IL RITORNO DEL MONNEZZONE

Volevo, lo giuro, parlare di qualche libro che mi è piaciuto particolarmente. Però la discussione che si è sviluppata su horror e informazione in rete sta prendendo una piega molto interessante: se ne parla su Malpertuis e da Andrea G.Colombo.
Aggiungo solo una piccola cosa: giustamente il titolare di  Scheletri rivendica nei commenti a Malpertuis  il carattere amatoriale del suo sito, peraltro gestito con molta passione da una sola persona, mentre le recensioni vengono direttamente dagli utenti. Certo, questo è un caso diversissimo rispetto alle tre e-zine corazzata di cui ho parlato in precedenza: però, la mia provocazione intende  battere anche su questo tasto.
Ovvero, l’importanza di un’assunzione di responsabilità PROPRIO da parte degli amatori. Chiunque scriva su un blog scrive gratis: ma se è il compenso a fare la professionalità, la rete rischia grosso. Almeno secondo me, è importante essere sempre pienamente consapevoli di cosa e di come si scrive.
Anche quando si parla di horror e di fantasy.
Direi, persino, soprattutto.  Dal momento che ieri ho visto rispuntare il fantasma del Monnezzone.
Il Monnezzone ha una lunga storia. Si manifestò nel 2006, quando Silvia Ballestra, intervistata da Simonetta Fiori per l’uscita del suo romanzo, ne parlò in questi termini:
Il “monnezzone” è il thriller standardizzato, diffuso a livello planetario. Libri plastificati sul genere Sonzogno ma anche Mondadori ci dà sotto. Un esempio tipico è Jeffrey Deaver, l’ inventore del criminalista paraplegico coinvolto in storie efferate. Titoli del tipo: Lo scheletro che balla o Il collezionista d’ ossa… O anche i gialli di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. è un genere che tira molto. E io confesso che, quando sto male, me lo divoro.
Seguì un articolo di Andrea Cortellessa su Tuttolibri, la cui parte finale recitava così:
Purtroppo per l’eventuale buonafede di chi spaccia a palate i suoi spaghetti gothic, a contenere in sé un reagente conoscitivo dal valore anche sociale resta proprio la noiosissima letteratura «vera». Quella, cioè, che funziona attraverso la differenza, e non la ripetizione. Quella che, se inventa sempre nuove forme, è perché non s’appaga soporifera di quelle ereditate (le forme artistiche, trascendentale allegoria di quelle dell’esistenza associata). Quella che non equivale certo, sic et simpliciter, alla «comunicazione»: e proprio per questo ha il coraggio di pagare (anche fuor di metafora) la propria mancata «sintonia con le domande della società». È questa la letteratura che prevede, fra i propri scopi ideali, la liberazione del pensiero di chi legge. E non è un caso che sia questa, oggi, a rischiare d’essere travolta dal «futuro» editoriale e mediatico dei monnezzoni «Classe 1984». Se ciò dovesse accadere, stia sicuro l’Inquisitore, non mancheremo, armi e bagagli, d’andarcene sopramonte. Non la sottovaluti, Eymerich, la resistenza: altri hanno fatto lo stesso errore.
Dopo un lungo silenzio, il Monnezzone è riapparso in pompa magna in un articolo di Elena Stancanelli, peraltro molto bello e interessante per quanto riguarda il rapporto fra case editrici e autori. Solo che, verso la fine, cigolano le porte, stridon le catene. Ed ecco cosa accade:
Comprare libri è difficile. Per chi non tiene il naso ficcato ogni giorno nelle pagine culturali dei giornali serve un tom tom, qualcuno che ti indichi la strada quando, entrando nelle librerie, vieni ormai travolto dalla potenza visiva e anche fisica delle pile di “monnezzoni” dalle copertine dorate, che vomitano draghi, complotti, maghetti.
E tre.
Tre fra autori e critici che definiscono spazzatura o, nella migliore delle ipotesi, scrittura da volgare  intrattenimento, tutta la narrativa fantastica. Sì, tutta. Perchè non mi interessa se qualcuno, ora, salterà su dicendo che in realtà adora Philip Dick e ha costruito un altarino segreto a Lovecraft.  Occorre essere chiari: che ci siano libri di basso profilo nella narrativa fantastica è evidente. Che tutto ciò che parla di draghi e magia sia immondizia  è un falso.
Se, dunque, il Monnezzone viene ancora considerato come serie B rispetto alle nobili stanze della letteratura  (ma che noia dover ripetere queste cose a distanza di quasi quattro anni. Davvero, che noia, che desolazione), ebbene, ecco che l’assunzione di responsabilità di chi informa, sulla rete, su  quei libri, diventa fondamentale.
Tutto qui.
Ps. Gl D’Andrea parla nel suo blog dello stesso articolo.

334 pensieri su “IL RITORNO DEL MONNEZZONE

  1. @ Anghelos
    Non è una “variante parodizzata della realtà”. Nella fattispecie in questione, si trattava di una realtà effettiva. Fotografata, infatti. Magari circoscritta a un episodio ma indicativa di una tendenza palese, e che da allora non ha fatto che accentuarsi. Nessuno si occupa mai, in questi casi, dell’organizzazione architettonica delle librerie. Mentre, materialisticamente parlando, è questo il fronte dove si combatte ogni giorno la battaglia per la sopravvivenza dei libri. Bene, si guardi a come questa è mutata da una decina d’anni a questa parte. Nessuno trova niente da ridire, per esempio, sul fatto che all’ingresso dei megastore la prima cosa che viene sbattuta in faccia al malcapitato consumatore siano le pile dei “libripiuvenduti”, desunta dalle classifiche di vendita di uno dei principali quotidiani (o, a volte, da criteri di questo – sul quale già sarebbero opportune una quantità di parentesi – ancora meno trasparenti). Il messaggio che viene trasmesso è dunque uno, forte e chiaro: accodarsi al conformismo altrui. Qualcuno prima ricordava la figura, da tempo estinta, del libraio-critico. Ecco, se al libraio di megastore si prova a chiedere un autore come Savinio, neppure sa chi è (neppure si sente tenuto a saperlo, anzi). Ma già le classifiche di vendite in quanto tali, il fatto che i supplementi letterari le riproducano religiosamente e le commentino con arguzia, sono un implicito invito al conformismo. E’ tutto il sistema della comunicazione libraria che strangola sempre più, ogni giorno che passa, tutto ciò che esuli dal meccanismo della produzione automatica, della distribuzione automatica, del consumo automatico. Se non è diseducazione questa, ditemi cos’è.

  2. Cortellessa: allora – è evidente – abbiamo un concetto diverso di “affetto”. E’ un po’ come dare del “negretto”. Ma mica con cattiveria, è che mi fa venire in mente il karkadé e i bei tempi andati. Ah, che nostalgia.
    A casa mia immondizia è immondizia. Puzza e la si butta.
    Mi sbaglio, ma penso che sia incredibilmente comodo dire che DeLillo (uno che, permetta l’ironia, di immondizia se ne intende) sia “snobbato” perchè non riempie gli scaffali (immagini il divertimento -invece- di essere inseriti nello scaffale “Ragazzi” perchè “tanto ‘sta munnezza la leggono i dodicenni, ah! i brufoli! ah, l’apparecchio per i denti!) anzichè dimostrare come DeLillo sia meglio di un Dantec, di un Evangelisti, di un Mieville…
    PS
    Pensi che negli Ottanta io ero così avanti che ascoltavo quella dei Novanta.

