Fra le centinaia di commenti del post di giovedì, ce ne sono tre, a firma Wu Ming 1, che riguardano la scrittura e il genere. Dal momento che ritengo il tema decisamente, centrale, li riporto qui, di fila.
Non ci suona mai strano che quando si parla di scrittori si facciano quasi sempre elenchi di autori maschi, mentre gli elenchi di autrici, nove volte su dieci, si fanno solo se si sta parlando di “scrittura femminile”. Fuori da quella cornice specifica, elencare solo autrici suona strano, e se qualcuno lo fa (come Alfonso Berardinelli in una puntata recente di Fahrenheit), gli viene subito chiesto: “Come mai ha elencato solo donne?” (Berardinelli ha risposto, più o meno: “Mi è venuto così. Se avessi elencato solo uomini, me l’avrebbe fatto notare?”)
Noi maschi abbiamo abitudini, espressioni del nostro carattere, rituali quotidiani che si sono sviluppati grazie alla disparità tra i generi. Per forza tendiamo a non vederla, e ce la devono far notare le donne. Noi siamo totalmente immersi nella disparità. Quindi la nostra percezione, in sé, vale poco o nulla. Quando un maschio mi dice che non gli sembra che in giro ci sia tutta questa discriminazione della donna, io gli rispondo: “Appunto: non ti sembra”. Tu dici che “non osservi” disparità. No, Giuseppe, tu (come me) la disparità non la vedi. E’ diverso. Noi non la vediamo, non ce ne accorgiamo nell’immediatezza, dobbiamo ogni volta “pensarci”, arrivarci con il ragionamento, sforzandoci di guardare da fuori la nostra posizione di predominio.
Tutto è sessuato: esiste eccome una scrittura maschile, un cinema maschile, un’arte maschile, solo che quella “mascolinità” è interpretata come la normalità, la natura delle cose, perché il punto di vista maschile sul mondo è quello dominante, è quello “di default”. Quindi tale “sessuazione” viene notata e fatta notare molto più di rado. Noi maschi nemmeno ce ne accorgiamo che il mondo è sessuato a nostra immagine e somiglianza, devono sempre farcelo notare coloro che ci vivono in modo …meno comodo. Invece lo sguardo delle donne (che, s’intenda, è uno sguardo plurale, molteplice; non vorrei essere frainteso e accusato di considerare le donne tutte uguali!) è considerato l’eccezione, “l’altro” punto di vista, da tenere in considerazione per “contentino”, e in ogni caso è la cornice minore, il sotto-insieme.
Per questo si parla di autrici prevalentemente in dibattiti a tema specifico (”il ruolo delle scrittrici” etc.), mentre si parla di autori maschi sempre. Appunto: noi siamo “l’impostazione di default”: accendi un qualunque terminale della macchina sociale, e parte la modalità maschile; per tener conto delle donne, un maschio deve sempre andare sulla barra degli strumenti, cliccare “Opzioni” e cambiare l’impostazione.
Quello che fa intuire la “sessuazione” di un’opera è soprattutto ciò che nell’opera viene rimosso. E’ dall’assenza, dalla mancanza, dall’esclusione di aspetti della vita fondamentali ma ritenuti automaticamente “pertinenti” al solo mondo femminile che si capisce quanto un autore maschio rimanga confinato nel proprio punto di vista o in che misura riesca a uscirne, o almeno problematizzarlo.
Faccio l’esempio dell’Autobiografia di Benjamin Franklin. Da sempre Franklin è visto, descritto e ammirato come l’epitome dell’inventore poliedrico, del “self made man”, del genio-a-tutto-tondo: scienziato, filosofo, politico, scrittore, editore, affarista, imprenditore, diplomatico, educatore… Un autentico prodigio. E l’autobiografia racconta questa parabola umana caratterizzata da versatilità, quasi-ubiquità, vulcanica verve e volontà di potenza creatrice. Il libro è uno dei grandi classici della letteratura (e dell’ideologia) americana.
Ora: Franklin ebbe tre figli e una plètora di nipoti.
Franklin ebbe sempre tutto il tempo che voleva per dedicarsi alle sue numerose imprese per un motivo molto semplice e banale. Talmente banale che nessuno ci pensa mai, e questo vale per *tutti* i Grandi Uomini della Storia (artisti, politici etc.)
Il motivo molto banale è che dei suoi figli se ne occupò esclusivamente la moglie. Come tante, innumerevoli mogli e compagne, quella donna si occupò dell’ambito domestico e parentale, lasciando libero l’uomo di “estroflettersi” verso il mondo e l’Imperitura Memoria.
E questo è il grande rimosso dell’opera che ho preso ad esempio. Questo mondo in ombra che permetteva lo svilupparsi del mondo baciato dal sole, nel libro di Franklin è presente solo in sporadici, vaghissimi incisi e parentesi, e sempre come pretesto per rafforzare ulteriormente l’immagine del Franklin “saggio uomo pubblico”. Un esempio?
“Nel 1736 persi uno dei miei figli, un bel fanciullo di quattro anni, a causa del vaiolo contratto nella maniera solita. Ho rimpianto a lungo amaramente e tuttora rimpiango di non averglielo fatto iniettare come vaccino. Ne parlo nell’interesse di quei genitori che trascurano questa operazione […]” etc. etc.
