un progetto, che analizza il percorso del cambiamento per mostrare quello che potrebbe accadere.

Potrebbe: un condizionale che dipende dalle scelte che decidiamo di fare, nel mondo reale, dopo averle progettate nel mondo della finzione. Ray Bradbury lo scriveva già nel 1953, rispondendo a un giornalista che probabilmente ragionava come alcuni critici di oggi. Il giornalista gli chiedeva appunto se Farenheit 451 era una previsione del futuro europeo dopo l’esperienza dell’olocausto. Bradbury, non ebbe esitazioni: “I’m a preventer of the future. I’m not a predictor of it”.

Lo stesso ragionamento vale per scrittorə come Ursula Le Guin, Joanna Russ, Alice Sheldon, Samuel Delany, Octavia Butler, persino K. Vonnegut Jr. Tuttə costoro, insieme a molti altri, portano dentro le loro storie riflessioni che hanno a che fare col reale e con le vicende degli invisibili che hanno condotto l’America a essere quel che è (e che ora come negli anni ’60 non hanno voce). Non si tratta per nulla di far previsioni: si tratta di ragionare sul presente. Per questo Margaret Atwood afferma che tutto nei suoi romanzi è già accaduto da qualche parte in qualche momento della storia. E Le Guin, in una intervista del 2015, fa la medesima affermazione con parole diverse: “SF is a metaphor for now”. Una metafora per il mondo di ora: questo facciamo. Peraltro, nel caso dell’affermazione di Le Guin, il dibattito con Zoe Carpenter aveva a che fare con il cambiamento climatico: vogliamo parlare di previsione del futuro o di onesta riflessione sul nostro stare al mondo? Direi che l’ipotesi migliore è la seconda.

Naturalmente la SF di impianto sociologico-progettuale non ha affatto cancellato due componenti fondamentali. La prima: noi che scriviamo raccontiamo storie. Non sono fatti, ma storie. Queste storie possono essere belle o brutte, ma non sono mai previsioni e neanche fatti, sebbene con questi ultimi possano avere un contatto profondo. Sono storie di estrapolazione, come scriveva Darko Suvin, e ci aiutano a capire qualcosa del qui e ora, non a prevedere il domani, che a quello ci pensano (male) i politici. Noi raccontiamo storie attraverso la letteratura. E questa è la seconda componente: noi scriviamo letteratura, con tutta la cura, l’attenzione, il rispetto per la musica della lingua che sono necessari. A volte, produciamo opere davvero originali e interessanti, ma perché vengano lette, dobbiamo chiamarle in un altro modo. Altrimenti i critici pensano che sia vero che prediciamo il futuro scrivendo un po’ sì, ecco, alla meglio, che se ci sono errori di ortografia non importa. Allora vi svelerò un segreto: abbiamo fatto buone elementari e di errori di ortografia non ne facciamo più. Certe volte siamo persino eruditi. Incredibile, vero?

In conclusione: che a fin di bene o a fin di male si cerchi di tracciare i confini della fantascienza è un atto inutile e obsoleto, perché il genere confini essa non ne ha. Per questo funziona bene in tempi complicati. Come il tempo di ora. Chi scrive SF si inoltra nel territorio del possibile, e il possibile non implica consequenzialità. Piuttosto contiene un’indole anarchica, che pesca ispirazione da ogni campo e rimescola, con abile talento combinatorio, quel che ha sottratto ad altri generi in una creazione inedita. Nel primo volume della Broken Earth Trilogy, The Fifth Season (2015, in italiano La quinta stagione) la scrittrice afroamericana Nora K. Jemisin scrive questo:

This is the way the world ends

This is the way the world ends

This is the way the world ends

For the last time

 

Non ci vuol molto a capire che Jemisin, con un gesto certamente consapevole, cita T. S. Eliot, The Hollow Men (1925, in italiano Gli uomini cavi):

 

This is the way the world ends

This is the way the world ends

This is the way the world ends

Not with a bang but with a whimper

 

Magari sarebbe ora di rendersi conto che la genealogia della SF sta nella letteratura, e alla letteratura bisogna che torni. Oggi, alcune delle visioni migliori, tematicamente e letterariamente, arrivano da lì. Come scrive Saul Bellow in The Adventures of Augie March (1953, in italiano Le avventure di Augie March), “It was probably no accident that it was the cripple Ephestus who made ingenious machines”. Siamo come Efesto, e inventiamo machine ingegnose. Rispettateci.