  3. Andrea, guarda che di discussioni – in rete – sugli spazi delle librerie ce ne sono state e ce ne sono. Anche qui, dai tempi in cui Andrea Bajani finiva nel settore “pedagogia”, così come la sottoscritta viene tuttora infilata in “puericultura”.
    Che questo, però, pregiudichi la possibilità al lettore di andarsi a trovare il suo DeLillo, io non lo credo affatto. Ripeto l’invito: frequenta un po’ aNobii (quella reale, non il libro che ne è stato tratto) e potresti avere più di una sorpresa.

  4. Loredana, se di elitarismo si tratta (e non credo lo sia) mi concederai che è quanto meno “d’en bas”. Appena una parentesi su “snob”. Siccome anche tu per pigrizia indulgi all’uso irriflesso che del termine si fa nella comunicazione contemporanea, dovrò ripetere la mia solita lezioncina sull’etimologia dello stesso. “Sine nobilitate” erano appunto gli aristocratici che trovavano “tevvibilmente chic” magnasse l’amatriciana come noialtri der popppolo (esattamente come si vede nel purtroppo celebre “Le vacanza intelligenti”, con Sordi che va alla Biennale di Venezia). Un perfetto esempio di snobismo contemporaneo è Mariarosa Mancuso del “Foglio”. E con lei certi redattori di pagine culturali che reputano cheap e sfigato parlare di poesia, per dire, mentre fa figo, fa trend dedicare intere pagine al maghetto (dove si ripetono per colonne e colonne gli argomenti del bigino di sociologia della letteratura, appunto).

  5. Sono pigra, è vero. Usiamo elitarismo?
    Ad ogni modo, ci sarà anche chi parla di Harry Potter perchè lo ritiene “figo”. Personalmente, ne parlo perchè trovo importante parlarne. E’ un po’ diverso.

  6. Allora no, non è elitarismo. Elitario è chi vuole che i propri gusti sopraffini restino solo suoi e dei topici happy few. Io, per quel che vale, sono esattamente il contrario. Il caso e l’ostinazione (non certo la nascita) mi hanno messo nelle condizioni di educarmi. Dunque ritengo mio dovere contraccambiare questo regalo, contribuendo a educare (e comunque stando bene attendo a non diseducare) coloro che ho la fortuna o l’abilità di raggiungere. A diciott’anni ho capito che Kafka mi dava, a un livello incomparabilmente diverso e superiore, quello che prima cercavo in Sturgeon (oltre a *molto altro*, va sans dire). Il che non significa che Sturgeon con ciò passasse nelle cose da buttare nella (letterale) monnezza. Anzi. A quindici ero convinto che il Manzoni dell’obbligo scolastico meritasse la sovversione di Van Vogt. A venti, passato da Kafka a Borges a Sciascia, ho capito (credo di aver capito) perché fosse importante, anche per me, Manzoni (e ho pure scoperto che civettava col romanzo gotico!).
    Richard Rorty una volta ha raccontato un apologo che, dalla prima volta che l’ho letto, ho deciso di fare mio: l’elitario è colui che, una volta salito sul ramo dell’albero, non pensa ad altro che gettare a terra la scala che gli è servita per arrivarci, in modo che nessuno lo possa raggiungere. Il nostro compito è allora precisamente fornire tutti, idealmente, di tutti i tipi di scale siano disponibili, anche inventandone altre se necessario. Proprio perché ho fatto tanta fatica a salire su quest’albero, proprio perché nessuno me l’ha regalato, mi fa rabbia chi dice che tanto tutte le piante sono uguali, e che le scale sono robe paternalistiche, ideologiche. O snob appunto. Prima si impari a salirci sopra, poi si potrà anche scegliere di rifiutarle. Ma è proprio la scelta che oggi viene sempre più preclusa. Tu Loredana dici che a nessuno si vieta di “andarsi a cercare il suo DeLillo”. Ne sei proprio convinta? Anche in prospettiva? De Lillo ha settant’anni passati ed è un classico. Quanti autori più giovani di lui, e magari quasi altrettanto importanti, hanno il suo medesimo status? E lo avranno anche gli autori del futuro? Io, come vedi, non ho certezze. Ma questo non mi impedisce di essere molto pessimista.

  7. È qui che si parla male della Mancuso? Voglio subito la tessera del club, sono pronto a spedire i soldi e ricevere il pacco contrassegno con medaglia, attestato, gagliardetti e adesivi, oltreché sottoscrivere la petizione a Ferrara per mandarla a fare la cronaca.
    (e cmq ora che raccolgono pure i suoi pezzi di cinema, facesse il cinema e si fermasse lí, diobono)
    (no, non ha mai stroncato nessun mio libro)

  8. Ciao Roberto. No, “figo” non è malconnotato, nel mio idioletto. Semmai preferisco l’allotropo “fico”, ma dipende dalle mie origini amatriciane.

  9. Roberto, no, qui non si parla male di nessuno. Neanche di Elena Stancanelli, che è brava scrittrice e ha scritto, ribadisco per la trecentesima volta, un ottimo articolo con una frase usata sicuramente con innocenza, ma che, ribadisco anche questo, NEL CONTESTO ATTUALE di informazione sul genere rischia di appesantire la situazione.
    Andrea. L’apologo delle scale è molto bello. Ma vale per tutti: perchè guarda che chi sta ai piedi dell’albero rischia di non incontrare DeLillo, ma neanche, se è per questo, China Miéville, strapremiato, strabravo, pubblicato in Italia e già scomparso. Quando, a Fahrenheit, ho scoperto che Perdido Street Station era nei libri scomparsi di Caccia il libro sono rimasta a bocca aperta.
    I monnezzoni sono ovunque, non solo nei libri fantasy: che poi, insisto, la via della buona lettura sia preclusa dai monnezzoni medesimi è cosa a cui non credo. Perchè sono, sempre, persona ottimista.

  10. Secondo me voi due state dicendo la stessa cosa.
    (NB: a un certo punto di un’accorata disputa ci vuole sempre qualcuno che dica “secondo me voi due state dicendo la stessa cosa”.).
    Entrambi amate la letteratura, e la vostra nozione della medesima non è affatto così lontana come sostenete. Quello che ci si mette in mezzo, il convitato di pietra, a me pare, è il mercato, bastardo e drogato. Perché è vero che i monnezzoni in sè non precludono la buona lettura (ci mancherebbe!), però forse le pile e pile e pile con cui vengono disposti in libreria (e promossi su stampa, radio, tv, ecc) quelle sì.

  11. Distinguo (ci vuole anche uno che dica: “distinguo”):
    gli unici “monnezzoni” di genere che siano stati recensiti da stampa radio tv (non recensiti, peraltro: resi notiziabili) sono tre, a mia memoria.
    Il signore degli anelli
    Harry Potter
    Twilight
    Il primo è un grandissimo classico.
    Il secondo è un gran bel libro.
    Il terzo è fenomeno di costume e, eventualmente, l’unico che possa rientrare nella categoria a tutti gli effetti. Dico eventualmente perchè per me i veri monnezzoni sono ancora altri, ma non allarghiamo il discorso.
    Di quale altro fantasy oppure horror si è parlato diffusamente sui media?