“Un bel fanciullo di quattro anni” è tutto ciò che veniamo a sapere di quel bambino. Suo figlio. Un fantasma. Un’ombra passeggera.
Ecco, questa per me è l’apoteosi della scrittura sessuata maschile.
E, attenzione, non è solo un problema del XVIII secolo: persiste ancora oggi, raramente messo in discussione.
In quanti, leggendo un libro scritto da un uomo, si accorgono della suddetta esclusione?
In quanti romanzi scritti da uomini si tiene conto dell’immensa mole di lavoro femminile sovente non riconosciuto come tale (lavoro domestico, mestiere di madre, di moglie etc) che, se non venisse svolto, eliminerebbe la possibilità di vedere i personaggi maschili scorrazzare sulle pagine, saltando da un’impresa all’altra?
Vero, è comunque possibile una “cura” per l’uomo, anche se certamente non definitiva e completa.
Tempo fa ho avuto un grave incidente che mi ha reso disabile per un certo periodo di tempo, e mi sono reso conto di cosa davvero significhino le barriere architettoniche e quali enormi difficoltà c deve affrontare chi non può camminare. Prima non avrei in nessun modo potuto comprendere appieno la condizione di chi vive privo di alcune abilità.
Allo stesso modo se un maschio vuole iniziare a comprendere l’universo femminile credo debba vivere per un certo tempo “da donna”. Ovviamente non sarà possibile “superare” le diversità fisiche, ma è possibile trascorrere sei mesi ad occuparsi della prole, della lavatrice, dell’asse da stiro e delle varie relazioni sociali che di solito sono “a carico” delle donne
Io ci ho provato sostituendomi a mia moglie e ho “capito” parecchie cose.
Ovviamente solo una parte del tutto.
Wu Ming dice bene. Aggiungo: anche senza figli/e e cose a cui badare, gli uomini sono sempre stati più avvantaggiati delle donne nella cultura non fosse altro perché fino a poco tempo fa’ le donne non potevano manco studiare.
La cultura è appannaggio del genere dominante da sempre, ancora oggi.
In Italia, è sufficiente riflettere sul linguaggio che adoperiamo nella vita di tutti i giorni e non solo nella scrittura per capirlo, dove il maschile è usato come genere dominante, definisce ogni insieme di persone ed è adoperato in termini assoluti (l’uomo/gli uomini intesi come la globalità delle persone, ad esempio), i termini professionali declinati al femminile sono ancora pochi e spesso peggiorativi e via dicendo. In pratica, facciamo un uso sessista della lingua ogni giorno.
E poiché il linguaggio è la forma del pensiero su cui un popolo costruisce il suo mondo e la propria cultura, capite bene la portata di questa situazione.
Riprenderei anche un’altra considerazione, ancora più specifica rispetto a quelle del mio socio WM1. Nelle lunghe discussioni sul tema del femminile che si svolgono su questo blog, capita sovente di dirsi: “Non esiste una questione femminile disgiunta da una questione maschile”. E si fa notare che questa imprescindibilità riguarda tanto il merito quanto il metodo dei dibattiti che avvengono qui (cioè certe modalità di confronto).
Ce lo diciamo, affermiamo che di questo bisogna ovviamente tenere conto… e continuiamo imperterriti a discutere come prima. Il che dimostra che, al di là delle belle enunciazioni, di “ovvio” non c’è proprio un bel niente. La vera difficoltà è che noi maschi siamo tanto pronti e reattivi quando si tratta di discutere di modelli femminili quanto poco siamo capaci o disposti ad analizzare (o “decostruire”) la nostra sessualità, i nostri modelli, il nostro modo di porci. E poco importa che la realtà quotidiana, i dati statistici, le cronache giornalistiche o giudiziarie, parlino chiaramente a tutti di quanto tali modelli permeino la società e il sistema di potere vigente. E non mi riferisco soltanto alle arcinote vicende berlusconiane intese in senso stretto, ma anche a quelle assai più trasversali che non sempre assurgono alle cronache nazionali. Scrivo da una città, Bologna, in cui il centro-sinistra ha visto cadere o sostituire sindaci, candidati sindaci, aspiranti candidati a cariche di vario genere – tutti maschi – davanti a un certo modo di gestire il rapporto con l’altro sesso. Solo in alcuni di questi casi le vicende sono note, in molti altri le cose si sanno, ma si è agito preventivamente affinché non affiorassero (anche se da queste parti garantisco che le conosciamo tutti benissimo).
