IL RITORNO DEL MONNEZZONE

Volevo, lo giuro, parlare di qualche libro che mi è piaciuto particolarmente. Però la discussione che si è sviluppata su horror e informazione in rete sta prendendo una piega molto interessante: se ne parla su Malpertuis e da Andrea G.Colombo.
Aggiungo solo una piccola cosa: giustamente il titolare di  Scheletri rivendica nei commenti a Malpertuis  il carattere amatoriale del suo sito, peraltro gestito con molta passione da una sola persona, mentre le recensioni vengono direttamente dagli utenti. Certo, questo è un caso diversissimo rispetto alle tre e-zine corazzata di cui ho parlato in precedenza: però, la mia provocazione intende  battere anche su questo tasto.
Ovvero, l’importanza di un’assunzione di responsabilità PROPRIO da parte degli amatori. Chiunque scriva su un blog scrive gratis: ma se è il compenso a fare la professionalità, la rete rischia grosso. Almeno secondo me, è importante essere sempre pienamente consapevoli di cosa e di come si scrive.
Anche quando si parla di horror e di fantasy.
Direi, persino, soprattutto.  Dal momento che ieri ho visto rispuntare il fantasma del Monnezzone.
Il Monnezzone ha una lunga storia. Si manifestò nel 2006, quando Silvia Ballestra, intervistata da Simonetta Fiori per l’uscita del suo romanzo, ne parlò in questi termini:
Il “monnezzone” è il thriller standardizzato, diffuso a livello planetario. Libri plastificati sul genere Sonzogno ma anche Mondadori ci dà sotto. Un esempio tipico è Jeffrey Deaver, l’ inventore del criminalista paraplegico coinvolto in storie efferate. Titoli del tipo: Lo scheletro che balla o Il collezionista d’ ossa… O anche i gialli di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. è un genere che tira molto. E io confesso che, quando sto male, me lo divoro.
Seguì un articolo di Andrea Cortellessa su Tuttolibri, la cui parte finale recitava così:
Purtroppo per l’eventuale buonafede di chi spaccia a palate i suoi spaghetti gothic, a contenere in sé un reagente conoscitivo dal valore anche sociale resta proprio la noiosissima letteratura «vera». Quella, cioè, che funziona attraverso la differenza, e non la ripetizione. Quella che, se inventa sempre nuove forme, è perché non s’appaga soporifera di quelle ereditate (le forme artistiche, trascendentale allegoria di quelle dell’esistenza associata). Quella che non equivale certo, sic et simpliciter, alla «comunicazione»: e proprio per questo ha il coraggio di pagare (anche fuor di metafora) la propria mancata «sintonia con le domande della società». È questa la letteratura che prevede, fra i propri scopi ideali, la liberazione del pensiero di chi legge. E non è un caso che sia questa, oggi, a rischiare d’essere travolta dal «futuro» editoriale e mediatico dei monnezzoni «Classe 1984». Se ciò dovesse accadere, stia sicuro l’Inquisitore, non mancheremo, armi e bagagli, d’andarcene sopramonte. Non la sottovaluti, Eymerich, la resistenza: altri hanno fatto lo stesso errore.
Dopo un lungo silenzio, il Monnezzone è riapparso in pompa magna in un articolo di Elena Stancanelli, peraltro molto bello e interessante per quanto riguarda il rapporto fra case editrici e autori. Solo che, verso la fine, cigolano le porte, stridon le catene. Ed ecco cosa accade:
Comprare libri è difficile. Per chi non tiene il naso ficcato ogni giorno nelle pagine culturali dei giornali serve un tom tom, qualcuno che ti indichi la strada quando, entrando nelle librerie, vieni ormai travolto dalla potenza visiva e anche fisica delle pile di “monnezzoni” dalle copertine dorate, che vomitano draghi, complotti, maghetti.
E tre.
Tre fra autori e critici che definiscono spazzatura o, nella migliore delle ipotesi, scrittura da volgare  intrattenimento, tutta la narrativa fantastica. Sì, tutta. Perchè non mi interessa se qualcuno, ora, salterà su dicendo che in realtà adora Philip Dick e ha costruito un altarino segreto a Lovecraft.  Occorre essere chiari: che ci siano libri di basso profilo nella narrativa fantastica è evidente. Che tutto ciò che parla di draghi e magia sia immondizia  è un falso.
Se, dunque, il Monnezzone viene ancora considerato come serie B rispetto alle nobili stanze della letteratura  (ma che noia dover ripetere queste cose a distanza di quasi quattro anni. Davvero, che noia, che desolazione), ebbene, ecco che l’assunzione di responsabilità di chi informa, sulla rete, su  quei libri, diventa fondamentale.
Tutto qui.
Ps. Gl D’Andrea parla nel suo blog dello stesso articolo.

