La cronaca. Su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, esce un articolo di Mauro Covacich dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima (ci sta, son gusti, se elenco le mie idiosincrasie non finiamo più), ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. E, temo, l’errore grave è qui, perché la fantascienza non ha questa vocazione, non vuole immaginare il futuro ma creare mondi, e in quei mondi raccontare il nostro. L’ho detta semplice, altri la diranno meglio, perché a partire da oggi apro il blog agli interventi di scrittrici, scrittori, lettrici e lettori sul punto.
Lo faccio per due motivi. Primo, non amo le tempeste social, che prevedibilmente si sono scatenate su Mauro, che stimo come scrittore e come persona. Secondo, chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.
Anzi, parliamone. Perché in questo schifare tutto ciò che non è realista (non è il caso di Covacich, ma del collega difensore e di molti altri sì) si perde non soltanto l’opportunità di leggere libri meravigliosi, e molto più letterari dell’ennesimo memoir. Ma ci si dimentica un particolare. Tutta la letteratura è fantastica. Anche se non vogliamo dircelo.
Dunque, comincio da qui, con il primo intervento. Il mio, che riporta qui parte degli articoli che da sei anni scrivo per l’amato Linus.
Il fantastico e lo specchio
Ci piace pensare che la fantascienza abbia previsto il futuro: per meglio dire, ci piace pensarlo in determinati casi. Leggere nell’immediato dopoguerra The World Set Free dove Wells previde già nel 1914 l’invenzione della bomba atomica non rassicurava, così come molti di noi, con l’irredimibile fascinazione che la paura ci riserva anche in circostanze realmente terrorizzanti, hanno ripreso in mano L’ombra dello scorpione di Stephen King, quasi consolandoci per la devastazione di Captain Trips nei giorni della reclusione da coronavirus, o abbiamo creduto che davvero, nel 1981, Dean Koontz abbia previsto la pandemia in Abisso, dove il virus si chiamava Wuhan 400, oppure che Steven Soderbergh abbia avuto doti sovrannaturali nel girare il film Contagion nel 2011. Non funziona così, o dovrebbe essere un medium anche David Quammen con il suo saggio Spillover: semplicemente, scrittori e divulgatori conoscevano le possibilità che poi si sono sviluppate. E’ una vecchia storia, questa. Carlo Fruttero (e altri con lui) ha ripetuto più volte che la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”.
Il punto, insomma, non è capire se davvero Aldous Huxley pensasse al venturo Ritalin quando, ne Il Mondo Nuovo, descrive un’umanità resa felice e quieta da una droga che si chiama soma. Semmai, il tentativo di chi scrive è quello di usare la narrativa per raccontare le nostre debolezze di esseri umani, e il modo in cui gli scrittori di letteratura fantastica le hanno viste e restituite. Capire le nostre paure, anche, che si inanellano indietro nel tempo e si somigliano tutte. Questo, del resto, fanno i precog: se ricordate, sono stati immaginati da Philip K. Dick in Minority Report, in un anno, il 2054, che a lui appariva lontano e che oggi non lo è poi tanto, e sono persone con doti di precognizione amplificata, in grado dunque di sapere anticipatamente chi e quando commetterà un delitto. Dunque, i colpevoli che ancora tali non sono vengono arrestati senza ancora aver fatto nulla, solo per averne eventualmente avuto l’intenzione. Tutta invenzione? Ehm, no, gli algoritmi predittivi esistono e sono parecchio usati in quello che viene chiamato “pre-crimine”.
Bene, la fantascienza ha sempre agito così: intuisce ciò che non è avvenuto. C’è una serie televisiva che si chiama Altered carbon, di Laeta Kalogridis, e che è tratta dalla trilogia cyberpunk Bay City di Richard K. Morgan, pubblicata nel 2002 e ambientata nel 2384. L’idea di fondo è che la coscienza umana possa essere trasformata in un codice, detto I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su un supporto, una “pila corticale” inserita nella colonna spinale, e trasferita da un corpo all’altro quando il precedente si logora: significa l’immortalità, quasi per tutti. Quasi, perché la tecnologia è costosissima, e di fatto nel romanzo si avvera quello che documenta il giornalista Mark ‘O Connell in Essere una macchina, la bella inchiesta che ha condotto sui transumanisti, siano essi seguaci dell’ibernazione o, come in Altered Carbon, stiano sperimentando davvero il download dell’anima, o quel che sia. Nella serie, e nell’inchiesta, si ipotizza che nel futuro la lotta di classe potrebbe essere una lotta per l’immortalità. Ed è quel che avviene nella storia di Morgan,, dove i “Mat”, ricchi e potenti, sono simili agli dei perché hanno a disposizione custodie illimitate e relativi backup delle proprie IDU. La resistenza sarà annientata facilmente: viene da un gruppo capeggiato dalla stessa donna che ha ideato le IDU e che ha compreso che l’immortalità uccide l’essenza stessa dell’umanità.