 

2 pensieri su “VIVA LA FANTASCIENZA: LA REINVENZIONE DELLA RUOTA, DI NICOLETTA VALLORANI

  1. Un tempo nel mio condominio è venuto a vivere uno scrittore.
    Io già ci abitavo, e scrivevo, ma non avevo ancora pubblicato nulla.
    Un giorno sono salito a portargli una copia del mio primo romanzo pubblicato (da Sironi: “L’elenco telefonico di Atlantide”).
    Ho avuto tempo di guardare i titoli dei volumi sugli scaffali della sua biblioteca. Non c’era un solo libro che facesse parte della mia libreria. E viceversa.
    Ho pensato che era una cosa meravigliosa. Che da due esperienze di lettura così diverse non potevano che nascere due scritture diverse.
    E infatti è così.
    Ho riflettuto a lungo se partecipare a un dibattito nato da un articolo che non mi ha stimolato alcuna riflessione, ma semmai una reazione emotiva destinata nel tempo a non lasciare tracce. Poi però ho visto che quell’articolo ha prodotto una reazione forte, direi corale, e non vorrei che quella reazione producesse l’effetto di erigere barriere e difese intorno a un genere che si è espanso e non è assolutamente più quello che l’estensore di quell’articolo ha a tutta evidenza in mente.
    Apro una parentesi: “fantascienza” – come ripeto ogni volta che partecipo a qualche convention – è un nome obsoleto e commercialmente infelice. Bisognerebbe coinvolgere un genio del marketing per trovare il nome giusto per il genere.
    Ammesso che la FS sia ancora un genere.
    Trovo inutile difendere la fantascienza. Oltretutto difenderla con tanta forza da un attacco tanto debole.
    Ci si difende da un assedio. Ma la fantascienza non è sotto assedio. Semmai sta diffondendosi, sotto varie forme. Diluita a volte in dose quasi omeopatiche, ma altre volte con la forza di un fiume in piena, sta entrando nella letteratura come una linfa vitale. E continua a svolgere il suo compito essenziale: affascinare il lettore per educarlo a credere nella possibilità che ci siano molti mondi possibili, molte strade percorribili. Coltivare la complessità. Astrarre dalle limitazioni e dai vincoli della realtà e del presente per fargli immaginare il futuro.
    L’editoria, e certa critica, sembrano orientate a ridurre la complessità, la – chiamiamola così – biodiversità della lettura (e conseguentemente della scrittura). Si insiste su cosa sia collocabile, e vendibile. Quanti scrittori non si sono sentiti dire “il tuo libro è bellissimo, ma non sapremmo come venderlo ai nostri lettori”? In questo modo si uccide la biodiversità. L’editoria rischia di diventare la Monsanto della scrittura (dove già non bastassero gli editor e i funzionari educati nelle Napola di certe prestigiose scuole di scrittura, che con la loro tendenza a fissare regole e canoni mi ricordano i funzionari belgi che misurano il cranio del protagonista di “Cuore di tenebra” prima che parta per il Congo…).
    Contro questa/e Monsanto delle lettere bisogna agire come Kokopelli.
    Sapete cos’è?
    E’ una ONG francese fondata nel 1999 che agisce attraverso la disobbidienza civile, andando anche contro norme e regolamenti europei e nazionali, per proteggere la biodiversità vegetale. Salvando, moltiplicando e riproducendo semi liberi, biologici e non sterili. L’agricoltura industriale vuole che le piante siano perfettamente stabili, omogenee e ad altissima resa. Magari brevettabili. E sterili, affinché l’agricoltura diveti dipendente dall’industria.
    Kokopelli conserva e gestisce oltre 2000 varietà di sementi, che invia gratuitamente a comunità di contadini nel Sud del mondo, per aiutarle a conquistare la sovranità alimentare, liberandole dalla dipendenza economica dei giganti dell’agrochimica.
    Ecco, credo che la fantascienza contenga molti semi che vanno conservati e diffusi. Sono spesso semi di comprensione, di empatia, di libertà.
    La fantascienza ci ha abituati a superare lo “shock del futuro” e ad entrare con naturalezza in un mondo che di normale, agli occhi già di uno dei nostri nonni, non ha molto. Viviamo in un mondo fantascientifico, e pazienza se non è esattamente quello descritto in questo o quel romanzo di FS. L’importante è che gli scrittori di SF ci hanno abituato alla meraviglia, che ormai fa parte del nostro quotidiano. Ma ci hanno anche avvertito (da Jack London a Aldous Huxley a George Orwell) dei pericoli di certe svolte o di certe invenzioni, di certe trappole nascoste dietro l’angolo. Personalmente mi è capitato, in alcuni miei romanzi, di fare predizioni su futuro, e di averci azzeccato. Ma non è questo il punto, non è con questo metro che la FS va giudicata: bisogna rispettare (o almeno, dai, tollerare) la fantascienza perché è un contenitore di semi rari, unici e che possono rivelare proprietà terapeutiche o nutritive inimmaginabili. Semi di futuro, magari chiusi in una scorza che non a tutti piace, ma che producono frutti gustosi e salutari.
    La fantascienza deve entrare in una Kokapelli della scrittura, di cui da sempre ho ritenuto di far parte. Nei miei libri mi diverto a ibridare, a meticciare, a sperimentare. Questà è la mia missione di scrittore. E la fantascienza mi ha fornito molti più spunti di quanti potrebbe darmene, per dire, una tonnellata di autofiction. Chi disprezza e/o sottovaluta la FS quasi mai la conosce. Il problema è tutto lì, e non merita continuare una discussione imbastita sul nulla.
    Almeno, io la vedo così. Non pretendo di convincere nessuno.
    Ma io la vedo così.
    Andiamo oltre.
    Il futuro è nostro.