334 pensieri su “IL RITORNO DEL MONNEZZONE

  1. “Tutta la letteratura fantastica. Sì, tutta”. Dev’essere un realista zdanoviano quello cui ho dedicato una tesi di dottorato, una quindicina di saggi su rivista e un libro di recente pubblicazione (“Scuole segrete”, Savigliano, Aragno, 2009). Tommaso Landolfi (1908-1979).

  2. Naturalmente. Però mettiamoci d’accordo su un punto di partenza: nel sintagma “letteratura fantastica” siano conservati il valore e la specificità di entrambi i termini: non solo dell’aggettivo.

  3. Su questo siamo d’accordissimo. Il piccolo particolare è che fra i monnezzoni che ingombrerebbero le librerie la letteratura c’è. Esattamente come fra i libri mainstream c’è non poca spazzatura.

  4. caro Gianni, la battuta del grandissimo autore di Cristalli sognanti è fra quelle che cito di più in assoluto. E siccome ti so attento alle battute e ai loro autori, ti prego davvero corimmano: non usare più, mai più, l’espressione “culturame”.

  5. Il problema secondo me è che quando usi la parola trash in qualsiasi dibattito letterario (come la parola pulp, d’altronde) rischi sempre di incorrere in un equivoco e non riuscire più a distinguere tra spazzatura di qualità e monnezza tout court. E’ l’equivoco del concetto di trash, questa tendenza a riciclare tutto ciò che è stato prodotto in ambito artistico letterario. Da er monnezza ai film con la bouchet e la fenech, tanto cari a tarantino, fino alla rivalutazione dei film di serie z come quella fatta da Tim Burton con Ed Wood.
    Il trash di Dick poi è tutt’altra cosa, è trash teologico, gnostico, è god/ trash, ed è autoriferimento svalutativo alla propria opera (ha scritto anche un libro dal titolo confessions of a crap artist, confessioni di un artista di merda) che non faceva altro che far risuonare il giudizio di valore che il mainstream dava al non mainstream. Ma un conto è usare la spazzatura per creare nuova energia letteraria e artistica (Tarantino, Dick, Burton..) un conto è produrre spazzatura. Tutto sta nell’equivoco, nel doppio senso del trash, uno positivo e rivalorizzante, pura arte di riciclo, l’altro classico nome che si dà per cose prive di valore. E come noti, Loredana, il problema resta sempre quello del valore, il saper distinguere tra buona e cattiva letteratura, al di là dei generi e delle specie

  6. Roberto, era un ottimo e interessante articolo, condivisibile al cento per cento sul rapporto autore-editore.
    Proprio per questo lo schizzetto di veleno sui monnezzoni poteva essere evitato.
    Mark1. Ma siamo d’accordo. Ho citato Dick non perchè non lo ami, ma perchè spesso viene utilizzato come autore-alibi. Mi è capitato anche recentemente di sentir dire (dai due ventenni compilatori della famigerata guida) “ma c’è Dick!”, a testimonianza di un interesse verso il fantastico.
    E gli altri? Gli altri che valgono, intendo. Gli altri che scrivono ora, partendo da King. Che ancora oggi viene considerato serie B.

  7. Che noia, soprattutto che tristazza.
    Ma in fono mi fa piacere che questi signori si perdano dei romanzi come “Lasciami entrare” di John Ajvide Lindqvist e mi fa ancora più piacere il fatto che siano incapaci di capirli.
    Guardate che va ottimamente, perchè tra poco saremo, definitivamente, la periferia dell’impreo culturale, tipo il Burundi, penso che anche lì Avatar uscirà con un po’ di ritardo.
    E anche se questi signori non si capacitano, va bene così, perchè, per botta di culo, gli editori non sono una società di mutuo soccorso. E va ancora meglio perchè il “Tempo è un grande baro e alla fine vince sempre la sua partita”, lo sa bne Lovecraft, Dick, Ballard, il nostro povero Salgari… e proprio per non restare nel “genere” munezza, lo sa bene anche Céline e Dino Campana…
    Consiglio, vivamente, a tutti di rileggere le critiche dell’epoca a questi signori.

  8. Mi fa piacere che ci si compiaccia del fatto che “gli editori non sono una società di mutuo soccorso”. Infatti anche Céline e Campana, come ognun sa, stravedevano per loro.

