Dunque, insisto.
Ieri mi è capitato di ritrovarmi in un bell’incontro di persone che lavorano nella cultura, e ci sarà tempo per parlarne. E mentre fuori si passava dal forno non ventilato alla grandinata tropicale, mi è capitato di chiedermi come mai di tutte quelle energie, quelle idee, quel desiderio di unirsi per fare, poi trapelasse molto poco all’esterno. O meglio: nelle realtà, anche piccole, in cui si opera, trapela e si tocca con mano. Ma la percezione generale è che chi lavora con la cultura passi il tempo ad autopromuoversi e contemporaneamente a giudicarsi a vicenda.
E in parte è vero: perché è il meccanismo in cui ci troviamo a spingerci a farlo.
Dunque, insisto con Mark Fisher.
Mark Fisher ha parlato di depressione, più volte. E sostiene una cosa che continuiamo a dimenticare: che è il mondo in cui ci muoviamo a privatizzarla, e da ultimo a monetizzarla. Se siete anche voi inseguiti dagli algoritmi social che, insieme alla camminata Tai Chi che ti fa perdere trenta chili in ventotto giorni (buffoni) ti seduce con la psicoterapia online, sapete di cosa parlo. Non che Fisher neghi che esistano cause neurologiche della depressione o della malattia mentale. Dice un’altra cosa, e la dice in un saggio del 1979, Capitalism and Bipolar Disorder. Dice che la distruzione dei meccanismi di solidarietà che si deve al capitalismo neoliberista, ci ha lasciati “psicologicamente devastati” e disorientati.
«L’attuale ontologia dominante esclude categoricamente ogni possibile causa sociale della malattia mentale”.
E ancora, come ricorda Meagan Day su Jacobin,
“Sarebbe superficiale dire che ogni singolo caso di depressione è generato da fattori economici e politici; ma è ugualmente banale sostenere – come fa l’opinione dominante – che le radici della depressione siano da individuare solamente o nella chimica del cervello, o in esperienze infantili”.
E non anche nella precarietà, nella spinta alla performance a tutti i costi, a “tecniche manageriali punitive”, all’impossibilità di pianificare il futuro e, contemporaneamente, all’obbligo di autopromozione continua.
Certo, è più complicato di così, ed essere infestati da questa doppia spinta produce tristezza, solitudine, paura. Odio, anche. Come diceva Fisher, “la depressione è il lato oscuro della cultura dell’autopromozione”.
E l’arte? Si adegua. Anzi, si adeguano gli artisti. Anzi, si rassegnano gli artisti, introiettando la vecchia teoria thatcheriana per cui l’alternativa non c’è. Non tutti e non tutte: ma se pensate al tema di cui si discute negli ultimi giorni dentro e fuori la bolla intellettuale è difficile rintracciare il segno di una rivolta: è semmai l’adeguamento a un canone, dove la necessità di performare e di dire “io” vince su tutto, e guai se non partecipi. Senza capire che stiamo “rappresentando” quello che diciamo di fare invece di farlo davvero.
Certo che è difficile liberarsi dai fantasmi e dai vampiri. Intanto, però, bisognerebbe parlarne, bisognerebbe vederli, i benedetti fantasmi, invece di andare a reiterare lo stesso meccanismo che diciamo di combattere ma in cui siamo infilati e che addirittura propagandiamo, in certi in casi anche in buona fede, in altri no. Nel giorno in cui smetteremo di esibire il nostro brand culturale o quello altrui, e torneremo a discutere davvero, anche con foga, anche furiosamente, beh, i fantasmi cominceranno, se non a svanire, a ritirarsi in qualche orologio a pendolo, per riposare un po’.