C’è un altro filosofo da chiamare in causa in questi giorni, anche se la sua opera maggiore è stata talmente citata da venire quasi svuotata di significato, ed è Guy Debord. Per Debord lo spettacolo «è il cattivo sogno della società incatenata». Ne consegue che «svegliarsi da quest’ incubo è il primo compito che si assegnano i situazionisti». I quali non ci sono riusciti, com’è noto.
Ricordava Carlo Freccero, in un vecchio articolo, che ne La società dello spettacolo Debord identificava due forme di spettacolo, legate a due diverse forme di regime politico: lo spettacolo concentrato, proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo spettacolo diffuso, proprio delle democrazie occidentali dominate dal consumismo. Nei Commentari introduce il concetto di spettacolo integrato, che ha molte caratteristiche in comune con lo spettacolo concentrato, dove «il centro direttivo è ormai diventato occulto». Qui la Mafia non rappresenta più un residuo arcaico del passato, ma il modello economico vincente: «nell’epoca dello spettacolo integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate».
Sette anni fa, Franco Maresco, spiegando il suo film La mafia non è più quella di una volta (premio speciale della giuria a Venezia), diceva:
“E’ una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. E’ un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi – ti prego di cogliere l’ironia – l’antimafia ha il volto di Pif. L’idea, insomma, è che tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici”.
Franco Maresco e io apparteniamo alla stessa generazione. E le sue parole esprimono in pieno quello che provo da diversi anni, non solo sulla mafia, evidentemente. Ogni battaglia – ogni attivismo, ogni opposizione – deve prendere quell’aspetto, deve farsi allestimento scenico, deve proporre, insieme alle parole e alle azioni, un volto sorridente, un corpo da esibire o da denigrare, una spettacolarizzazione di se stessi che, che lo si voglia o meno, finisce con il semplificare quelle parole e quelle azioni, finisce per farsi performance, e che lo si voglia o meno chi pronuncia quelle parole e compie quelle azioni diventa, giorno dopo giorno, più integrato nello spettacolo. Diventa personaggio. E nessuna battaglia si conduce da personaggi: non una duratura, almeno. Nonostante le vittorie accumulate, si finisce col perdere la partita, nel momento in cui altri personaggi che funzionano meglio, e non importa quale sia il pensiero di cui sono portatori, si fanno avanti.
Conosco pochissime persone che riescono a sfuggire al meccanismo: i Wu Ming, per esempio, che dallo spettacolo si tengono lontanissimi (forse perché fin dai tempi di Luther Blissett conoscevano molto bene Debord). Davvero è difficile, e non è soltanto una questione di social, anche se ovviamente i social contano perché, sempre che lo si voglia o meno, ti sottraggono energie e, velocizzando il pensiero, tendono a renderlo meno sfumato, a farti ragionare per dicotomie.
Del resto, scrivere questo è impopolare: se mi guardo indietro, mi rendo conto che da anni ripeto la stessa cosa, si parli di femminismi o letteratura. Dunque, queste benedette vie di resistenza altra occorre pur trovarle, per evitare di restare a guardare con la malinconia nello sguardo (che, no, non è nostalgia: preferisco mille volte la me stessa di oggi che quella di dieci, venti, trent’anni fa). E non ho ancora, prima che me lo chiediate, la risposta.
Senza dubbio, il concetto critico di spettacolo può anche venire volgarizzato in una qualsiasi forma vuota della retorica sociologico-politica per spiegare e denunciare astrattamente tutto, e servire così alla difesa del sistema spettacolare. Perché è evidente che nessuna idea può portare al di là dello spettacolo esistente, ma soltanto al di là delle idee esistenti sullo spettacolo. Per distruggere effettivamente la società dello spettacolo, ci vogliono degli uomini che mettano in azione una forza pratica. La teoria critica dello spettacolo non è vera se non unificandosi con la corrente pratica della negazione nella società, e questa negazione, la ripresa della lotta di classe rivoluzionaria, diventerà cosciente di se stessa sviluppando la critica dello spettacolo, che è la teoria delle sue reali condizioni, delle condizioni pratiche dell’oppressione attuale, e che inversamente svela il segreto di ciò che essa può essere. Questa teoria non attende miracoli dalla classe operaia. Essa affronta la nuova formulazione e la realizzazione delle esigenze proletarie come un compito di lungo respiro. Per distinguere artificialmente lotta teorica e lotta pratica – dato che, sulla base qui definita, la costituzione stessa e la comunicazione di una teoria del genere non possono concepirsi senza una pratica rigorosa – è certo che il cammino oscuro e difficile della teoria critica dovrà avere lo stesso destino del movimento pratico agente sul piano della società.
Guy Debord, La società dello spettacolo