  9. Scusate, capisco che può suonare antipatica e pure banale questa domanda, ma tant’è.
    Se “il problema è quello del valore, ovvero il saper distinguere tra buona e cattiva letteratura, al di là dei generi e delle specie” perchè si ha l’impressione, almeno io ce l’ho, che la letteratura di genere sia considerata per default dalla critica ‘cattiva letteratura’ (e poi ci sono le eccezioni) e quella mainstream ‘buona letteratura’ (e poi ci sono le eccezioni)?
    Io, da lettrice, questa cosa proprio non la capisco. Oltretutto giocare con le forme non è meno intelligente che crearne di nuovo. Anzi! mi verrebbe da dire.
    L’ultimo libro di genere che ho letto, The dome, l’ho trovato grandioso, e King ha giocato molto in quel libro, non solo: si è messo in gioco e ha messo in gioco pure i suoi lettori.
    Se mi consigliate un libro mainstream pubblicato di recente e che sappia fare la stessa cosa ve ne sarei davvero grata.

  10. Andrea, per fortuna quel titpo di editoria, decisamente pomposa, non esiste più. Defunta, questioni di mercato. E il mercato non è un’entità che vive nelle discariche, ma sono i lettori. E per una volta, vi prego, non cosiderateli idrocefali. Basta, è brutto, non sono una massa informe da educare, vanno rispettati.

  11. Anch’io sono totalmente d’accordo con te Loredana, difficile non esserlo, mi trovo quiet ever in sintonia con i tuoi post e le idee che esprimi. La mia non era una critica alla tua scelta di citare Dick, ma rafforzava proprio la tua citazione di Dick con la funzione di “be allora se c’è dick…”
    Semplicemente ho sottolineato come sia necessario dare a Dick ciò che è di Dick, riconoscere il “trash” di valore dalla monnezza, seguendo l’idea che bisogna sempre distinguere tra i titani, gli epigoni e gli epigoni degli epigoni…(e naturalmente di titani ce ne sono anche nel cosiddetto genere horror, vedi King per esempio…)
    🙂

  12. L’articolo di Elena Stancanelli era su Repubblica di ieri. Ed era realmente un buon articolo, non stavo ironizzando affatto.
    Tranne che per quel riferimento: che non è secondario, a mio modesto parere.
    Su “Lasciami entrare”, condivido al cento per cento. Un romanzo splendido, letterario eccome. Solo che, ahi, parlava di vampiri.

  13. Non ho letto “The Dome”, ma se il punto è “mettere in gioco se stesso e pure i suoi lettori” ci sono almeno tre esempi recenti abbastanza straordinari, nel “mainstream” (come a torto lo si continua a definire, così mutuando una metafora implicitamente settaria), cioè “Facciamo un gioco” di Carrère, “Lunar park” di Ellis e “La velocità della luce” di Cercas. Tre autori molto noti, dalla critica celebratissimi, ma dei quali non si vedono certo pile in libreria. E i cui nomi magari non dicono nulla al 95% dei lettori di King. Perché *questa* sproporzione non infastidisce quanto quella della critica “per default”?

  14. Andrea, io non sarei affatto sicura che quei testi (splendidi, concordo) non dicano nulla alla maggioranza dei lettori di King. Il problema è il pregiudizio: questo sì, settario, che vede il lettore di King separato dal resto del mondo narrativo e immerso in pile di monnezzoni.
    Personalmente (e il post di qualche giorno fa sull’horror ne è testimonianza) ritengo che chi fa informazione sul genere non possa e non debba ignorare i testi che citi, a cui aggiungo almeno La strada di McCarthy e Kafka sulla spiaggia di Murakami.
    Ma vale il viceversa, eccome: vale non solo The Dome (leggilo, è un consiglio appassionato), ma anche Lindqvist. Ma anche una non indifferente fetta di autori italiani a cui capita di scrivere di zombie, di draghi e creature di altri mondi. E molto bene.

  15. @ Alessandra C
    Il “mercato” non è “i lettori”. E’ chi ad essi si rivolge con tutto il proprio strapotere comunicativo, chi così ne condiziona le attese e le scale di valori. A volte (sempre più di rado) rispettandone l’intelligenza, a volte trattandoli appunto da “idrocefali”. Lettori siamo sia io che te, giusto? E l’effetto che mi fa, entrare nel 95% delle librerie italiane, è precisamente quello di venir trattato come un “idrocefalo”.