  12. Eh, be’, però tu parli di “libro”. Ma citi saghe in innumerevoli capitoli, che poi diventano pure film uno dietro l’altro. Due soli titoli, Harry Potter e Twilight, va bene: ma quanti effettivi prodotti (e sottoprodotti relativi) hanno poi invaso il mercato, e soprattutto lo spazio mediatico? Decine.
    Io, personalmente, la vedo come una guerriglia, resistere contro la quale comporta una preparazione, una consapevolezza, una volontà e una tigna che non tutti hanno, e che per me rientrano nel dominio del privilegio.
    Per semplificare: ti ricordi, Loredana, di quando ti raccontavo di tutti i sistemi – alcuni al livello di sotterfugio – a cui dovevo ricorrere per preservare la mente, tanto prensile quanto delicata, di mia figlia dall’onnipresente fuoco delle Winx?

  13. Scusate, ma chi legge i monnezzoni vuol dire che non è educato a leggere altro. Da chi? Dalla famiglia, dalla scuola, dalle persone che lo circondano. Dallo scarso secolo e mezzo di storia italiana a disposizione. Trasformare la stragrande maggioranza della popolazione italiana in lettori capaci di operare un distinguo tra letteratura vera e monnezzone, è un compito immane in cui, per ora, si sono cimentate pochissime isole felici nate da iniziative culturali individuali o di ristrette cerchie di persone, sparsi qui e lì per l’etere e il teritorio italico. Non certo da progetti a lungo termine di alfabetizzazione letteraria dei nostri storicamente miopi governanti: che sarebbero l’unico metodo da perseguire per ritrovare l’italiano medio letterariamente adulto fra mezzo secolo.
    Recente è lo strumento anobiano, probabilmente utile ancora a pochi per l’orientamento delle scelte. Utile, per esempio, ad un ex border-line come il sottoscritto che aveva bisogno solo di uno strumento univoco per dribblare le ziqqurat nelle feltrinelli e orientare le proprie scelte a qualcosa di più sostanzioso e intellettualmente stimolante. Almeno ci si prova. E’ una spintarella ricevuta in una direzione precisa, un invito non scritto finora mai pervenuto, se non raramente, da quella razza di veri librai in via di estinzione o da siti letterari che, per immancabile spirito di parte o per gusti personali, tendono comunque a consigliare l’uno o l’altro genere, l’uno o l’altro autore. In aNobii c’è un po’ di tutto. La buona minoranza di commenti, acuti e cazzuti, è fonte preziosa di indicazioni. E di individuale crescita letteraria.
    Quoto l’analisi di Cortellessa nell’intervista a tuttilibri. Lucidissima.

  14. @ Loredana e Roberto
    Sopraffatto dalla congiuntivite, e contento che DeLillo metta tutti d’accordo, ricorro all’ultima citazione: “Pace.”

  15. Mai rifiutato una proposta di pace, Andrea.
    Però.
    Però ecco che Plessus viene dritto dritto a confermare l’idea monnezzoni versus nobiltà letteraria. Plessus, Tolkien è un monnezzone? Eppure i draghi, giuro, ci sono.
    Roberto, la questione dei sottoprodotti è esattamente quella da cui questo e altri post hanno preso le mosse.
    Però, insisto,Fantasy e horror, di spazio mediatico, ne hanno pochissimo anche quando sono ottimi prodotti.
    (per questo in rete bisogna eccetera eccetera)

  16. Eppure ve l’ho detto che ho la congiuntivite! Allora ditelo che mi volete morto! Critico giapponese ammazzato sull’isola a mezzo thread!
    Allora, non ho letto Twilight e non ho letto il maghetto. Ma ho letto Tolkien. Non tutto, ma per la mia tolleranza già troppo. Ho letto anche i suoi saggi, persino il suo epistolario. Insopportabile lui e sopravvalutatissimo il suo monnezzone: altro che “grandissimo classico”. Non mi si dica che trincio giudizi, che sdottoro a capocchia. Ho argomentato la tesi, anni fa, nella postfazione a un libro di Lucio Del Corso e Fabrizio Pecere, “L’anello che non tiene”, minimum fax. Dove gli si dà appunto del “monnezzone”. Se vuoi ti mando il file, Loredana, e lo linki come graziosamente facesti tempo fa se non sbaglio con un mio pezzo su Dick. So che ha raggiunto il suo scopo: sui siti tolkieniani sono in cima alla lista nera, e in particolare proprio per l’uso della parola “monnezzone” (e quando dico che lista è nera alludo, certo che alludo…).
    Bolano (io la cedilla non so farla, qui). Grandissimo. Discontinuo (ma lo è anche DeLillo). Strepitose certe pagine “lynchane” della seconda parte di “2666”. Ma, tutto ciò premesso, DeLillo è ancora più figo.

  17. Loredana, con rispettoso e amichevole tu, Il signore degli anelli racchiude tutto il fantasy. Mi ha talmente riempito la sua rilettura che penso – magari sbagliando – che dopo di esso, all’interno del suo genere, nulla più ci sia se non epigoni in quantità, ehm, industriale. Ma è un partito preso, non sono un amante del fantasy. Mentre amo King senza prostrarmi ai suoi piedi.
    Mi prostro invece di fronte a Bolaňo, citato: illuminante quanto semisconosciuto, quanto disarmante Moccia per quanto è conosciuto.

  18. Cortellessa: adesso ho capito. Non abbiamo gli strumenti. Non capiamo. Pacca sulla spalla e “cresci, ragazzo mio”. Molto bene. Gesto estremamente rivoluzionario.
    Facciamo così, quando deciderà che quegli strumenti li abbiamo e li sappiamo usare e magari sono meno spuntati di quel che lei pensa, quando deciderà che il “fantastico” non è “sociologia della letteratura” (e magari avrà anche la benevolenza di spiegare perchè la sociologia della letteratura sia così spregevole) e avrà voglia di fare due chiacchiere, sarà il benvenuto.
    Noi alla puzza siamo abituati.

  19. Riflessione a margine.
    Letteratura di serie A, letteratura di serie B?
    Il genere è ancora sottostimato dalla critica stupida ed ottusa?
    Non sempre.
    Negli ultimi 15 anni è successo un piccolo miracolo nelle arti rispetto al “genere”. Ed è arrivato dal luogo meno sospettabile. La televisione. Americana.
    Si è imposta una incredibile caccia al miglioramento, un circolo virtuoso che ha pochi eguali nella storia del mezzo, e del genere.
    Perché è successo?
    Perché scrittori televisivi (quelli del cinema l’avevano sempre saputo) e critici hanno cominciato a pensare al genere come ad una chance, non ad un paletto.
    Hanno rinnovato tutto. Storie, trame, personaggi, linguaggi.
    Risultato abbiamo ottenuto dei capolavori. Non uno, ma decine.
    Qui da noi, in letteratura, siamo ancora molti passi indietro.
    E ci sono due ostacoli. Il primo è che da una parte c’è l’assoluta ignoranza e ostinazione a non vedere. Il secondo è che dall’altra c’è troppa “benevolenza”; passa tutto, perché in fondo è bene. Invece andrebbero cassate e bastonate quel 90% di monnezza prodotta. Far arrivare sul mercato, e lanciare, le vere gemme del panorama. Che, diciamocelo, non sono certo la Rowling o la Meyer (pur con l’abisso che pure esiste tra le due autrici).
    I prodotti li abbiamo, non mancano. Ma case editrici e fan si ostinano a celebrare ed osannare la base della piramide. Ed ovviamente convincere i critici ottusi del mainstream con la base della piramide non è facile.

  20. Sì, Bolaňo. Bisogna che qualcuno ne parli in prima pagina e diventi noto a tutti, e dunque antipatico a pochi – noialtri iniziati.
    (Scherzo).
    Però è vero che è meritoria la superedizione di 2666 di Adelphi.