Ora non possiamo fare finta che il rapporto sesso/potere non riverberi quello tra maschile e femminile, così come non possiamo fingere che il potere non rispecchi certe caratteristiche profonde della società. Possiamo trascorre giorni interi a discutere in quale misura i mass media siano corresponsabili dell’affermazione o della giustificazione di certi modelli, ma questo non cambia di una virgola il dato reale che risulta sempre più in tutta la sua evidenza. C’è qualcosa, una mentalità, un’atteggiamento, una pratica relazionale, che sta a monte della rappresentazione mediatica (alla quale confesso di appassionarmi solo relativamente) e che ci riguarda tutti nel quotidiano. Perfino i dibattiti in questo blog, dicevo, se adeguatamente decostruiti, sono rivelatori dei dispositivi in cui siamo immersi e che agiscono anche se – con molta coscienziosità e correttezza politica – li nominiamo e li stigmatizziamo come tali. Non c’è proprio niente di cui “tenere conto”, non c’è un di più che dovrebbe corredare le nostre riflessioni. C’è una rivoluzione copernicana da compiere nell’ambito del discorso. Che sarebbe poi, appunto, come ribaltare l’autobiografia di Franklin, leggendone i vuoti e le assenze anziché i contenuti (l’autonarrazione maschile del mondo).
Faccio tutti i miei complimenti a Wu Ming1. I commenti sopra sono eccezionalmente chiari e illuminanti.
Una sola cosa, però. L’unica nota che stona, a mio avviso, è un’aprioristica fiducia nelle donne che avverto negli articoli.
WM1 è stato chiarissimo e molto raffinato, devo dire, nello specificare che si tratta di uno sguardo “plurale, molteplice”, che distingue tutte le donne. Fin qui ci sono. Ho l’impressione, però, che qui si dica che se non sono le femmine a far notare e comprendere ai maschi i loro disagi, le loro limitazioni e l’impronta maschile della società nei suoi molteplici aspetti, questi ultimi resteranno sempre un passo indietro nella riflessione comune e quindi nella possibilità di dare un contributo positivo teso al benessere comune.
Nella mia personale esperienza posso dire questo. Senza dubbio ho dovuto e devo sempre fare il lavoro di cui parlo WM, di portare fuori il mio sguardo, di portarmi fuori, e sono felice di riconoscere una gran parte del merito di quello che sono riuscito a fare alle donne – femministe storiche, opere comprese, e donne comuni della mia vita. Ma è vero anche che alcune tra le più sofisticate ed efficaci riflessioni sul genere mi sono arrivate dal confronto con altri maschi, omosessuali, nella maggior parte dei casi, ma non solo. Per citarne uno: trovo il testo di Stefano Ciccone, “Essere maschi”, eccezionale.
Trovo sbagliato e falso pensare ai maschi come svantaggiati, che hanno bisogno di una spinta. Non è questo il quadro che ho in mente.
Ma forse non è questo quello che WM1 intendeva, di preciso.
Sono qui per qualsiasi chiarimento.
In ogni caso: complimenti ancora. E grazie.
@amedeo non vorrei parlare per WM1 però non penso che veda alcuni uomini come svantaggiati che hanno bisogno di una spinta, credo che individuasse nel genere maschile degli elementi diciamo più aperti, più capaci di farsi contaminare da esperienze vissute da altri, e degli elementi decisamente chiusi, diciamo impenetrabili, questi ultimi sono anche quelli che pensano che la questione femminile non esista. mi sembra insomma una questione di sensibilità e di capacità di comprendere l’altro, la stessa che poi si ritrova in alcuni autori, ad esempio secondo me David Grossman riesce a creare dei personaggi femminili molto autentici, mai stereotipati o fini a se stessi, dipende appunto da quanto si riesce a calarsi nei panni altrui, dote che per uno scrittore dovrebbe essere piuttosto sviluppata
@Wu Ming1
la questione è assai complessa, una scrittrice italiana, in questo particolare contesto storico non ha alcuna possibilità di fuga da dinamiche ben codificate di femminilizzazione dell’opera. Se esce da queste dinamiche, o semplicemente non le interessanto, diventa difficilmente contestualizzabile, di conseguenza vendibile.
Sembra che le donne, e non solo nel panorama italiano, non riescano o non possano produrre romanzi assessuati, dove assessuato è identificato come un’immaginario prettamente maschile.
L’esempio lampante di questo stato di cose è rappresentato dagli articoli su Kathryn Bigelow. Dopo aver ricevuto l’Oscar per The Hurt Locker è stata descritta come “L’unica regista in grado di girare film come un uomo, per uomini” e via dicendo.
La fiction della Bigelow però è completamente assessuata, Strange Days, Point Break, The Hurt Locker, hanno protagonisti maschili, ma non trattano tematiche di genere, però si sente l’esigenza di contestualizzare il suo lavoro. In questo caso viene fatta una maschilizzazione dell’opera.
E’ particolarmente interessante notare che quest’operazione è stata fatta sulla prima donna regista ad aver vinto un Oscar.
Roberto, credimi, da queste dinamiche non se ne esce, perchè non è importante quante donne scrittrici ci sono, quante vengono citate, perchè il meccanismo ha un’inerzia tale da ristabilizzare i criteri del “genere” in modo automatico.
Ci tengo a sottolineare che non credo si tratti di un “contrattacco”, di una congiura ai danni delle donne, penso che il blob sia talmente vasto e complesso, radicato, che funzioni automaticamente
Oh, meno male. Ieri sera ho ringraziato per questi interventi di WM1 e altr*, per aver fatto emergere anche questo. Sarà perchè sto leggendo i racconti di Alice Munro…
Ora, questa ‘immedesimazione’ maschile nel femminile per capirlo e soprattutto capire e intuire la disparità, richiede una buona dose di umiltà. Bisogna fermarsi un attimo e rifletterci bene.