  16. Loredana, come mi pare evidente dal commento precedente io non ce l’ho evidentemente coi consumatori. Un consumatore è sempre una vittima di chi lo consuma. Sono certissimo che chi apprezza “The Dome”, se è vero che si tratta di un libro che decostruisce dall’interno il genere che usa (le altre cose che ho provato a leggere, di King, non ci provavano neppure), “apprezzerebbe” anche “Lunar park” o “La velocità della luce”. Solo fosse informato della loro esistenza, e rilevanza! Ma per “apprezzare” questi testi dovrebbe essere un lettore “educato” (dai riferimenti interni, nel caso specifico, alle altre opere dei rispettivi autori, dalla mappa di riferimenti intertestuali, dai dislivelli di piani coscienziali ecc. ecc. ecc.), cioè un lettore “anche” di “mainstream” (per continuare a usare sta parolaccia). E come potrebbe, questo lettore, “educarsi” alla letteratura se il 95% della comunicazione libraria e il 95% dello spazio espositivo privilegiato nei punti vendita è militarmente appaltato a “draghi, complotti, maghetti”?

  17. Andrea (a parte il disaccordo su King e sulla mancata decostruzione dall’interno, su cui potremmo discutere per ore), a me sembra che il 95% della comunicazione libraria non parli affatto di draghi e maghi, quanto della Mazzantini o di Emmaus. Che possono piacere o non piacere, ma sono altro.
    Il 95% della critica letteraria, più o meno militante, non parla certo di fantastico: anzi, è restio persino a riconoscere la presenza del genere dentro i titoli che non si configurano “ufficialmente” come genere (penso a Murakami).
    I quotidiani parlano rarissimamente di fantastico.
    In rete ne parlano – e qui si ritorna ad un altro punto – solo ezine e blog specializzati.
    Certo, è vero, verissimo, che molti editori puntino sul fantastico “purchessia”, e stanno pubblicando anche titoli di basso valore, rischiando così di vanificare quanto di buono viene comunque prodotto.
    Ma questo, ripeto, non giustifica la non conoscenza da parte del critico, o dello scrittore, dei testi che professa di disprezzare.

  18. Circa Mazzantini e Baricco, torna a fagiolo il bon mot di Sturgeon prima citato da Biondillo. Ma “comunicazione” non è la “recensionesulsupplementoculturale”, che quasi più nessuno legge e molti, anche qui, guardano con (sempre meno celata) avversione. “Comunicazione” è il battage pubblicitario, la corsa in libreria il giorno dell’uscita del nuovo maghetto, il servizio-accattatevillo (no, non è italiano) del tiggì (che vorrei proprio sapere se e quanto viene pagato da chi di dovere, come quando ogni natale fa pubblicità al cinepanettone di turno), la vetrina in libreria prenotata da mesi (quella sì a pagamento, anche se nessuno lo dice). Tre anni fa, mi pare, Giulio Mozzi fotografò (è il caso di dire) il fenomeno pubblicando su Vibrisse una foto della Feltrinelli di Padova le cui vetrine erano occupate *unicamente* da copie del maghetto disposte a ziqqurat. Il commento era, semplicemente: “£Un libro per tutti, tutti per un libro”. Su questo nessuno trova mai niente da ridire, sul fatto che la critica non si unisca al coro e si ostini a remare contro, invece, c’è sempre pronto il dito alzato. Continuiamo così, facciamoci del male.

  19. Comunque non chiedevo retoricamente, di poter leggere la Stancanells. Né pensavo fossi ironica a pregiarla. Non puoi linkare qui l’articolo in questione?

  20. Non è in rete, l’articolo: vedo se riesco a procurarmelo.
    Per quanto riguarda il non dire che gli spazi in libreria si pagano, devo smentirti: è stato molto detto e molto scritto, in tempi recenti da Maurizio Bono su Repubblica.
    Sulla sostanza del commento: ognuno tenta di intervenire nei propri spazi d’azione. La condanna dell’invasione di titoli sullo stesso argomento è una mia vecchia prassi, e non solo mia. Ma il punto, perdonami se insisto, è che una consuetudine editoriale e distributiva non deve far perdere di vista a chi di professione non fa nè l’editore, nè il libraio, nè il distributore, nè il presidente dell’Aie che ci sono ottimi titoli ANCHE dentro le pile dei monnezzoni. Uff (non è italiano).

  21. @Andrea Cortellezza. Grazie per l’informazione, davvero. Dei tre titoli consigliati, ho letto qullo di Cercas e di Ellis, che adoro.
    Non sono ‘una lettrice’ di King, ma leggo anche King, e lo apprezzo molto. Ecco, penso una cosa: sono assolutamente d’accordo che il problema è quello dell’informazione e che i lettori dovrebbero avere una reale possibilità di scelta e non essere indirizzati verso corsie a senso unico.
    E però, proprio per questo, dovrebbero avere la possibilità di leggere ‘anche’ King. Io sono una lettrice assolutamente brada, e leggo di tutto, conosco però certi lettori ‘alti’ che di fronte ai libri di genere storcono il naso e mai e poi mai leggerebbero King.
    Anche loro, secondo me, dovrebbero avere la possibilità di scegliere.