  21. Mi pareva, infatti, Loredana. Così come ricordavo che tu nell’occasione omettessi di entrare in merito al giudizio espresso sull’ideologia e sull’esito letterario di Tolkien. Anche nell’interessante discussione che hai linkato, fra Monda e Wu Ming 4, si parte dal presupposto che si stia parlando di un “grandissimo classico” (la leggerò con interesse). Ora, siccome sono un tipicissimo esemplare di “critico ottuso del mainstream”, che da bravo sgobbone s’è messo di buzzo buono a studiare il classico sbandierato dalla parte avversa, vi infliggo di séguito tutto il saggio del 2002. Saltabile ove (come sarebbe ipotizzabile) lo si ritenga OT, beninteso. Ma mi piacerebbe invece che si entrasse nel merito, di sto classicissimo monnezzone.
    Andrea Cortellessa
    Quando mettono mano alla pistola sfodero subito la cultura
    Viviamo in un’epoca tarda – nella post-storia. Ciò non esclude affatto che il punto estremo della tardività sia anche il punto da cui può trarre origine il nuovo. A ciò dobbiamo pensare.
    PHILIPPE LACOUE-LABARTHE e JEAN-LUC NANCY
    “Ogni volta che ascolto la cavalcata delle Walkirie mi viene l’impulso irresistibile di invadere la Polonia”. Irresistibile è – un tempo gli capitava spesso – la battuta di Woody Allen. Ma a qualcuno non piace proprio. Perché con la sintesi iperbolica propria del codice comico non fa che ribadire un luogo comune, quello del Wagner pre-nazista (potenzialmente-nazista o implicitamente-nazista), che non dà fastidio solo ai wagneriani perfetti (quanto meno a quelli antinazisti). Questo libro dà voce a un fastidio simile. In questo senso – piaccia o meno Tolkien (per inciso a me, a differenza di Wagner, piace assai poco) – questo libro insiste su un punto cruciale del nostro panorama mentale. Quella che gli autori definiscono la trasvalutazione (nell’ultima nota descritta come “discorso onnicomprensivo tipico di critici decostruzionisti e filosofi postmodernisti e pragmatisti di oggi”) degli oggetti artistici e, in generale, della nostra tradizione.
    È ironico (ma non sorprendente) che il termine sia ripreso, in filosofese, proprio dall’opera-non opera del maestro di tutti i “decostruzionisti” e i “postmodernisti”; dal testo cioè che, per l’appunto entro il canone filosofico, ha condiviso il medesimo destino del Ring wagneriano: La volontà di potenza. Leggo (nella traduzione di Angelo Treves rivista da Pietro Kobau) il frammento 1007 della silloge compilata nel 1906 da Elisabeth Förster-Nietzsche e Peter Gast: “Trasvalutare i valori: che cosa sarebbe? Devono essere presenti tutti i movimenti spontanei, quelli nuovi, forti, futuri: ma ora si trovano ancora sotto falsi nomi e false valutazioni e non hanno ancora preso coscienza di sé. Vogliamo una coraggiosa consapevolezza e affermazione di ciò che è già raggiunto. Sbarazzarci dell’andazzo delle vecchie valutazioni che ci rendono indegni delle cose migliori e più forti che abbiamo finora conseguito” (nei progetti per quella che verrà intitolata Volontà di potenza “Trasvalutazione di tutti i valori” è, alternativamente, titolo o sottotitolo).
    Scientemente non passo (come filologia vorrebbe) da Colli e Montinari; perché è qui, nel tendenzioso editing della sorella antisemita (e poi nazista) – dell’ultima opera progettata e mai compiuta dal fratello uscito di capoccia, nel libro-scandalo che per un breve periodo i gerarchi nazisti terranno (o diranno di tenere) sul comodino –, che la magagna-Nietzsche si dirime (o, assai più probabilmente, non si dirime). Maurizio Ferraris, che qualche anno fa rilanciò il dibattito sul Nietzsche in camicia bruna, pose con forza una questione che già il Derrida di Otobiographies non aveva mancato di instillare in orecchie inquiete: “il problema […] non consiste tanto nel dichiarare che Nietzsche non ha mai pensato o voluto ciò che, nel Novecento, è stato fatto in suo nome, né nell’appellarsi alla falsificazione dell’eredità” (fra l’altro l’edizione di Ferraris e Kobau documenta come sui materiali della Trasvalutazione, a differenza che sull’epistolario e con buona pace di Jean Pierre Faye, i tagli e le suture di Elisabeth abbiano deformato assai relativamente il pensiero del filosofo del martello) “ma piuttosto nel domandarsi come mai ciò che si chiama tanto ingenuamente una falsificazione sia avvenuto proprio sul suo lascito, e non su altri; e perché l’unica istituzione d’insegnamento che abbia avuto la tentazione di richiamarsi a Nietzsche sia stata quella nazista”.
    Con tutto l’amore per Wagner, una volta visto il documentario sul vecchio Von Karajan che sfreccia a duecento orari la Foresta Nera sulla sua Mercedes blindata color antracite, imperioso al volante col Coro dei Pellegrini a palla sullo stereo, il Tannhäuser davvero non riuscirò più ad ascoltarlo con l’innocenza di prima. Voglio dire che non c’è bisogno di condividere il pensiero (di Nietzsche, proprio, prima che di Stanley Fish) che non esistano fatti – testi – ma solo interpretazioni, per nutrire qualche dubbio su quella che mi pare la salda convinzione di Del Corso e Pecere: che cioè, una volta passato il loro rasoio ermeneutico sull’immondizia incrostatasi su Tolkien, questo possa essere restituito a una leggibilità, diciamo, prima. Piacerebbe insomma, in casi come questo, poter nutrire ancora qualche illusione sull’autonomia del testo; ma dai bei tempi di quando eravamo strutturalisti troppa acqua è passata sotto i ponti per non pensare che le interpretazioni di ieri finiscano per deformare irrimediabilmente il senso che un testo ha per i suoi lettori di oggi. Almeno fino a quando gli hobbit, anziché scudieri della gioventù d’estrema destra, non diverranno icone di riferimento del popolo di Porto Alegre. Cioè fino a quando una nuova interpretazione forte non entrerà a sua volta nella compagine di senso attivata dal testo in questione, così attenuando la rilevanza di quella che prima teneva banco (come quella nazi ha fatto quasi dimenticare, almeno da noi, l’opposta – opposta? – lettura hippy degli anni Sessanta…).
    Ciò detto, al libro di Del Corso e Pecere resta una funzione basilare – questa sì tutta condivisibile. Quella di mostrare in corpore vili come si costruisca una leggenda interpretativa. In questo senso la loro indagine ha un luminoso precedente: un libro dei tardi anni Ottanta – curato dall’Umberto Eco che di lì a poco avrebbe pubblicato, et pour cause, I limiti dell’interpretazione – che, per me studente di primo anno, rappresentò un’autentica folgorazione. S’intitolava L’idea deforme (il titolo, parto geniale del giovane Stefano Bartezzaghi, anagrammava i fedeli d’amore) e allineava letture divertitamente neoilluministe dei ricorrenti tentativi di piegare la Commedia dantesca ai più deliranti teoremi cabalistico-numerologici, profetico-escatologici, mistico-soteriologici. Da quella lettura (che piacerebbe impartita indiscriminatamente, a tutti coloro che inizino a cimentarsi col mestiere dell’interpretazione, proprio con funzione di profilassi) mi deriva peraltro un convincimento profondo: che sovrainterpretazioni ideologicamente tendenziose (come quella “tradizionalista” in senso evoliano di Tolkien, della quale limpidamente Del Corso e Pecere rintracciano l’archetipo già alle origini del percorso italiano del testo: cioè nell’edizione rusconiana di Quirino Principe e in particolare nella prefazione di Elémire Zolla) siano magari “architettonicamente” simili a quelle decostruzioniste, osservino cioè analoghi principî di costruzione; ma, da un punto di vista funzionale e in definitiva negli èsiti, siano ad esse non meno che contrapposte. Se il decostruzionista riapre di continuo snodi induttivi nel proprio ragionamento, moltiplicando all’infinito – nel testo che ha per le mani – i tracciati di senso possibili, il tendenzionista (chiamiamolo così) al contrario scarta le diramazioni adiafore che gli si presentano di fronte (e che dovrebbero indurlo quanto meno a cautela), così facendo limitando brutalmente i sensi possibili dell’opera. Quanto l’uno è labirinticamente centrifugo, insomma, l’altro è catastroficamente centripeto. Il primo ripete sorridendo che non c’è nessun testo in questa classe; il secondo grida eureka e si appresta a diramare al mondo la formidabile scoperta del senso, unico e autentico, del testo studiato (salvo denunciare il complotto dei mediocri che l’eureka deridono o ignorano…).