  2. Immaginate l’effetto che farebbe questo articolo al posto di quella cosa uscita sulla Lettura. Queste cose mi fanno da antidepressivo, allora la cultura non è morta, c’è qualcuno che parla ancora di Donna Haraway!
    Non voglio solo ribadire le cose dette da Vallorani e da Avoledo. Confermo che queste sono il nocciolo e la base del pensiero di chi si occupa di fantascienza – chiamiamola così – o se preferite di quella letteratura che attraverso la speculazione intrattiene, diverte e fa riflettere. E, mi chiedo, che analisi si può fare di una società (e un individuo che combatte e ama un’invasività tecnologica che vediamo quotidianamente in milioni di persone chinate sul piccolo schermo) ignorando queste speculazioni? Come si fa, voglio dire, a evitare di guardare l’elefante nella stanza (magari dicendo che era previsto un rinoceronte)?
    Ma come detto, non voglio ripetermi. Voglio solo passare alla parte meno brutta del dibattito (falsamente) richiesto dall’articolo. La fantascienza ha previsto praticamente tutto, e non l’ha fatto per desiderio di preveggenza, ma per acume di analisi. E un risultato lampante è che la scienza stessa si è ispirata alla fantascienza, non su come fare un’invenzione (gli scrittori di sf non sono esperti di scienza), ma di come applicarla, perché gli scrittori di sf sanno come l’individuo si approccerà a una certa invenzione. Per cui se tu inventi un metodo per riprodurre immagini in movimento della realtà (cinema) e magari lo ritieni inutile (che me ne faccio di rivedere la realtà che ho già visto? si chiesero i Lumiére), lo scrittore ti dirà che invece hai creato l’invenzione più importante del secolo perché puoi inventarti storie che vedrai proiettate in una sala. E così è stato con il telefono, la televisione e internet. E che non si dimentichi che le criptovalute si chiamano così perché sono ispirate a quelle previste (eh già) in Cryptonomicon, che la piattaforma Meta che comprende fb e instagram si chiama così perché è ispirato al metaverso, sempre di Stephenson. E, che (vengo al punto), la fantascienza ha fatto davvero il sostrato culturale pop dell’epoca contemporanea, a prescindere dalle previsioni. E (questo lo penso io, al via il dibattito serio), questa poliforme letteratura indefinita, polidefinita e ormai indefinibile fa parte integrante della cultura contemporanea e lo sarà sempre di più.
    In Cina l’hanno capita (the next empire), e il governo sponsorizza le fiere della fantascienza. Ora, lungi da me parlare bene di un regime, ma leggiamo la sostanza: la sci-fi è un modo per preparare i lettori/spettatori al futuro (nel bene o nel male), e dovrebbe essere un nostro diritto etico e politico rivendicare la nostra visione del mondo tecnologico che ci cambia sotto gli occhi (oggi, ora, non nel futuro), e non una cosa da perculare su due pagine di un quotidiano nazionale.

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