  22. Mi interessa molto anche l’articolo di Bono, sarebbe moolto interessante se si parlasse di questi problemi anche qui. Se è vero che è stato descritto e documentato, il fenomeno in questione, è un passo avanti. Sta di fatto che i lettori – quelli che si considerano infatti “il mercato” come Alessandra, qui – semplicemente non lo sanno. Anzi, è ancora più inquietante. Sono talmente condizionati da chi li vuole sempre più “idrocefali”, che se per caso lo vengono a sapere, non gli fa né caldo né freddo. Recentemente ho assistito alla discussione di una tesi di laurea su Moccia (e già dare tesi di laurea su cose così mi pare diseducativo, ma andiamo avanti), la cui autrice aveva fatto un’inchiesta in un gruppo di fans che hanno attivato una community su un social network. Ha introdotto il fatto che parte non indifferente del bilancio di prodotti come quelli di Moccia (dei libri oltre che dei film) è il product placement, cioè la pubblicità occulta. Beh, i giovani lettori non ci trovavano niente di male.
    Quanto alla mia professione, o alla mia “missione”, per sanguinetianamente dire, la considero quella di cercare di promuovere – per quanto è nelle mie forze sempre più ridotte – un tipo di libri che è negletto dal 95% del sistema della comunicazione (e, di conseguenza, da più del 95% dei lettori). Vorrei che nel 5% restante si parlasse, che so, di Arno Schmidt invece che della Mazzantini, di Michel Butor invece che di Faletti, di Ceronetti invece che di maghetti. Ma è una battaglia persa, ormai, lo so. Come direbbe Alessandra, quel tipo di critica è “defunta. Questioni di mercato”. Buona fortuna, dunque.

  23. Grazie, Valeria.
    Andrea, guarda che questi problemi non sono affatto estranei al blog.
    Sulle tesi di laurea, su Moccia e i maghetti: sono naturalmente favorevolissima. Occuparsi di “fenomeni” letterari è indispensabile per tutti, critica inclusa. Anzi, direi che se ci fossero più tesi di laurea su Twilight potrebbero chiarire molto bene che stiamo parlando della versione avanzata di un Harmony e non di horror, tanto per restare in tema. E insegnerebbero ai giovani lettori come districarsi nella pubblicità occulta e nel viral marketing.
    Maghetti: mi dispiace, ma trovo che la capostipite, J.K.Rowling, sia, per usare le parole di King, “a terrific writer”.
    I suoi emuli, come spesso avviene, no.
    Alessandra C ti risponderà in prima persona: terrei però a sottolineare che non si tratta solo di una lettrice, ma di una giornalista e scrittrice, e niente affatto lontana dalla comprensione del meccanismo editoriale.
    Infine, la missione. Se tu avessi un poco più di fiducia nella rete, Andrea, inclusi i social network come aNobii e lo stesso Facebook, scopriresti che la battaglia non è persa affatto. Purchè, certo, si torni a quel discorso sull’assunzione di responsabilità che tentavo di fare.

  24. Grazie Valeria. Articolo molto ben fatto, quello di Stancanelli; non sono d’accordo su tutto ma evidentemente non per le ragioni di Loredana Lipperini. Ce ne fossero moolti di più, di articoli come questi su Repubblica, le cose andrebbero senz’altro (un po’) meglio. Però mi viene una curiosità: come mai, se hai letto La velocità della luce e Lunar Park, hai chiesto che ti venissero dati dei titoli non di genere che “mettevano in gioco” autore e lettori? E’ perché questi non ti hanno soddisfatto o perché il loro “gioco” è diverso? Se sì, perché? Io come ho detto non ho letto The Dome (altri di King non “mettevano in gioco” niente secondo me), ammetto dunque e serenamente la mia impreparazione al riguardo. Proprio per questo mi incuriosisce il tuo punto di vista.