    Ora, il bello (ma beninteso, per chi ami Tolkien, il drammatico) è che nel caso del Signore degli Anelli le “idee deformi” si originino seguendo tanto la prima che la seconda, delle strategie appena descritte. Mostrando come, nell’esigenza pratica di un’interpretazione pubblicamente (come in questo caso, politicamente) tendenziosa, dette strategie possano alternarsi, darsi manforte a vicenda, tra loro persino confondersi (volendo citare casi recenti di interpretazioni insieme decostruzioniste e “tendenzioniste”, di segno politicamente opposto – opposto? – a quella qui trattata, si pensi alla fantomatica quête di Thierry Mayssan sull’aereo caduto o meno sul Pentagono l’11 settembre o al pastiche, ancor più fuorviante, di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, sui rapporti veri o presunti tra il direttore d’orchestra Igor Markevich e le Brigate Rosse durante il sequestro Moro).
    Alla fine del viaggio, bisogna ringraziare Del Corso e Pecere per averci fornito un’empirica quanto dettagliata mappa delle possibili disletture (tanto per attraversare i territori di un illustre nipotino di Federico Nietzsche, Aroldo Bloom). Senza pretese di completezza, il povero – povero? – monnezzone oxoniano, dunque, di volta in volta sarà (è stato):
    1) “preso sul serio” per gioco – da buontemponi dal temperamento inconsapevolmente patafisico: autori di poesie in lingua elfica, dizionarî Sindarin, cattedre di “Modern Medievalism” e naturalmente atlanti della Terra di Mezzo. Primo di questa schiatta – ed è in fondo questo il suo aspetto più simpatico – ovviamente il “professore di Oxford” (espressione formulare assai fortunata presso i suoi estimatori): J.R.R. in persona, cioè, con le “Appendici” etnografiche e linguistiche al romanzo, per non parlare del Silmarillion (aggiungono en passant, Del Corso e Pecere, che il fenomeno getta una luce inquietante sulla fatuità dell’ambiente accademico americano; ma allora anche quello della Oxford anni Trenta non sembra brillare per maturità intellettuale);
    2) “preso sul serio” davvero – qui si costeggia da vicino l’area del disagio mentale (bene fanno Del Corso e Pecere, allora, a non insistere troppo sull’argomento): di chi si affanni, cioè, a cercare “testimonianze “archeologiche” della civiltà elfica”. Non è capitato solo a sfigati verosimilmente reduci da qualche campo Hobbit finito male: J.R.R. dovette difendersi, nel ’54, da un entusiasta ma inquieto lettore cattolico, Peter Hastings, che si poneva seri problemi sulla reincarnazione degli elfi: “mi ha fatto il complimento di avermi preso sul serio; benché non possa fare a meno di chiedermi se non sia “troppo sul serio” o nel modo sbagliato. Il racconto dopo tutto in ultima analisi è un racconto, un brano di letteratura, che deve avere un effetto letterario, e non è una storia vera. Che l’espediente adottato, di dare all’ambientazione un’aria storica e (un’illusione) di tre dimensioni, abbia avuto successo, sembra dimostrato dal fatto che numerosi lettori hanno avuto la sua stessa reazione […]: cioè l’hanno trattato come fosse un resoconto di epoche e luoghi “reali”, che la mia ignoranza o la mia disattenzione aveva in alcuni punti mal riportato o non aveva descritto con esattezza” (dopo una simile premessa, però, imbarcarsi in una lettera teologica che prende dieci fitte pagine a stampa non depone propriamente a favore dell’equilibrio razionale dell’autore; il quale peraltro fa in tempo a interrompersi e a evitare di imbucare il papiello in questione, vergandovi sopra “Mi sembra di essermi preso troppo sul serio”: anche in questo caso, dunque, lui per primo vittima della propria stessa trasvalutazione…);
    3) decifrato allegoricamente – è questo il centro della demistificazione di Del Corso e Pecere, che si confrontano con un avversario, per una volta, di taglia massima: lo Zolla dell’introduzione del ’71, dal quale fanno discendere tutta la nutrita schiatta contemporanea di interpreti “tradizionalisti”. Descrivono bene, i nostri autori, il fenomeno che si verifica quando si attiva una sovrainterpretazione allegorica: l’occultamento, e alla fine la vera e propria scomparsa elocutoria, dell’elemento presuntamente allegorizzante – cioè la lettera del testo (e si capisce; restando nei suoi pressi ci si renderebbe presto conto che esso non tollera il contrappunto particolareggiato di quella che una volta si definiva “metafora prolungata”). In questi casi “il dato letterario”, scrivono Del Corso e Pecere, “viene di solito completamente trasfigurato nell’insieme di contenuti cui rimanderebbe simbolicamente. Questi contenuti, tratti dalle più diverse dottrine e tradizioni mitiche” (il sincretismo delle categorie cui apparterrebbero i presunti elementi allegorizzati, quello che i Nostri gustosamente definiscono “brodo dossografico”, è in genere un’altra spia che l’interprete, in questi casi, sovrainterpreta) “vengono dotati di una completa autonomia e non sono messi in discussione, se non per ribadirne il primato addirittura ontologico, all’insegna di massime come “il mito contiene più realtà della realtà””. Basta riprendere in mano le pagine incriminate (quindici nella riedizione Bompiani che ho per le mani). Molto empiricamente Zolla apre le virgolette, per citare passi dal romanzo cui in fondo sta introducendo, solo nove volte. E per non più di quattro righe alla volta (per lo più per meno di due; la citazione più lunga è dei nove versi di uno dei componimenti poetici intercalati nel testo di Tolkien). In altri termini: gli allegoristi a capocchia (quelli che Del Corso e Pecere battezzano “maestri della citazione tronca”) temono il dialogo col testo, la relazione critica, come il diavolo l’acqua santa.
    Ma in questo caso specifico i Nostri hanno davvero buon gioco: dal momento che l’ipotesi allegorica è negata in linea di principio, e con la massima risolutezza, da J.R.R. in persona. E non in una lettera nascosta nel frondoso epistolario, in qualche oscuro rescritto del nachlass. No: la lettera è nascosta, come vuole tradizione, nel luogo in assoluto più illuminato. L’arbitrio più inaccettabile dell’edizione del ’71 (e fa specie che una major come Bompiani, per la quale la factory Tolkien verosimilmente rappresenta una gallina dalle uova d’oro, non sia mai stata punta dalla vaghezza di dare una rispolverata editoriale alla compagine italiana del suo long-seller), talmente irrituale da far sospettare davvero la malafede, consiste infatti nella chirurgica resecazione delle quattro paginette di Foreword autoriale aggiunte nell’edizione inglese del ’66. Le quali, si capisce, avrebbero fatto a cazzotti con l’alata prosa di Zolla, che norma avrebbe voluto immediatamente precederle: dal momento che all’inizio del sesto capoverso J.R.R. scandisce a chiare lettere che “per quanto riguarda qualsiasi significato più profondo o “messaggio”, l’opera nelle intenzioni dell’autore non ne ha. Non è allegorica né riguarda temi d’attualità” (anche stavolta, peraltro, è dato osservare – e Del Corso e Pecere correttamente non le nascondono – assai curiose oscillazioni autoriali; suona quanto meno bizzarro, infatti, fare un’affermazione come quella appena riportata e in altra sede, cioè una lettera al sacerdote Robert Murray del ’53, presentare Il Signore degli Anelli come “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”: osservante una Weltanschauung, cioè, che, seppur come assai noto appartenente all’autore, nella sua opera non è esplicitamente menzionata. La verità è che Tolkien appare ogni volta dominato dalla volontà di non rinunciare a nulla: del contenuto “religioso e cattolico” dell’opera dice che “all’inizio non ne era consapevole, lo è diventato durante la correzione”; proprio per evitare la detestata allegoria ha “tagliato praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti o pratiche”. Tuttavia è lieto che si colga “l’elemento religioso”, che “è radicato nella storia e nel simbolismo”; difatti si dice “sommamente grato per essere stato allevato […] in una fede che lo ha nutrito e gli ha insegnato tutto quel poco che sa”. Insomma la linfa religiosa c’è ma non si deve vedere – però è contento che qualcuno abbia occhi per vederla…);