Ancora. L’esistenza di dimensioni altre in cui entrare e da cui (forse, con fatica) uscire è faccenda antica. Precede la meccanica quantistica, se si pensa che Jorge Luis Borges ha usato il concetto di universi paralleli molto prima (Il giardino dei sentieri che si biforcano). E prima di lui ci fu il filosofo Auguste Blanqui, che nel 1872 indagò gli aspetti teorici e filosofici di un universo a infinite dimensioni nell’opera L’Eternité par les astres. Non si tratta solo dei viaggi nel tempo cui da ultimo la fantascienza scritta (Ted Chiang) e cinematografica (Interstellar) torna a dedicarsi, ma di quei mondi paralleli che Stephen King ha sempre prefigurato, nella saga della Torre nera e in tutti i romanzi che ne derivano, o che la precedono.
Mi fermo, perché altri continueranno. Ma voglio soffermarmi su quell’antico disprezzo, o sospetto. Che si attenua solo quando un autore “letterario” usa dichiaratamente il fantastico. Ma non sempre.
Ricordo quando uscì Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro, la quest dei due coniugi bretoni Axl e Beatrice per cercare le origini della propria amnesia in un paese smemorato, e con ogni probabilità i due innamorati non sono altri se non Lancillotto e Ginevra divenuti anziani. Allora, molti miei amici che vivono nel mondo dei libri protestarono. Non un fantasy, dissero, passi per la distopia di Non lasciarmi, ma un fantasy no. Non leggeremo mai un romanzo dove c’è un drago, dissero ancora. Anzi, una draga. Pure femmina, aggiunsero.
Era il 2015, e molto sta cambiando: non solo perché Ishiguro ha, nel frattempo, vinto il Nobel per la letteratura nonostante la draga, ma perché il disprezzo verso la narrativa fantastica sembra essersi incrinato. Anzi, avviene sempre più spesso che si tenti di nobilitare i romanzi fantastici e che si rintraccino ascendenze letterarie e filosofiche in Stephen King, per esempio, o che qualcuno ammetta di aver evitato fin qui la lettura di Tolkien credendo che si trattasse di un trastullo per ragazzini (di destra, per di più), oppure ancora che si levighi il genere e lo si pieghi e lo si spinga come la vera culla degli sperimentatori e dei cesellatori del linguaggio, che spesso cambiano appena la cornice e si dedicano alle torsioni della struttura narrativa, perché sono interessati alla propria lingua, ma non al contesto.
Quel che non accade ancora, volendo essere pretenziosi, è che si riconosca valore all’intera storia del fantastico così come è arrivato fino a noi. Inclusa la parte sporca, quella dei pulp americani del secolo scorso, quella che James Ballard chiamava, con convinto affetto, la “discarica di immondizia”. Ecco, in quella montagna puzzolente della serie zeta, linguisticamente improbabile e spesso ingenua nella costruzione, non solo non si sono mai affondate le mani, ma si è distolta la faccia col naso tappato, senza considerare che, come diceva un fine studioso come Antonio Caronia, “i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio”.
Quel che avviene quando il fantastico diventa accettabile e le barriere si incrinano (alcune: quella critica, con virtuose eccezioni, resta non espugnata) e quando anche gli innamorati del realismo scoprono territori in cui non si sarebbero mai addentrati, è che la narrazione cambia. Perché uno dei fattori determinanti nella mutazione collettiva si deve all’impatto e al successo delle serie televisive, che negli ultimi anni hanno rilanciato e amplificato il punto di vista del possibile. Avviene in forme diverse e anche con risultati diversi, da Game of Thrones a Black Mirror, da Dark a Lucifer, da Russian Doll al Racconto dell’Ancella. E, naturalmente, a Stranger things, col suo carico emotivo da nostalgia canaglia.