  25. Cara Loredana, quando mi “educavo” ho dovuto digerire tonnellate di sociologia della letteratura, sicché un’idea di come vadano studiati certi fenomeni me la sono fatta. Così come la certezza che non sia la mia vocazione fare questo tipo di studi (se anzi nell’ultimo periodo ci torno sopra con insistenza è perché vedo sempre più minacciata la possibilità stessa di fare *altri* studi). Il problema è che appunto sono studi assai codificati, che hanno le loro regole. Una prima regola è per esempio tenere presente l’intero “campo” culturale entro il quale detto fenomeno s’inquadra, e non tentare di applicare in una sfera assai caratterizzata come quella un protocollo d’analisi coestensivo ad altri piani. Ti faccio un esempio praticissimo, desunto proprio dalla discussione di quella tesi. Quando la laureanda – molto preparata ma tutt’altro che avversa al “fenomeno”, del quale anzi rivendicava in positivo la “sociability” – introduceva il concetto di product placement, ne giustificava l’esistenza con un classico concetto della critica postmodernista: la presenza di determinati brand come “marca di realtà”, “appiglio” fenomenologico offerto al lettore. Alcuni dei professori presenti alla discussione, anzi, hanno approvato proprio questo aspetto in virtù del suo aggiornamento metodologico. Come se Federico Moccia fosse Aldo Nove, insomma, o appunto Bret Easton Ellis. Il fatto che anziché l’autore fosse stata un’azienda – “il mercato”, ahinoi -, un’azienda che casualmente ne era il produttore, a decidere *quale* pezzo di realtà merceologica mostrare ai poveri consumatori, non rivestiva, agli occhi di studentessa e professore, alcuna importanza. Questo è un tipico effetto – e come si vede neppure limitato a persone “ineducate” o in corso di “educazione” – della “diseducazione”, non meno che martellante, in corso da decenni. Ma la colpa è invece sempre dei critici, del loro razzismo culturale.

  26. Andrea,
    non allo strapotere delle case editrici italiane.
    Stieg Larsson ha venduto perchè piaceva non certo perchè Marsilio Editore avesse una strapotenza per imporlo sul mercato. Glenn Cooper, in italia pubblica per Editrice Nord e va in classifica e ci resta!
    Charlaine Harris, per quanto indecente, in Italia pubblicava per Delos, ora passata a Fazi… e via così…
    Se tu entri in libreria e chiedi un libro di DeLillo o Ceronetti a nessuno verrà da ridere.
    Mi spiace nessuno obbliga il lettore. Il lettore può informarsi e scegliere.
    Gli piacciono i vampiri, orde di sague, zombi e il terribili lucchetti di Moccia? Saranno affari loro?
    Ma chi siamo noi per dire che è tutto pattume che non va bene, che sono diseducati alla lettura.
    Tra l’altro Moccia si era pubblicato da solo prima di arrivare a Feltrinelli.

  27. @ Alessandra C
    E pubblicato da solo era meglio che restasse, Moccia. Come migliaia di dattiloscritti parimenti melensi, a differenza del suo non scritti da figli di mediocri ma ammaneggiatissimi cinematografari. Non sono “affari loro”, questi, sono affari nostri, di tutti noi. Perché appunto non vale, qui, il “noi” e il “loro”. La diseducazione estetica, nonché psicologica e sentimentale, di cui si fanno veicolo prodotti come questo ha riflessi macroscopici sul piano antropologico, culturale e dunque politico. L’idrocefalizzazione di un popolo è il passo precedente al suo asservimento; la storia italiana recente non è che la più corriva dimostrazione di questo facile assunto.
    P.S. Non dimenticherò mai l’effetto che mi fece entrare in una delle più celebri e meno monnezzone librerie di Roma, qualche anno fa, e chiedere non DeLillo, ma Savinio. Mai sentito nominare. Prova davvero a entrare alla FNAC di Milano, oggi, e a chiedere Ceronetti, poi mi dirai.

  28. @Andrea Cortellessa. In effetti ‘La velocità della luce’ e ‘Lunar Park’ li ho letti più di un anno fa, e non li consideravo ultimi. Solo per questo.
    Per me poi Ellis è uno dei più grandi scrittori viventi, ma qualcuno considera i suoi libri di genere Horror, per cui – in teoria – pure lui da ripescare nella spazzatura.
    Forse però non ci intendiamo: per me esiste buona letteratura e cattiva letteratura, e penso sia dovunque. Il genere è veramente l’ultimo dei miei pensieri quando decido di comprare e leggere un libro, e credo che molti lettori si comportino come me.
    Se poi un lettore di King rifiuta – a priori – di leggere Cecov, per dire, o un lettore di King di leggere Cecov, allora per me sono affetti entrambi da una stessa patologia.

  29. Ecco, questa domanda me la voglio segnare: “chi siamo noi per dire che è tutto pattume che non va bene, che sono diseducati alla lettura”. E’ un manifesto del pensiero comune della sinistra italiana di oggi. Non dire mai no, includere tutto, tutto va bene. Chi siamo noi? Sicuramente siamo persone che pensano, che pensano davvero cristo santo!, che non si debba più “educare” nessuno. Che “educare” sia, in sé, qualcosa di ideologico (oddio, che parola brutta che ho usato, tre bollini rossi).
    Chi siamo noi? Siamo gli sconfitti definitivi, inappellabili, perenni. Ed è giusto così.