    4) intenzionalmente sovrainterpretato – come a denti stretti concede anche il più zelante alfiere del tolkienismo di destra, Gianfranco de Turris, quando scrive che (il corsivo è mio) “l’opera di Tolkien offre a una società scettica e demitizzata, sotto forma di una grande saga fantastica ed eroica, quasi una epopea, un mito positivo, fondante, completo e verosimile in cui credere, anche se ci si rende ben conto che è soltanto “la favola più lunga del mondo””. Chi lo legge in questo modo, insomma, non crede (anche se significativamente non lo ammette apertis verbis) che sia stato J.R.R. ad aver disseminato il suo testo sterminato (come sosteneva Zolla, ma come pare credere anche un temperamento senz’altro del suo più “filologico” quale Franco Cardini…) di serrature grandi e piccole che stia allo stuolo dei lettori rintracciare e far girare con le chiavi ermeneutiche più adatte a trarne fuori i celati tesori “tradizionali”. In quest’ottica il lettore è tuttavia pienamente legittimato – si badi: da questo testo, non da un altro; ci si ricorda della domanda petulante di Derrida su Nietzsche… – a sovrapporre, al testo stesso, una quantità di sovrastrutture concettuali. Dunque anche politiche.
    Su questo punto, peraltro, Del Corso e Pecere mantengono una commendevole cautela argomentativa. Lo diceva già vent’anni fa Sandro Portelli, in un bel saggio tolkieniano qui più volte citato: “La verità effettiva che la controcultura legge nella letteratura fantastica è […] una realtà extratestuale, di stampo mitico; ma è una realtà che si colloca a posteriori rispetto al testo, anziché a priori: che il testo non riproduce, ma produce”. Cita, Portelli, ancora la famosa Foreword di Tolkien censurata in Italia, che al riguardo mostra un’inconsueta lucidità: “Detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue forme […] Preferisco di gran lunga la storia, vera o fittizia, con la sua multiforme applicabilità al pensiero ed all’esperienza dei lettori. Credo che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; ma la prima risiede nella libertà del lettore, e l’altra nel voluto dominio dell’autore”. Difatti il più onesto dei tolkieniani di destra, Marco Tarchi, non aveva difficoltà – annotano Del Corso e Pecere –, già all’altezza del ’78, a specificare che il libro di Tolkien “coinvolge ed investe, non perché è allegorico, ma bensì perché è applicabile: ovvero, riproponibile al lettore nella propria, personale ed irripetibile, condizione”. Aggiunge Portelli, a scanso di equivoci (e anche in assenza di una così esplicita “autorizzazione” autoriale a pratiche che oggi diremmo reader-oriented), che “distinguere il funzionamento dell’opera dalle intenzioni dell’autore è peraltro operazione critica non solo legittima ma doverosa”. Ci mancherebbe.
    E tuttavia il “caso” Tolkien mostra a nudo le più fosche implicazioni politiche di una simile libertà (condizionata) vigente in ermeneutica: laddove sui suoi presunti fondamenti s’impianti non solo una tradizione di pensiero ma addirittura il progetto di una comunità (quale sono con tutta evidenza, nelle intenzioni, i “campi Hobbit”). Ogni comunità che voglia acquisire una legittimazione, farsi cioè istituzione – a maggior ragione quella dei “tradizionalisti”, evidentemente… –, abbisogna di una tradizione: e proprio in questa chiave è stato (con maggiore o minore consapevolezza) utilizzato il testo di Tolkien dai suoi lettori d’estrema destra. Per questo parla, Portelli, di “meta-tradizione”: “una tradizione inventata per affermare un valore ideologico senza confrontarsi con l’oggetto storico, con le culture tradizionali realmente esistenti. Una tradizione sintetica offerta in cambio di una tradizione cancellata”. Ora, spesso ci si chiede quale possa essere stato il maggior influsso di un testo così fortunato come Il Signore degli Anelli. Forse è proprio questa sua singolare fortuna a fornirci la risposta: non solo da un punto di vista letterario (dove si potrebbe iniziare una lunga digressione, che coinvolgerebbe tante “tradizioni” più o meno patafisicamente “sintetizzate” dai grandi Postmoderni), il nostro è visibilmente il tempo dell’invenzione della tradizione; del resto quest’espressione, che oggi ci appare assiomatica e quasi una seconda natura culturale, è stata a sua volta inventata – da Eric J. Hobsbawm – nel 1984 (l’anno prima era uscito Comunità immaginate di Benedict Anderson).
    Se il potenziale distruttivo delle tradizioni inventate, cioè dei nazionalismi fantastici, è venuto al pettine della storia all’altezza degli anni Novanta, col disastro balcanico (ma com’è noto anche da noi il fenomeno registra, nello stesso periodo, una certa fortuna), un precedente inquietantissimo lo rintracciano, Del Corso e Pecere, nella consapevole sovrainterpretazione che il maestro di tanti “tradizionalisti”, il barone Julius Evola, operò sui Protocolli dei “savi anziani” di Sion, testo riconosciuto nell’occasione (ossìa introducendo a un’edizione caduta proprio l’anno delle leggi razziali…) come falso. Evola lo ammetteva, sì, e tuttavia difendeva in pari tempo la legittimità della sovrainterpretazione dello stesso testo da parte di un “inventore di tradizioni” di altissime ambizioni: Adolf Hitler. Ispirandosi al testo in questione, Hitler avrebbe mostrato di “possedere un sicuro filo conduttore per scoprire il significato unitario più profondo di ogni più importante rivolgimento dei tempi ultimi”.
    Non era stato solo un episodio. Lacoue-Labarthe e Nancy, nel Mito nazi, hanno mostrato come l’elaborazione del mito – la sua utilizzazione in funzione legittimizzante, cioè –, nel pensiero totalitario e in particolare in quello tedesco, funzioni proprio secondo processi di identificazione mitica (in generale, “il mito può essere definito come un mezzo di identificazione”). Passi cioè, appunto, per l’appropriazione di immagini (“simboli, racconti, figure”): in modo non dissimile, dunque, a come funziona la trasvalutazione artistica secondo Bloom (la dislettura, appunto, consapevole distorsione del senso “originario” di una determinata “immagine”). La via nazista alle categorie del politico è dunque, in certo senso, specificamente artistica: “il mito nazi, com’è stato dimostrato in modo ammirevole da Syberberg” (cioè dal davvero epocale Hitler. Un film della Germania) “è la costruzione, la formazione e la produzione del popolo tedesco nell’opera d’arte, mediante l’opera d’arte, come un’opera d’arte” (ancora Il mito nazi).
    Già nel ’36 Benjamin, lo si ricorderà, contrapponeva la politicizzazione dell’arte del marxismo all’estetizzazione della politica del fascismo (nell’explicit dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). Ma ancora più pertinente credo il rinvio a un folgorante libriccino 1944 di Alberto Savinio, Sorte dell’Europa, nel quale si legge che “l’idea che mosse la Germania al presente conflitto va giudicata più che altro come un fenomeno di “pompierismo””: “quello che soprattutto stupisce nella storia del nazismo, è che un popolo di settanta milioni di anime abbia affidato il proprio destino a un uomo che ha dipinto i quadri che ha dipinto Adolfo Hitler”. Ora, per Savinio l’essenza del pompierismo di massa che colpì non solo la Germania negli anni Trenta fu proprio la cattiva imitazione – l’identificazione mitica – con una tradizione inventata: “Hitler voleva ricostituire l’impero di Carlomagno […] Mussolini voleva dare all’Italia un impero”.
    Ciò che è consentito nel linguaggio delle forme artistiche, insomma (operazione “non solo legittima ma doverosa”, anzi), e forse anzi proprio di esse costitutivo, è non meno che pernicioso quando a sua volta lo si trasvaluti nella sfera della prassi. Per esempio quando dall’adorazione di un brutto libro si passi a qualcosa come fondare un campo Hobbit. Per Lacoue-Labarthe e Nancy è lo stesso passaggio compiuto da Wagner, trasvalutando se stesso (come abbiamo visto fare, si parva licet, anche a Tolkien): quando cioè passò a progettare, e infine a realizzare, il proprio “tempio” a Bayreuth. Stavolta avendo “di mira uno scopo politico: quello dell’unificazione del popolo tedesco […] In questo significato fondamentale si deve comprendere l’esigenza di un’opera d’arte totale: una totalizzazione non solo estetica, ma volta in direzione della sfera politica”. Asserto discutibile nel merito – come già sento insorgere i wagneriani non nazisti evocati all’inizio – ma che basta e avanza, credo, a revocare in dubbio ogni possibile lettura innocente dell’“altro” Anello.
    D’altra parte ogni materialista dovrebbe sapere che nessuna lettura è innocente. Concludono infatti Lacoue-Labarthe e Nancy che “un’analisi del nazismo non può mai essere concepita come un semplice dossier d’accusa, quanto piuttosto come un frammento di una generale de-costruzione della storia da cui proveniamo”. Se la storia che raccontano Del Corso e Pecere finisce per apparirci emblematica, insomma, è perché – sia pure apparendoci caricaturale – finisce per farci riconoscere meccanismi mentali che, magari meno grossolanamente, rischiano di scattare in ciascuno di noi. Perché davvero, poi, nessuno è innocente.