Non ha a che fare con molta della retorica (dolcezza, comprensione, cura), ha a che fare con cose decisamente concrete, e mi dispiace solo che qui da noi ancora molti uomini ‘si rendano conto’ solo passandoci direttamente, quando devono condividere ruoli e mansioni con le proprie compagne o madri, ecc ( e non è detto – la consapevolezza non è automatica). Questo vuol dire appunto che l’intero sistema non ha mai cambiato l’impostazione di default, non ha mai osservato veramente l’altra metà del cielo. Che è quello che invece è accaduto laddove la donna è riuscita a rompere barriere invisibili, compreso il ‘glass ceiling’. E mi sembra che gli uomini ci perdano molto.
Ma una mano tesa è fondamentale per costruire!
Loredana, questo post oggi ha bucato pure il nebbione che c’è qui!
Ci sono due punti deboli nel discorso di Wu Ming1.
1. Far coincidere sesso e genere.
2. L’unico orizzonte è il binarismo sessuale.
Anche queste sono modalità di vedere le cose assegnate di default dall’educazione, e ovviamente anche su queste bisognerebbe lavorare.
Interessante questa predilezione lipperiana per guru rigorosamente maschili quali interpreti della questione femminile.
Un po’ OT e un po’ in tema: Una nota casa produttrice di cartoni animati fece uno studio e scoprì che se il protagonista è femmina il cartone vanno a vederlo quasi solo le bambine, se è maschio vanno entrambi. Ecco che Chicken Little, Nemo, persino Wall-e Saetta McQueen sono maschi.
@Lucio Angelini: la questione è maschile…:- ))
@Paola di Giulio. Eh no. Noi maschi siamo in minoranza, rispetto alle donne del mondo.
La nota casa è PDI-DreamWorks
Uno dei grandi che si attine rigorosamente a quello studio è Tim Johnson, produttore esecutivo e regista di opere come “Z la formica”
Tim Johnson che è una persona assai simpatica tiene brillanti speech su “La creazione dell’eroe nel cinema d’animazione”.
E vi posso assicurare che gli americani sono assi politically correct, ma se lo dice un accurato studio marketing è vero.
E’ il discorso di prima…
Adesso mi prendo i pomodori in faccia 🙂
Ma il mio pensiero è questo:
la questione femminile esisterà finchè si parlarà di una questione femminile.
Io tutti questi problemi “femminili” non li vedo, non li vivo, non li sento miei.
Ho altri problemi, questo sì, ma la discriminazione non mi sfiora. Forse sono fortunata io, almeno in questo!
Giulia, i pomodori no. Però è proprio grazie a una mentalità che si occupa solo dei problemi propri, ignorando quelli altrui, che siamo dove siamo.
Non ho letto i commenti, ma grazie a WM1 e grazie a Loredana di averne fatto un post. L’ho letto e mi sono sentita un po’ meglio.
quando dico “ho altri problemi” non intendo che ce li ho in casa (beh anche lì…ma non mi riferivo a quelli), ma che li vedo nel quotidiano, sul lavoro, con gli amici, in tv (ecco..in tv ci vuole pazienza prima di trovare qualcosa che parli di problemi veri), insomma nella vita.
Non dico che nel mondo non esista la discriminazione. Purtroppo quella c’è e ce n’è in grande varietà e quantità, mi pare solo che almeno quella femminile nelle società contemporanee ed evolute non sia un problema che influisce in maniera decisiva sulla vita di una donna.
Però magari sbaglio, può essere che la mia percezione sia sbagliata, ma io mi auguro di no, ovviamente.
@giulia non so se studi o lavori, e in quale ambiente, però è possibile che non ti sia accorta di alcune discriminazioni perché in alcuni casi ciò avviene in maniera subdola e diciamolo francamente vigliacca, non voglio certo insultare la tua intelligenza o la tua sensibilità ma osserva attentamente alcuni ambiti della nostra società e ti accorgerai di come alle donne siano riservati esclusivamente certi ruoli e certe mansioni, per stare alla politica io vorrei tanto un bel ministro dell’economia o degli esteri donna e per quel che riguarda la mia esperienza personale: dove lavoro l’impresa di pulizie ha dipendenti di entrambi i sessi ma sorpresa solo le donne sono addette alla pulizia dei servizi igienici, è una cosa piccola e stupida però è così se in turno ci sono solo uomini i bagni non vengono puliti!!
Giulia, e da dove trai queste convinzioni? Solo dall’ambiente che frequenti, appunto. Se dovessi sentire il desiderio di informarti, di guardare dati, di leggere libri, di ascoltare testimonianze, ti accorgerai che – purtroppo – le cose stanno così. Non esistono percezioni individuali, in questo caso: esistono fatti. Poi, si è liberi di ignorarli e vivere beatamente la propria fortunatissima vita.
Laura: lavoro in un ambito che per decenni è stato quasi esclusivamente maschile, e ho avuto la fortuna (da quanto leggo fortuna è la parola giusta) di vedere riconoscere i miei meriti pur essendo “giovano donna piacente”. C’è da dire che il difficile deve ancopra arrivare: il matrimonio è alle porte, poi giungerà la gravidanza…vedremo se effettivamente sarà ancora rose e fiori pe rme e colleghe.