  30. Gentile Cortellessa, il maghetto in questione (che lei continua a ribadire come esempio di porcheria) è una delle più affascinanti decostruzioni “di miti” (norreni soprattutto) che siano state stampate negli ultimi sessant’anni. Non leggere Harry Potter perchè ingombra le vetrine delle librerie (e permettendo a quelle librerie di poter vendere ANCHE Celine e Campanile) significa perdere la possibilità di studiare un “oggetto narrativo” (forse una delle prime opere davvero appartenenti alla Weltliteratur) che ha avuto milioni di lettori NONOSTANTE una complessità di fondo che nulla ha a che invidiare a un DeLillo (che amo molto). A proposito di complessità. King, con Colorado Kid e Buick8 ha scritto due metatesti da antologia. Glieli consiglio.
    Detto questo: ciò che io contesto è la prassi. Il dover spalare merda a priori su un genere che, al di fuori dei patri confini, non ha alcun bisogno di distinguo.
    A che pro?
    Per permettere a “certi” scrittori di continuare imperterriti a pubblicare porcate (vere porcate) perchè “tanto la critica non capisce niente”?
    Oppure per dare una sponda alle case editrici che trattano gli scrittori come fazzoletti “usa e getta” perchè “tanto la critica non capirebbe lo sforzo che staimo facendo”?
    Oppure, semplicemente, come sospetto, per pigrizia mentale?

  31. Sul fatto che nessuno obblighi il lettore nelle sue scelte di lettura ho più di qualche dubbio. Andare in libreria non è oggi molto dissimile dall’andare al supermercato. Il marketing non c’è solo al supermercato nella disposizione dei prodotti negli scaffali ma c’è anche nelle librerie (mi riferisco naturalmente in modo particolare alle grandi catene librarie). Ed è per i più fondamentale per l’acquisto tutto ciò che governa il marketing editoriale e librario (i libri vicino alla cassa per esempio sono i più venduti) gli scaffali, le copertina, il “packaging”. Non trovo peraltro nulla di male in ciò. Anche se, sarebbe molto meglio che il libraio, invece che un commesso di vendita aspecifico fosse anche un po’ critico, orientasse il potenziale lettore, rispondesse alle sue domande e ai suoi dubbi. E invece, per lo più, oggi i percorsi di acquisto sono predeterminati dalle scelte di marketing e di vendita e dalle spesso occulte persuasioni dei capi del marketing del libro. Anche per questo i critici hanno sempre meno spazio, e invece sarebbero essenziali nelle scelte dei lettori, nella loro educazione alla lettura. Restano queste nicchie, queste isole felici di critica come il blog di Loredana, Carmilla, Nazione Indiana, ecc. Ed è bene che da questo punto di vista la blogosfera aumenti la propria funzione di guida al lettore, di coscienza che sa distinguere il grano dal loglio, sarà magari per pochi ma va bene così, almeno per i nostri tempi. Certo come lettore non amerei essere oggetto della persuasione occulta del marketing editoriale ma esercitare la mia libertà di scelta

  32. @ Valeria
    Allopra siamo d’accordo. Io King, ripeto, ho provato a leggerlo; non lo rifiuto a priori. Visto che tutti mi dite che The Dome va oltre, proverò di nuovo con The Dome. Fra l’altro non è che vada pazzo per Checov (faccetta). Né, dunque, per Cheever… (doppia faccetta)

  33. E qui io dovrei chiederti, Andrea, se è più diseducativa certa letteratura borghese da anime belle piuttosto che un onesto libro di genere.
    Però è un gioco consunto: tu vuoi metterti dalla parte dei magnifici perdenti e io dovrei essere quella che si schiera, non volendo e per ingenuità, con i vincenti del mercato.
    Non ci sto.
    E non mi piace – insisto – che si faccia di tutt’erba un fascio senza aver letto che pochi fili di quell’erba.

  34. @ G.L.
    Veramente l’esempio del maghetto è stato fatto da altri. Io non l’ho letto, non lo giudico. Quello che mi fa specie è che quando esce un suo libro le vetrine di una grande libreria debbano essere *interamente* dedicate, per decreto del podestà, a questo “oggetto narrativo” dalla complessità di un DeLillo. Almeno uno spazietto per Body art potevano lasciarlo, quella volta, tutto qui.

  35. @ Loredana
    Se stiamo discutendo è perché io non ti considero il Darth Vader dell’industria culturale né tu, spero, consideri me l’ultimo giapponese da eliminare dall’isola. Se devo rispondere alla tua domanda, mi pare di averlo già fatto parlando con Alessandra C: reputo Moccia molto più diseducativo. E forse la Mazzantini ancora di più. Ma il thread non era su questi autori, mi pare.