  22. Ancora non vedo come mai Tolkien sia un monnezzone. Perchè Gasparri ci ha fatto i campi Hobbit?
    Ah, lo sa vero che il fantastico è andato avanti da Tolkien in poi?

  23. x Cortellessa: Merito un premio anche solo per essere arrivato in fondo, senza saltare una riga.
    Ma la domanda mia è: da cosa dovrei capire che il romanzo non le è piaciuto? E soprattutto, da cosa dovrei capire perché il romanzo non le è piaciuto?
    Non c’è un accenno alla storia, ai personaggi, al linguaggio. C’è tutto un apparato teorico dietro, ma nella sostanza non ha mai citato niente di Tolkien.
    Francamente mi sembra che il saggio sia il primo a non entrare nel merito.

  24. Per quel che ho letto (solo il Signore degli anelli) Tolkien garantisce al lettore l’affrancamento sia dai lumi che dal religioso, una specie di scorciatoia per soddisfare una pulsione semplice a un mondo “altro” con il quale però non occorre fare i conti. Passa utilizzando un linguaggio antico e consolidato, la corruzione dell’immaginario fiabesco. Un’operazione infinitamente semplificata rispetto a quella wagneriana. Da questo punto di vista mi sembra la corruzione della corruzione del mito. Oltre che la corruzione della corruzione di un linguaggio.

  25. Semplificata e sintetica, certo, e anche breve:-)
    Il pericolo insito nella recezione di Tolkien nel senso che riporta Cortellessa qui sopra richiamando Lacoue-Labarthe e Nancy, è minore, a mio avviso, rispetto a quello della recezione wagneriana proprio perché è annacquata. Wagner pesca nelle origini mitiche e pagane di un popolo che poteva con un certo successo dire “sono io questo” (cosa che Bossi non riesce a fare con i Celti, poveretti). Tolkien no, per questo dico che anche se il meccanismo del passaggio è lo stesso, la corruzione lo indebolisce e vengono fuori i campi Hobbit, non però un nuovo nazismo.

  26. Alcor: Tolkien è stato uno dei più importanti conoscitori dei Miti norreni. Certe cose le conosceva. Inoltre, Wagner, tanto per fare i saputelli, aveva a disposizione una versione corrotta dell’Edda di Snorre. Tolkien no. Wagner era un discendente dei vichinghi? Davvero? lo sa che vichingo non è un termine etnico, ma “lavorativo”? Vichingo o variago è una professione. Il termine “etnico” (che brutto però dire che lui poteva saperne perchè ce l’aveva nel sangue, a proposito di campi hobbit) per idnicare i popoli norreni era, guarda un po’, Rus.
    In ultimo: dal suo punto di vista si potrebbe dire – semplificando certo – che tutta la letteratura è una corruzione del primo verso gutturale emesso da un ominide.