Ho la fortuna di conoscere amiche che vivono e lavorano in Francia, Germania, Sudafrica e Australia, e hanno la mia stessa fortuna (ma anche la mia stessa età…no famiglia, no figli ecc…).
E’ vero però che certi atteggiamenti sono assai subdoli e non posso negare di averci avuto a che fare (avevo 19 anni quando il mio capo mi chiese se avevo intenzione di sposarmi…e io mentii).
Forse il mio pensiero è da rivedere in questi termini: la discriminazione femminile esiste, ma abbiamo raggiunto un livello di scaltrezza e una disponibilità di mezzi tali da poterla contrastare con efficacia.
Ecco, vista così è tutta un’altra cosa, lo ammetto.
Efficacia?
Dunque il fatto che una donna su due, in Italia, sia disoccupata. Che gli stipendi delle donne siano più bassi di quelli degli uomini. Che la presenza delle donne in ruoli dirigenziali sia infima (nei cda siamo intorno al 3%). Che le donne muoiano come mosche. Che la rappresentanza politica sia fra le più basse in Europa.
E se vuoi vado avanti, Giulia. Tutto questo è efficace? Ripeto: guardare soltanto alle proprie vite e ai propri privilegi è magnifico per tapparsi gli occhi e fingere di non vedere cosa accade attorno a noi. Ma almeno non trasformiamo l’individualismo in verità rivelata.
Quanto alla parola scaltrezza, mi fa un po’ orrore. Qui non si tratta di essere furbe per aggirare l’ostacolo: si tratta di rivendicare un mondo diverso.
@giulia però è anche triste non trovi che siamo costrette a trovare i mezzi e la scaltrezza per contrastarla, insomma ad un capo non dovrebbe neppure venire l’idea di chiedere se un’ipotetica dipendente vorrebbe sposarsi o avere figli, se la sua preparazione è buona, se i requisiti corrispondono a ciò che l’impiego chiede basta, le domande a cui siamo costrette a dare risposte false sono davvero una tristezza, che poi cosa diavolo dovrei rispondere “no guardi immolerò la mia vita sociale e la mia felicità sull’altare di questa impresa, 8 ore di lavoro e poi via chiusa nel mio eremo!!”
certo che se neanche le donne, donne con un certo grado di istruzione presuppongo, ritengono che esista una questione femminile siamo proprio MESSE MALE. lo sapevo che a leggere i commenti mi passava l’effetto di sollievo provato dopo aver letto il post 🙁
Condivido il punto di vista di Anti: se neghiamo che esista la questione femminile persino noi donne, istruite e “nel mondo”…
E cmq cara Giulia, quando avrai figli, come ti auguro, ti accorgerai amaramente che il mondo lavorativo non tiene minimamente conto della realtà sociale della famiglia e di risposte false a domande tendenziose ne dovrai dare ancora e ancora per guadagnarti un posto al nido e poi alla materna e così via…
Quello che pone wm1 è un buonissimo punto di partenza, è faticoso per chi ha posizioni di predominio vedere le disparità, lo è anche per chi quotidianamente si occupa e si interessa degli altri,per quelli che hanno deciso che sono cazzi miei x intenderci. Abbiamo vista acuta per i problemi dei lavoratori immigrati, sentiamo sulla nostra pelle il peggioramento delle condizioni di lavoro di migliaia di operai, ma cala il buio sulle disparità di genere. Forse andrebbe rivisto il concetto di virilità, liberato dagli stereotipi di cui siamo prigionieri, e questo non solo dai maschi ma anche dalle donne
Quoto ElenaElle. Sposati, e fai un figlio. E se i conti ti tornano anche in quel caso, beh, che dire, buon per te. E male per il Genere!
Ciao, voglio segnalare che esistono anche in Italia gruppi di uomini che riflettono sul maschile in quanto genere. Uno di questi è sicuramente “Maschile plurale”: http://maschileplurale.it/cms/
Loro spiegano molto chiaramente le difficoltà incontrate dagli uomini nel riconoscere la parzialità della loro esperienza. Sono stati cresciuti nell’illusione che il loro sapere fosse neutro, non sessuato. In qualche modo il loro universo simbolico nel descriverli/definirli cancella la loro maschilità. Segnalo a tal proposito un articolo molto interessante di Sandro Bellassai intitolato “Il maschile, l’invisibile parzialità” disponibile al seguente indirizzo:
http://maschileplurale.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=137:linvisibile-parzialitel-maschile-nella-storia&catid=11:un-p-storia&Itemid=12
Scuste l’intervento da nonna papera, ma mi sembra a questo punto lecito commentare: lavorare sui propri default non deve essere impegno solo maschile:-)
p.s. e non solo per le questioni di genere.
@Valeria, no, non deve essere solo un impegno maschile, il problema è che sono ancora pochi gli uomini che lo considerano un impegno loro:-)
@Simona L: grazie per aver postato il link di Maschile Plurale. Stavo per farlo io!