Avviene anche in letteratura, sempre più spesso. Raccontava Ursula K. Le Guin a Neil Gaiman, nel 2014:
“I miei libri si muovono liberamente tra realismo, fantascienza, fantasy di vari tipi, storia romanzata, fiction per giovani adulti, realismo magico, parabole e altri “sotto-generi”, tanto che in larga parte non sono classificabili in alcun modo; ma sono stati sbattuti in blocco nella pattumiera fantascientifica, o etichettati come sotto-letteratura infantile. Le etichette restano appiccicate. Anche oggi i pregiudizi sui generi sono molto diffusi. Mi capita di incontrare certe matrone che mi parlano molto gentilmente di quanto i loro figli apprezzino i miei libri, ma loro naturalmente non li hanno letti. No, quando mai! Leggono letteratura realistica, tipo The Help o Cinquanta sfumature di grigio . Ma i muri contro i quali mi sono battuta per tanto tempo ora sono crollati. Sono felice di vedere autori come Michael Chabon o Kij Johnson, David Mitchell o Jo Walton – e soprattutto il compianto José Saramago! – che volteggiano ovunque nel paesaggio letterario, usando liberamente frammenti di generi per costruire i loro bellissimi racconti, trovando forme che sfuggono a ogni classificazione per le loro storie irresistibili. E noto con piacere che la reputazione letteraria di grandi non realisti come Jorge Luís Borges o Italo Calvino è stabile, o anzi in ascesa – come del resto quella del “creatore degli Orribili Orchi”, o di qualche oscuro autore di storie di astronavi come Philip K. Dick, mio ex compagno di classe alla Berkeley High School. Vive la Révolution!
Stendhal, da quell’austero realista che era, si vantava di aver creato coi suoi romanzi «uno specchio al lato della strada» per riflettere la realtà. Che però non può fare ciò che invece fa la fantascienza: mostrarti il mondo, o te stesso, da un punto di vista mai conosciuto prima. Perché la fantascienza, quando è seria, descrive il mondo reale e gli esseri umani, né più né meno della letteratura realistica (anzi, a volte anche molto più delle storie trite e ritrite di qualche famiglia scombinata del ceto medio-alto della East Cost).”
Le cose stanno cambiando, aveva ragione Le Guin. Ma non solo nella direzione “slipstream” di Chabon e Mitchell, e di tutti coloro che sanno che il realismo, in letteratura, è solo una deviazione, una necessità della borghesia, prima, e poi di tutti coloro che intendono essere rassicurati su come sono e su cosa fanno. Uno specchio tranquillo, in cornice d’ottone, o anche d’oro, per carità, che non deforma l’immagine come avvenne, nel 1948, ai lettori del racconto La lotteria di Shirley Jackson, che tempestarono il giornale di lettere di protesta perché in quello specchio avevano visto la loro faccia orribilmente distorta. Giorgio Agamben usò un’espressione bellissima che riguarda il modo in cui la parte più nobile dei narratori fantastici agisce: sapeva, cioè, “ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo”. Lo fece la narrativa fantastica di Dick, di Ballard, di Burroughs, che riuscivano a vedere il futuro che si stava preparando, e che ancora Antonio Caronia definì un futuro privo di futuro: un “onnipresente presente”. E’ esattamente il punto in cui siamo ora.
Pensate alle molte distopie che leggiamo o che seguiamo al computer, alcune molto belle peraltro, ma quasi tutte a un passo da noi, come se quel mondo da immaginare e restituire fosse troppo, troppo vicino, e fosse dunque una replica appena smarginata del nostro. Quando guardiamo Black Mirror vediamo già noi stessi e la nostra ossessione per i social o i videogiochi o per il controllo: la distorsione è leggera, la prefigurazione è già il nostro reale. Il fantastico questo racconta, sia nella meravigliosa discarica della serie zeta e nelle visioni di Ballard e Dick.
Cos’è questa, se non letteratura?
Grazie per questo intervento. Da lettrice appassionata, aggiungerei solo, anche la fantascienza che analizza il passato libera dai vincoli del realismo, proiettandolo in un futuribile o un parallelo che permette di esasperarne le vicende (la rilettura della conquista del west americana di Cronache Marziane, o dei meccanismi del crollo dell’Impero romano ne Il ciclo della findazione di Asimov). La Le Guin scrisse un articolo molto bello su questo, difendendo il genere da chi lo considerava escapista, affermando proprio che lo slancio in avanti, la possibilità di proiezione in mondi altri e immaginari, permettesse a volte di raccontare la realtà presente e passata i suoi vizi, le sue storture, in modo più intenso che nel racconto realista.