  36. Cortellessa, guardi, con tutto il rispetto: la questione è un’altra e penso che lei l’abbia capita. Se vuole gliela traduco facilmente.
    Le fa piacere leggere “I critici sono tutti parrucconi?”.
    Ecco, fa lo stesso effetto, che essere definiti “immondizia”.

  37. Ahi, ahi, ahi Cortellessa, non giochiamo al gioco del minimalismo per piacere. Amo Cecov e Cheever, sì. E pure Catherine Mansfield, Anderson Sherwood, Carver ecc. E pure Amy Hampel, sì.
    Ma allora, la questione va ben oltre il genere, se ho capito bene.

  38. @Andrea: ma stiamo parlando della realtà o di una versione parodizzata della realtà?
    Lo chiedo per capire bene, perché quando dici “Quello che mi fa specie è che quando esce un suo libro le vetrine di una grande libreria debbano essere *interamente* dedicate, per decreto del podestà, a questo “oggetto narrativo” dalla complessità di un DeLillo. Almeno uno spazietto per Body art potevano lasciarlo, quella volta, tutto qui.”, non ci riconosco quello che avviene per davvero nelle grandi librerie: abito a Bologna, spesso vado a Milano, e nelle vetrine delle Feltrinelli e delle Mondadori è vero, quando escono certi libri ottengono ampie vetrine, ma non certo il 100%: e nel corso dei 365 giorni di un anno negli spazi espositivi appaiono non solo i grandi nomi, ma anche autori meno conosciuti.
    Con questo non sto a dire che non ci siano discriminazioni nell’organizzazione delle librerie: ma non così estremizzata, e non a senso unico a favore di certi generi letterari contro altri; anzi, paradossalmente sono proprio gli autori migliori di fantasy ad essere penalizzati dalla sovraesposizione di draghi & co. (cioè dalla produzione più banale e stereotipata) che non altri.

  39. Infatti, Andrea, il thread è sugli autori di genere. I monnezzoni, appunto. E ti assicuro che parlarne in termini generici non ha senso. E’ come dire: tutti gli scrittori che scrivono della propria città sono autocentrati.
    Con l’aggravante che sulla narrativa fantastica pesano anni di sottovalutazione: se ancora tocca spiegare che Tolkien è un autore serio, capisci quanto può essere pesante una frase usata in un contesto, oltretutto, che parlava di ben altro.

  40. Anghelos: esatto. Ed è ridicolo che gli scrittori di fantastico debbano combattere contro stereotipi stantii e ANCHE contro una critica che è stereotipo (banale) del proprio ombelico.

  41. @ G.L.
    E’ appunto quanto non ho fatto. Come ho già scritto nella precedente discussione, qui, su questo genere di argomenti, il termine “monnezzone” ha, nell’idioletto ballestriano e per quel che vale pure nel mio, *anche* un’accezione affettuosa. Se devo cercare di spiegare il perché posso dire (ma vale solo per me, evidentemente) che quando adolescente frugavo febbrile nelle pile dei monnezzoni a un decimo del prezzo di copertina, questi libri (nel mio caso Urania, che conservo gelosamente) erano *fisicamente* sporchi, spiegazzati e impolverati come fossero usciti da un sacco della monnezza, appunto. Inoltre erano regolarmente impilati, nelle da me più frequentate rivendite, accanto alle riviste porno, le cui copertine occhieggiavano, proprio lì a pochi centimentri di distanza, sprofondate sotto strati di cellophan appunto ingrommato di sporcizia – che le rendeva insbirciabili. C’era insomma qualcosa di proibito e almeno metonimicamente trasgressivo, nel frequentare il “gggenere” quando, ai tempi, non se ne occupava la tivvù ogni tre per due, quando non gli venivano dedicati inserti settimanali, quando non invadeva le rubriche delle recensioni “alte” (letteralmente rubando centimetri quadrati di ossigeno ai piccoli editori di ricerca letteraria). E’ il conformismo culturale di oggi che mi infastidisce; il prendersi sul serio – di alcuni operatori del settore, diciamo così – sino al ridicolo; la totale perdita di senso della misura che pratiche come queste hanno indotto nei lettori, negli editori, nei media appunto. Le vetrine monotematiche! Chi se le sarebbe mai immaginate, in quel rivendugliolo dietro Termini, trent’anni fa! A saperlo, giuro che mi sarei dedicato solo a Checov.

  42. Andrea, non stai dicendo che finchè il genere era elitario era cosa buona, vero?
    Perchè non ti so persona snob, ma da quel che hai postato gli equivoci sono possibili.
    Quanto alla storia dell’idioletto della Ballestra. Io non trovavo affettuoso il termine allora, e tanto meno lo trovo affettuoso nell’accezione di Elena Stancanelli. Ma, appunto, sono sensazioni personali.

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