“per stare alla politica io vorrei tanto un bel ministro dell’economia o degli esteri donna”Laura
Solo per precisare che sia pure per breve tempo, un ministro degli Esteri donna c’è stato: Susanna Agnelli (governo Dini)
WM1 dice: ‘Noi non la vediamo, non ce ne accorgiamo nell’immediatezza, dobbiamo ogni volta “pensarci”, arrivarci con il ragionamento…’ Ragionamento? Esperienza? Sensibilità?
@ WM4: ‘C’è una rivoluzione copernicana da compiere nell’ambito del discorso. Che sarebbe poi, appunto, come ribaltare l’autobiografia di Franklin, leggendone i vuoti e le assenze anziché i contenuti (l’autonarrazione maschile del mondo).’
Bene!
Cmq secondo me è sacrosanta l’indicazione ‘teorica’ che porta alla consapevolezza, ma ci sono anche soluzioni pratiche, che sono poi quelle adottate dai paesi dove la disparità di genere è riconosciuta e combattuta – e che aiutano i cittadini a diventare consapevoli, a non far tutto da soli…
Il problema di narrazione e genere è molto interessante, già se ne era parlato, forse da un’altra parte però…
Laura: è tristissimo, non ho detto sia giusto, e se questo è quello che ho fatto trapelare ora dico che no, ovviamente non condivido il mettere una ragazzina in una situazione del genere.
anti: spero che i conti tornino. Non ho però capito perchè mai il “buon per me” dev’essere un “male per il genere”.
Non sono qui ad augurare niente di male a nessuno.
Elena: mi sposo a settembre e, come detto, starò a vedere.
Non avevo capito si parlasse di Italia in particolare.
Ultima cosa, e poi sparisco nel mio angolino, non sto certo dicendo che abbiamo tutto e che non abbiamo diritto a pretendere altro, ma che quanto finora ottenuto non è zero e che quindi qualcosa di efficace è stato fatto. Ora, come promesso, sparisco.
@paolo prendo atto della tua precisazione mi sembra comunque una percentuale decisamente bassa
@valeria sono d’accordo con te ma come dice simona se anche gli uomini non sono disposti a mettersi in gioco non sfuggiremo mai ne ai meccanismi di omologazione ad alcuni modelli, sia femminili che maschili, ne tanto meno all’aggravante della discriminazione sessuale che questi modelli impongono
Cavoli, Giulia, mi deve essere sfuggito qualcosa…
“Story in a game is like a story in a porn movie. It’s expected to be there, but it’s not that important.” John Carmack
“Gli uomini vogliono essenzialmente due cose… donne con le tette grandi e combattere…” Tomonobu Itagaki
Io invece lavoro in questo ambiente… e ci sto benissimo, ma ne riconosco i limiti dell’immaginario, come dire? Un tantinello dopato.
E guarda che sono una delle poche donne, a parte alcuni mitici uffici stampa, dell’ambiente…
In dodici anni ho raccolto una quantità di andototi da manuale…
Alla fine penso che , nel mio caso specifico, non sia una questione discriminazione ma di immaginario. Immaginario che non prevede una sessulizzazione ma è indefinito quindi maschile, come ho fatto notare anche nelle citazioni.
@giulia non so quando leggerai spero tu non ti sia sentita sotto attacco nessuno voleva farti sparire!! credo che ad aver destabilizzato alcune lettrici sia stato il fatto che tu non abbia preso in considerazione il problema perché non ti riguardava da vicino, ci saranno donne più grandi di te dove lavori?sai se riescono a gestire serenamente orari e famiglia? lo hai mai domandato loro?aspettare che la questione ti tocchi per interessarsi del problema sembra piuttosto egoistico. visto che sei stata fortunata come dici perché non ricambiare questa fortuna interessandoti dei problemi di chi non può dire altrettanto!!a presto e chiaramente in bocca al lupo per il matrimonio!!
Anche stavolta, mi trovo in linea con quanto dice Alessandra C e ho poco da aggiungere!
giulia: “avevo 19 anni quando il mio capo mi chiese se avevo intenzione di sposarmi”
voleva fidanzarsi con te o fa questa domanda a tutti, compresi i tuoi colleghi maschi? (e loro devono mentire per non rischiare la carriera?)
“@paolo prendo atto della tua precisazione mi sembra comunque una percentuale decisamente bassa” Laura.
Sembra anche a me. proprio perchè è stato il nostro primo e finora unico ministro degli esteri donna, mi è venuto subito in mente.
Comunque interessante Che alla Donna Che non nota discriminazioni di genere si auguri: sposati e fai un figlio e poi parla. Agli uomini cosa diciamo? Tocca ragionarci.
Il Che si inserisce ottimamente nel post.
Ripeto qui quello che ho già accennato nell’altro thread, scusate se sembro un disco rotto.
Secondo me la “questione dei generi” ha due facce: la prima, la più spinosa e complessa, riguarda l’identità di ciascuno e ciascuna di noi. L’identità degli uomini si costruisce in buona parte per opposizione a quella delle donne, si “staglia” e si fa forte sopra la debolezza, la civetteria, la dolcezza del femminile. L’identità femminile, in modo complementare, si costruisce in buona parte su questi atteggiamenti, che vengono inculcati alle bambine da quando vengono al mondo e che acquistano senso nella relazione con l’uomo, poichè non ne hanno uno autonomo. Tutto ciò non è eterno, ma è un prodotto della nostra storia e quindi può e deve essere cambiato. Deve perchè laddove tende a rifornire i maschi di tutto ciò che serve per sviluppare una personalità vigorosa (amore, ammirazione, tolleranza e via dicendo), alle femmine da molto meno.