  27. D’accordissimo con il professor Manzoli, condivido ogni sua parola e pure il tono con cui si esprime. Mi ha convinto a starmene zitta per un po’, grazie 🙂

  28. Ho letto il commento di Giacomo Manzoli, apprezzo assai che si consigli ai giovani kamikaze la lettura di Bourdieu e de Certeau, oltre che di Foucault (il quale comunque non fa male, purché beninteso venga letto davvero, e non nel bigino di qualche “fratello maggiore”). Ma non condivido affatto la conclusione che se ne trae, e cioè che “il valore di un libro è molto più nella testa di chi legge che nelle pagine del libro stesso […] Poi ci sono libri bellissimi e libri molto brutti, ma questo è veramente poco interessante”. E’ il nocciolo di un’estetica, o diciamo meglio di una pratica del testo, di matrice decostruzionista (scil. Stanley Fish, appunto), che sta (il più delle volte non dichiaratamente) alla base dell’acritica acquisizione di testi e non-testi in voga (già non molto più in voga, per la verità, per esempio negli Stati Uniti dove detta voga ha preso piede) nei cosiddetti “cultural studies”. Il valore di una lettura (non di un testo) sta nella relazione fra testo e soggetto che legge, certo; ma esso dipende e si origina anche dal valore del testo stesso, che c’è (“Il testo è qualcosa che c’è”, appunto Lavagetto vs Fish) e si trova alla base dell’atto di lettura; il testo ovviamente condiziona l’atto di lettura, lo vincola, infinitamente lo rilancia in avanti. Relazionarsi con Musil, mi perdonerai Loredana, è un po’ più complesso che farlo con Tolkien; provoca interazioni a più livelli; accende più sinapsi. Il che vuol dire, alla fine della fiera, che quello di Musil è un “bellissimo libro” (e forse anche un “grandissimo classico”, anche se non mi pare conosciuto come merita) e quello di Tolkien, quanto meno, un libro un po’ meno bello (pur essendo *infinitamente* più conosciuto). Il che mi pare difficile che si possa considerare “poco interessante”. Specie ai fini della discussione presente, e del tuo (condivisibile) postulato: che occorra cercare il buono ovunque esso si trovi.

  29. Alcor, ma come si fa a dire che il linguaggio di Tolkien è la corruzione della corruzione di un linguaggio? 😀
    Scusa, ma è comico.
    Ps. tenendo conto di chi era Tolkien e di come è nata la saga.

  30. Cortellessa: glielo chiedo ancora una volta perchè vedo che interessa anche ad Ekerot (co cui inizio ad essere d’accordo in maniera quasi sospetta) come mai Tolkien no, e Musil sì.
    Tra parentesi: da “educatore”, lo sa vero che con questo suo “rifiuto aprioristico” del genere non fa che mandare migliaia di giovani (e meno giovani) dritti dritti a Casa Pound?
    Poi chiudo, non me ne voglia la padrona di casa, ma la cosa si fa ridocola. E aborro il ridicolo. Porta dritti-dritti alle risate preregistrate del Caimano (affettuosamente e garbatamente, s’intende).

  31. @ G.L.
    perché dovrei pensare Wagner avrebbe dovuto avere una versione non corrotta dell’Edda? non era mica un filologo germanico. Nemmeno il Nibelungenlied del XIII secolo sarebbe stato in grado di leggere. E perché Wagner dovrebbe essere un discendente dei vichinghi? Scusi, ma di cosa sta parlando?

  32. Beh Alcor, Tolkien il linguaggio ha tentato di ricostruirlo, non di corromperlo.
    Sia l’elfico che è la sua creatura, sia quello con cui ha scritto effettivamente l’opera. Un Inglese su cui possiamo discutere, ma non mi pare “corrotto”.

  33. Wagner pesca nelle origini mitiche e pagane di un popolo che poteva con un certo successo dire “sono io questo”
    Evidentemente per pescare c’è bisogno della lenza.
    Io lo so di cosa sto parlando, lei, mi pare di no.

  34. @ Ekerot
    ho capito – o almeno credo – per linguaggio tu intendi lingua, giusto? ma se è così dovrei infilarmi in un lunghissimo commento e non ne ho il tempo, magari in un’altra occasione
    @G.L.
    Beh, se sa di cosa sta parlando lo dica, così capirò cosa c’entra la lenza, ma senza polemizzare sul nulla.
    Io lo so che non devo venire qui a commentare, ma una volta all’anno ci casco.

  35. Alcor: Wagner conosceva i Miti Norreni per “sentito dire”, Tolkien ci era immerso. Quindi: se per attaccare Tolkien (come simbolo di tutto il fantastico, mi pare di capire) lei fa capire che Tolkien “non conosceva la materia”, si sbaglia di grosso. Meglio?

  36. “Essere immerso” in una materia mitologica non mi pare la migliore garanzia onde conseguire un’attitudine critico-interpretativa nei suoi confronti. Wagner usava strumentalmente il mito, a fini estetici e politici anche discutibili (come abbondantemente detto) ma, appunto, lo “usava” e consapevolmente. Anche la sua spregiudicatezza “filologica”, della quale poco so, contribuisce a sostenere questa ipotesi. L’attitudine di Tolkien è invece sospesa fra un’adesione ingenua, sostanzialmente goliardica (infatti “filologica”), e a sua volta un “uso” strumentale, ideologico, nei cui confronti lui per primo, e comprensibilmente, nutriva forti dubbi (come mi pare di aver mostrato). Il caso di Musil è un altro ancora. La sua trasfigurazione dei miti e delle ossessioni della finis austriae ha un valore che va ben al di là di essi. Proprio per questo il suo libro è un capolavoro universale. Se si possa sostenere lo stesso di Tolkien non lo so, a me non sembra proprio. Ma credo che chiunque abbia letto entrambe le opere possa concordare che c’è, fra esse, una certa differenza. Dopo di che, ognuno scelga quella che preferisce. Ma è proprio la facoltà di scelta, si diceva molti commenti fa, è oggi messa a repentaglio dalla comunicazione culturale contemporanea.

  37. Mi ero ripromessa di non intervenire più, ci sono però delle affermazioni nell’ultimo commento di Cortellessa su cui mi piacerebbe avere dei chiarimenti.
    Come lettrice ovviamente sono molto sbilanciata sulla lettura (che per me è relazione) e non sul testo. Che questo ci sia e abbia un valore oggettivo è questione che mi interessa relativamene e che lascio volentieri alla critica, di cui non disconosco affatto la funzione.
    Se si distingue però – in modo legittimo penso – tra lettura e opera, la validità di quest’ultima non può fondarsi – alla fine della fiera – sulle sinapsi che accende e sul tipo di interazione a più livelli che provoca, perche in questo modo si torna alla relazione e si entra in un loop senza via d’uscita.
    Ciò che rende un’opera oggettivamente bella deve stare fuori della testa del lettore, non dentro, perché dentro quella testa ci sono molte altre cose: esperienze, altre letture, educazione, ecc. ecc. ecc. che, venendo a contatto con l’opera, ne fanno un unicum oggettivamente inafferrabile, la trasformano appunto in relazione.
    Che è quello che a me, lettrice, basta e interessa, ma – se al critico non basta – penso che dovrebbe cercare altrove il fondamento di ciò che rende un libro bellissimo e un altro un po’ meno bello. Almeno credo.

  38. Sì, molto meglio, così posso rispondere che:
    a) non mi interessa “attaccare” Tolkien, pensarci su sì
    b) non ho mai detto che “non conosceva la materia”
    b-2) si faccia insegnare dalla gestrice di questo blog come e quando si usa il virgolettato
    d) sapendo chi è Tolkien, continuo a pensare quello che ho detto.
    e) sapendo chi è Wagner, continuo a pensare quello che ho detto.
    f) il fantastico è una definizione così generica che sarei stupida a fare una battaglia contro il fantastico,
    E per inciso sono germanista, perciò non mi stia a parlare di miti norreni.

  39. Alcor, io non insegno niente a nessuno.
    E per inciso l’esibizione di titoli è francamente sgradevole. Grazie. Detto da “gestrice”.
    Ps. tra l’altro, Alcor, perdonami se sono sgradevole: ma tu stessa hai detto che hai solo letto Il signore degli anelli. Forse un po’ poco per sapere chi è Tolkien. Davvero.
    Pps. Certo che il fantastico è definizione generica: ma come si vede in Italia siamo ancora ai fondamentali per quanto riguarda questo genere. Non possiamo permetterci i sottogeneri, visto che la definizione da cui siamo partiti è “monnezzone”, figurarsi.

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