…che stanchezza.
Non si pretende che Covacich sia infallibile, ben venga il suo limite che ammette lui stesso, tutti ne abbiamo uno e cocoliamolo perché paradossalmente ci rende liberi.
Ma l’istigazione alla caciara? Perché parlare di qualcosa che non sai e non ti piace e non ti interessa davero? Il motivo che ti spinge, quale sarebbe? Un pezzo da consegnare e una scadenza imminente, il caldo che dà alla testa, una forma di antipatia personale che non sai più gestire, un trauma irrisolto (la prima cotta dell’asilo ti ha mollato per andare a vedere Blade Runner con un altro, da qui lo strazio che perdura), o cosa?
Me lo immagino che per trovare un argomento mette i post-it sul pavimento poi gira la bottiglia e alè, povera fantascienza, stavolta tocca a te. Diversamente non me lo spiego.
Ma in ogni caso, anche no ragazzi. Anche no davvero. Cerchiamo di essere meglio di così, per favore.
Cara Loredana,
anch’io non sono in sintonia con il poco interesse di Mauro Covacich per la fantascienza, che ho sempre letto con passione. Però mi sembra che una delle (sottolineo: una delle) caratteristiche della fantascienza sia stata e continui a essere anche (sottolineo: anche) la sua “vocazione predittiva” (cito un tuo post).
Giusto per fare un esempio, incollo qui la quarta di copertina di un numero di Urania dell’estate 2025, intitolato “Tecnologie del futuro”, che presi in edicola e trovai molto interessante.
«TECNOLOGIE DEL FUTURO
Cosa succede quando un autore di fantascienza si lascia ispirare dalle idee di uno scienziato? Se lo è chiesto il curatore di questa antologia tutta italiana, Marco Passarello, parlando con tredici scienziati dell’Istituto Italiano di Tecnologia per poi proporre gli argomenti emersi dalle sue interviste ad altrettanti autori del panorama fantascientifico del nostro paese. Dalla robotica alla conservazione dei beni culturali, vi presentiamo un’antologia che spazia dai temi classici della fantascienza all’elettronica stampata e commestibile, affidati alla penna di autori che non hanno esitato a cogliere la sfida. Quindi mettetevi comodi e benvenuti nelle scoperte del prossimo futuro.»
Se diamo addosso a Mauro Covacich, dovremmo farlo anche con i redattori di Urania, non ti pare?
Un’ultima osservazione: non sono d’accordo con il tuo passaggio dall’esempio singolare al plurale generalizzante.
Ti cito: «chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.»
Be’, a me risulta che a usare quegli argomenti in difesa di Mauro sia stato solo uno scrittore, in un unico commento su Fb: mi sbaglio? Perché allora lasciar credere, con quel tuo ripetuto plurale “scrittori letterati”, che ci sia stata una sollevazione di gruppo dei presunti “letterati” contro la scrittura “di genere” e i suoi sottogeneri ecc. ecc.; non credi che così si alimentino contrapposizioni di categorie “sindacali” inesistenti?
Un abbraccio!
Grazie del suo ottimo approfondimento. L’articolo di Covacich si commenta da solo ma non mi sembra giusto fermarsi solo alla vetusta polemica tra sub cultura di genere e cultura alta. Nella la seconda parte lo scrittore apre ad un tema interessante e forse davvero impossibile da immaginare se non nel nostro oggi, una frammentazione del pensiero che raggiunge una parcellizzazione inimmaginabile solo dieci anni fa. Persino nello straniante “Ghost in the shell” di Momoru Oshii non si poteva percepire questa disintegrazione del contesto culturale come quella osservata sui nostri social.
Covacich, nel suo commento sembra un boomer fermo ai tempi di Star Trek mentre le invenzioni letterarie e scientifiche ipotizzate da una moltitudine scrittori, gli arti bioingegnerizzati e le reti neurali mostrate da disegnatori e registi fin dagli anni ’70 ci hanno portato ad immaginarci un futuro distopico e alienante che mai come oggi mi sento di vivere. Mi sembra quasi di essere come l’apatica Mildred di Fahrenheit 451, assuefatta e soddisfatta della sua interfaccia di piacere, disinteressata al perché delle cose perché le cose non si incontrano più.