Ad averlo saputo prima, che la fantascienza avrebbe raccolto tante riflessioni. Oggi ospito quella di Stefano Pifferi, docente di Letteratura Italiana e Letteratura Italiana di Viaggio presso l’Università degli Studi della Tuscia, che non solo parte da Manzoni ma pone una questione interessante che riguarda il romanzo tutto.
Di serietà e sguardi a distanza
di Stefano Pifferi
Nel 1827, recensendo i Promessi Sposi sotto lo pseudonimo/sigla K.X.Y., Tommaseo ebbe a considerare Manzoni come il primo letterato serio che si era “abbassato a donarci un romanzo”. Mezzo secolo prima, Giuseppe Baretti nella sua “Frusta letteraria”, criticando quello che era il campione del romanzo in Italia ovvero Pietro Chiari, indicava come pubblico del romanzo i “servidori di livrea” e “le più plebee nostre donnicciuole”, depotenziandone in maniera quasi classista il portato.
Nei decenni formativi del romanzo italiano, mentre le grandi letterature europee avevano già codificato e canonizzato il romanzo oltre che averne sfornato i testi che consideriamo classici, il sistema letterario italiano costruito e consolidatosi sulle fondamenta di altri e più antichi classici, continuava a opporre strenue resistenze a un genere che oggi, più o meno consapevolmente, associamo automaticamente al libro; alla domanda “che libro stai leggendo?” la risposta è spesso il titolo di un romanzo, sottolineando come, seppur indigesto e/o schernito almeno fino alla metà dell’800, il romanzo abbia soppiantato e sbaragliato ogni altra forma letteraria.
Se aggiungiamo che nel 1860 il romanzo di fantascienza di Nievo Storia filosofica dei secoli futuri, considerato un antesignano della fantascienza, veniva accolto freddamente come un divertissement ora satirico, ora filosofico, sicuramente non fantascientifico – e non per questioni di nomenclatura e datazione – e che il padre del Romanticismo italiano Alessandro Manzoni ironizzava sul “guazzabuglio di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca stravagante, una abiura in termini dei senso comune” associato al termine Romanticismo in favore di una poetica basata sulla triade vero/utile/dilettevole, il risultato non può che essere il seguente: se questa era grossomodo la considerazione che un genere ibrido e nuovo, portatore di voce e istanze per una nuova società in via di definizione, quindi con una funzione sociale forte e costitutiva oltre che meramente culturale e letteraria, aveva a quell’altezza temporale non appare strano che le deviazioni più “strane” di quel genere non abbiano trovato spazio nella letteratura seria italiana.
Che la fantascienza, in quanto “letteratura di genere”, definizione bellissima nella sua fumosità, venisse relegata ai margini, beh, non è proprio una sorpresa, quindi, quanto una conseguenza volendo anche naturale di un certo conservatorismo (mai sopito) del sistema letteratura italiano.
In senso più generale, il romanzo serio, il “grande romanzo borghese” d’accordo con Franco Moretti, ha via via ristretto i propri orizzonti, temporali come contenutistici; si è ristretto, ha cominciato a guardare troppo al sé, al quotidiano, al consueto, deformandosi verso le derive recenti del memoir e dell’autofiction, in sostanza perdendo di vista la visione collettiva, l’utilità generale, lo sguardo/slancio in avanti. Dalla dimora principale della letteratura seria, riprendendo una efficace riflessione di Ghosh, ciò che un tempo era definito ‘gotico’, ‘romance’ o ‘melodramma’ e oggi ‘fantasy’, ‘horror’ e ‘fantascienza’ è stato esiliato “in una delle più umili abitazioni che circondano il castello”. Ma da quelle posizioni periferiche e apparentemente non canonizzate – che almeno accademicamente periferiche non sono più, vista la messe di studi, convegni, riviste, pubblicazioni sulla fantascienza in ogni suo rivolo e forma –, quella tipologia di narrazioni è riuscita a offrire un punto di vista diverso, una visione diversa, più critica e originale. E lo fa proprio in virtù della distanza e, spesso, dell’opposizione a un “centro” fossilizzato sulla citata “rappresentazione di una circoscritta quotidianità borghese” che forse è ciò che consente alla fantascienza di mantenere intatta tutta la sua forza e il suo fascino nell’ipotizzare mondi o situazioni che sono già qui ora ma vanno solo osservati da una prospettiva differente.