A proposito vi riporto un esempio a cui ho assistito:
due mamme alla fermata dello scuolabus. Scendono un bambino e una bambina in età di scuola materna (4-5 anni). Il bambino dice alla mamma che alla mensa hanno servito la pasta coi piselli e che lui ha scartato tutti i piselli perché non gli piacevano. La mamma assente in silenzio. La bambina interviene e dice che a lei la pasta era piaciuta, tanto che ne aveva mangiati tre piatti. La mamma del bambino le tocca la pancia e le dice “infatti si vede che sei ingrassata”. La mamma della bambina resta zitta. Questa scena mi ha gelato il sangue. Come si fa a negare l’appetito a una bambina di quattro anni?
La seconda faccia è politica e riguarda le dinamiche di potere che di questo sistema identitario si nutrono e che hanno tutta la convenienza a mantenerlo saldo. In Italia, oggi, dovremmo ormai essercene fatti un’idea ben chiara.
Ovviamente ho semplificato in modo brutale, e non intendo affatto negare che ci siano donne che si trovano perfettamente a loro agio in questo sistema e uomini che, per contro, lo trovano insopportabile. Tuttavia, credo che questo sistema, con le dovute correzioni certo, esista, che ci sia un gran bisogno di farlo emergere e di smontarlo.
Laura non sono sparita perché sotto accusa ma perché la pausa pranzo è breve, ed era giunta l’ora di spegnere il pc :). Non è che mi sento sotto accusa, per carità, però a volte continuare a rispondere innesca meccanismi infiniti e tutto sommato questo blog non è mio e c’è sempre il timore di “occupare” spazi altrui.
Ora proprio in virtù del poco tempo a disposizione ho scritto in maniera forse poco chiara.
I problemi mi toccano, ma io non li identifico come problemi di femminismo.
Ad esempio mia madre è una di quelle donne disoccupate di cui si parla, ma non credo che la discriminante sia il sesso, bensì l’età (55 anni).
Non è che non mi occupo dei problemi che non mi toccano altrimenti, fidati, sarei davvero una persona egoista ma non è così. Mi ritengo una persona impegnata nel sociale, semplicemente vedo gli stessi problemi da voi citati in un’ottica diversa, ovvero mi sembra che ora come ora non sia solo il sesso la discriminate che fa di un individuo un “individuo debole” (passatemi il termine); altri fattori a mio parere hanno preso il sopravvento sul sesso (l’età, ad esempio).
Capisco bene inoltre che mi si faccia notare (e io stessa l’ho sottlineato) che ancora non sono sposata nè ho figli, ma non credo sia questa l’unica condizione necessaria e indispensabile per farsi un’idea. Non è questa discriminaizone nella discriminazione?
Cioè: ok, sei femmina, ma se non sei sposata e non hai figli cosa vuoi capire della discriminazione vera?
I dibattiti di questo blog, se adeguatamente decostruiti, mettono in luce un’evidente re/azione di re/pressione tesa a occultare proprio quel pensiero maschile/femminile da tempo evolutosi dallo stereotipo di superiorità intellettuale immanente, dio-padre-creatore, denunciato retoricamente da WM1. Probabilmente per guardare da fuori occorre venire da fuori. C’è una retorica che si compiace del maschilismo perdurante come sostanza malata da spiattellare in faccia al lettore smarrito e in cerca di idoli da idolatrare; esattamente come ce n’è un’altra che spiattella in video i corpi nudi delle donne ad uso e consumo di una propaganda neo-femminista reazionaria atta ad aizzare le folle dei puritani. In sostanza gli stessi strumenti/comportamenti che hanno dato origine al disagio nel tempo, vengono ora usati per evidenziarlo e denunciarlo. Le reazioni indispettite alle quali abbiamo assistito a seguito di alcuni miei interventi che (prima su “ilcorpodelledonne” e ora qui) denunciavano questo modo perverso di agire, sono l’essenza e la natura reattiva del disagio psichico all’interno del quale questa società si dondola con quel tanto di sadomasochismo tipico dei soggetti abusati nel tempo. Questa è una società abusata che risponde indispettita al nuovo, all’evoluzione, perché il nuovo scopre le antiche ferite e le fa sanguinare (fascismo è conservare queste attitudini repressive inebriandosi di sofferenza; da qui il passo al cattolicesimo reazionario è brevissimo e più volte storicamente dimostrato). Non c’è apertura al nuovo che non comporti una quota, anche pesante, di dolore psichico da elaborare; chi non sopporta questo dolore fugge, aggredisce, entra nell’eloquio retorico, si fa amico di tutti, confonde creatività con reiterazione dello stereotipo, che, in un crescendo di ridondanza, chiamerà di volta in volta denuncia, cambiamento, rivoluzione, rinascimento (!). Invio (altre opz disp: Stamp-Pausa-Ins-Canc).
