Sono molto noiosa, lo so da sola, e lo sono soprattutto quando provo ad allargare lo sguardo su quel che accade, e sono soprattutto fuori dai meccanismi di questo tempo che chiede di affrettarsi a intervenire per il terrore di finire nella lista dei cattivi. Del resto, la famosa frase di Proust “ogni lettore, quando legge, legge se stesso”, andrebbe ormai modificata in “ogni lettore, quando legge, vuole leggere la parte migliore di sé”, invece di guardarsi nello specchio deformante di cui parlava Shirley Jackson a proposito di coloro che erano rimasti turbati da “La lotteria”.
Dunque, annoiatevi con me.
Molti anni fa, Girolamo De Michele rifletteva sulla ricorrente figura del cattivo maestro, e sulla facilità con cui si liquida una generazione: con l’aggravante che oggi quella generazione è invecchiata e dunque assume su di sé le colpe dei vecchi, dall’essere ricchi e potenti anche quando non lo sono, all’avere diritto di parola pubblica quando non è esattamente così, o lo è per pochissimi. In una delle sue teorie, che è quella che riguarda la cancellazione di quello che avvenne negli anni Settanta, usò le parole “teoria infame”, e spiegò i motivi:
” perché nega a un’intera generazione la capacità intellettuale e politica di comprendere l’enorme ingiustizia di classe su cui poggiava l’Italia, lo sfruttamento feroce del lavoro con salari tra i più bassi d’Europa, col quale fu costruito il “miracolo italiano”; la strage dei lavoratori morti sul lavoro per assenza di misure di sicurezza – alla Montedison di Marghera un documento aziendale raccomandava di «non manutenere, o manutenere il meno possibile» –; le malattie professionali, i tumori, le leucemie tenute nascoste per non intaccare il profitto (come la Solvay di Ferrara); l’enorme divario tra la ricchezza prodotta e quella redistribuita. E negando la percezione dell’ingiustizia, nega – qui sta l’infamia nella sua interezza – la volontà di creare un mondo più giusto da parte di una generazione che si trovò schiacciata tra il potere democristiano che l’ingiustizia difendeva, e il PCI che davanti all’ingiustizia voltava gli occhi dall’altra parte e gettava nel fango le proprie bandiere e i propri valori, per poter avere dalla DC il permesso di accedere al potere all’interno delle regole del potere democristiano. Accettando, ammantandoli con la retorica dell’austerità, l’ondata di licenziamenti e ristrutturazioni sulla pelle degli operai che causarono la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, facendo di Torino, città-simbolo della classe operaia, la città d’Europa col più alto numero di suicidi, quasi tutti fra chi era stato buttato fuori dalla fabbrica”.
Roba vecchia, direte. Non esattamente, perché da quella negazione spuntò fuori la favola del cattivo maestro, che torna spesso, e soprattutto spuntarono fuori le liste:
” i buoni tutti di qua, i cattivi tutti di là. Come se, per dire, qualcuno non avesse avuto responsabilità nell’aver lasciato alle Brigate Rosse il compito di fare il “lavoro sporco” eliminando Aldo Moro. Come se in Sicilia, mentre Andreotti governava a Roma, altri andreottiani e democristiani “punciuti” – da Gioia a Lima a Ciancimino a Nicoletti allo stesso Andreotti – non fossero collusi con il capo della mafia Stefano Bontate; come se la mafia, eccezion fatta per le bombe contro i giudici, fosse una realtà con cui si potevano stringere accordi, come se i morti per mafia (relegati nelle pagine interne della cronaca) non fossero, proprio negli anni cosiddetti “di piombo”, maggiori di quelli “di terrorismo” (che invece erano in prima pagina): e tanto peggio per quei pochi – da Piersanti Mattarella a Pio La Torre – che non obbedivano agli ordini di farsi complici, o fingere di non vedere. E peggio ancora per quelli come Peppino Impastato e Mauro Rostagno, di cui si può parlar bene solo da morti, e ancora ancora…”
Dunque, concludeva tredici anni fa Girolamo De Michele,
“Si è condannata una generazione alla confessione pubblica e perpetua, a un senso di colpa inestinguibile: come se questa generazione non avesse fatto da decenni, in modo pubblico, i conti col proprio passato, la propria violenza, i propri errori”.
Ecco, questa vocazione all’esigere la confessione pubblica e perpetua ci è rimasta addosso, e ovviamente cresce negli anni del berlusconismo, del grillismo, del Covid, e oggi viene usata certamente con astuzia delle destre, ma anche in buona fede da chi non guarda le cause, non analizza le circostanze (che sono spesso fondamentali) ed esige solo un senso di colpa inestinguibile. Che non fa bene a nessuno, neanche alle cause migliori, per cui magari quelli e quelle che vengono rimproverati per il loro silenzio si sono spesi e si spendono.
Colpa dei giornali? Sì, anche. Colpa dei social? Certo, perché il meccanismo del parla ora o sei connivente è ormai difficilmente frenabile. Colpa nostra? Un po’. Perché non lo abbiamo ripetuto abbastanza, e quando lo ripetiamo ci sentiamo noiosi, e certamente lo siamo. Ma tant’è, occorre provarci lo stesso, sempre e sempre, a costo di passare, come è capitato a me, per maestrine che vogliono tenere lezioni, mentre quel che cerco di fare è vedere oltre le apparenze. Appunto, che noia.