Avrei tanto da dire ma… devo prendere le figlie a scuola. E dunque, al volo, @Giulia: una mamma dell’asilo mi ha appena raccontato del mobbing che ha subito di ritorno dalla maternità (prima): scrivania nello scantinato. Credevo temporaneamente, mi ha detto: no, dovevo lavorare lì. Dopo le proteste, le hanno offerto un posto con la faccia contro un muro. Si è licenziata, poteva permetterselo. Dove è ora non ha potuto parlare di una patologia del secondo figlio, perché sennò troverebbero il modo di farla andare via. Devo scappare, ma di storie così ne sento ogni giorno.
Un grosso grazie, intanto, a Wu Ming 1 e 4.
@giulia
no, non credo che sia discriminazione nella discriminazione, ma il tentativo di mettere in comune un’esperienza che ha toccato molte di noi, molte di noi che fino ad un certo punto non hanno incontrato momenti di “chiara” discriminazione ma che hanno preso la classica tranvata sui denti nel momento in cui hanno compiuto scelte legittime che ci hanno però poste di fronte a un dilemma: lavoro/figli/servizi per la famiglia, ecc. Questo perchè anche se riconosciamo che esiste un problema enorme nel nostro paese, è altrettanto vero che finchè non ci sbattiamo contro siamo restie ad accettare che il mondo continui a girare solo nel verso maschile: perchè su questo hanno ragione i WM, la narrazione è “normalmente” maschile.
Come è stato detto qui e altrove mille volte, c’è una evidenza sottolineata dai numeri – che Loredana richiama giustamente ogni volta; e c’è un’evidenza di tipo culturale, su cui è necessario interrogarsi. Per questo sarebbe interessante uscire fuori dallo schema discriminate si/discriminate no, e ri-sollecitare l’intervento degli uomini, cioè che pensieri o emozioni ha messo in moto il testo di WuMing1? a me interessa molto sentire la loro voce.
(anche se, come Ilaria, anch’io devo scappare per andare a prendere i figli a scuola)
@ciao giulia, anche io non ho figli quindi non credo che sia condizione unica e necessaria per farsi un’idea, figurati, ti chiedevo solo il tuo lavoro è un’isola felice dove anche le altre dipendenti non hanno problemi o se fosse solo la tua personale condizione, credo anche io che non siano solo le donne ad essere discriminate, però se leggi la storia riportata da ilaria converrai con me che ad uomo non sarebbe mai capitato!!
Tutto molto interessante. Finché il dibattito non ha iniziato a girare su questioni familiari. So che forse non era intenzione delle autrici ma pare davvero che l’unico modo di essere donne sia essere madri. Niente contro le madri o contro i servizi a chi ha i figli (quindi ad entrambi i genitori, si spera) ma i problemi di genere non credo siano riducibili a questo. E neanche quelli della narrazione. Forse anche noi dovremmo cambiare qualche impostazione -)))
il tema,di per se di ardua argomentazione,si è sfuocato col passare dei commenti al punto che quasi alla cieca(ma sapendo di non mancare di molto il bersaglio)attribuisco non poche responsabilità alla visione melliflua della chiesa che attribuisce un valore alla donna solo in quanto guida del focolare o Post mortem,se vittima sacrificale della turpitudine dei bruti.Le donne gagliarde(in inglese forse reckless)in genere non sono ben viste dalle gerarchie ecclesiastiche,anche quando dedicandosi alla politica o inseguendo le muse sottraggono tempo prezioso per nutrire la concordia familiare.Certo di aver mancato in pieno il bersaglio(blue steel)vi saluto confidando che la sensibilità femminile,presente in ognuno di noi,possa,di grazia,un giorno prendere piede come una sublime infezione,trovando la giusta collocazione nelle lettere e altrove(possibilmente in quest’era geologica)
http://www.everythingathon.com/O_Superman.mp3
Laura la mia azienda ha 2500 dipendenti di tutte le età. Ho lavorato in 4 sedi, alcune grandi e alcune piccole, perciò in realtà che possiamo definire differenti.
La mia formazione professionale è stata seguita da due donne: prima una single, poi una mamma. Alla seconda è stato concesso part-time e avvicinamento a casa in virtù delle due bimbe piccole.
A una collega della mia età è stato offerto un master gratuito in economia alla Bocconi.
Di certo la mia è un’isola (isola bella grande, per fortuna) felice da questo punto di vista. Ovvio che dove non ci sono certi tipi di problemi ce ne sono altri, non pensare che sia rose e fiori, non lo è mai :).
certo che quanto raccontava ilaria non può capitare a una donna…ma un mio amico è stato messo a casa dal lavoro (contratto scaduto) per far posto a una donna…serviva la quota rosa (le motivazioni apportate sono state diverse…così come credo che all’amica di ilaria non abbiano apertamente detto che la mettevano nello scantinato di Fox Molder perchè era tornata dalla maternità). Questo non sarebbe capitato a una donna 🙂
In realtà non mi riferivo a te, Laura, per l aquestione del dover essere mamma per farsi un’idea.
Poi ripeto: non dico che l’essere donna non sia MAI una discriminante, dico solo che a mio parere sono subentrati, negli ultimi anni, discriminanti che sono forse ancor più diffusi della questione sesso.