LA LISCA DI PESCE

La Grecia chiude la televisione di stato, in uno dei ricorrenti, e sempre più frequenti, momenti di disattenzione mediatica generale. Per ricordare, pubblico qui una delle lettere dello straordinario Cuore di Grecia, fatto – anche – di lettere da simile a simile. Quella qui sotto è quella di un poeta greco, Thomas Tsalapatis, a un poeta italiano, Alberto Masala.
Caro Alberto
Quando ero giovane, i miei genitori avevano trovato un modo subdolo per farmi imparare la geografia. Nella mia stanza sopra il mio letto hanno piazzato una cartina dell’Europa. Così ogni mattina, quando aprivo gli occhi vedevo il mare (non male: vivevo al centro di Atene). Con il mare ogni mattina mi davano il buongiorno anche le frontiere, le capitali, le forme e i colori di ogni paese. Inizialmente non nutrivo simpatia per questa mappa. Aveva un tono molto serio, e sempre rigorosamente puntava il dito durante i miei giochi d’infanzia, come l’insegnante in classe. La mia prima emozione è stata quando ho scoperto che la forma del tuo paese è come un piede mentre calcia una palla. L’entusiasmo è stato maggiore perché in quel periodo si svolgeva la Coppa del Mondo, proprio in Italia nel 1990. Per la prima volta ci raccoglievamo con i bambini del vicinato nelle strade strette a confrontare le nostre capacità calcistiche e le nostre conoscenze sui giocatori. Così in quei giorni tutto si legava nella mia mente e la geografia prendeva un significato completamente diverso (oggi sono ugualmente deluso sia dal banale paragone della forma del tuo paese che dalle mie doti calcistiche).
Sempre nutrivo simpatia per i paesi indicati con i miei colori preferiti, e lo dico semplicemente per dirti che sei fortunata perché l’Italia veniva rappresentata in verde, il mio colore preferito, lo stesso colore condiviso da Polonia, Svezia, Irlanda e Andorra. Ancora oggi non capisco perché vestono tutti questi paesi di verde, ma certo è una scelta fortunata, a differenza del mio paese, raffigurato con un consumato arancione, il colore delle arance amare quando cadono dai rami sui marciapiedi senza che nessuno abbia voglia di raccoglierle. Ho sempre pensato che era sbagliato, ancora lo credo. Dopo poco ho notato che i colori sulla mappa e i confini dei paesi si erano modificati e confusi. L’Unione Sovietica si è spaccata, le due Germanie si sono unite e la Jugoslavia è diventato un relitto. Mia madre mi ha detto che succede spesso con le mappe, che nella prima metà del secolo era ancora peggio e che non dovevo preoccuparmi. Non le ho creduto, probabilmente perché non sapevo cosa fosse accaduto nella prima metà del secolo, in ogni modo da allora sono rimasto turbato.
Sono trascorsi quasi 10 anni da quando la mappa dell’Europa stava appesa al muro e mentre nella stanza, tutto era cambiato, la mappa manteneva la sua posizione trionfale. Proprio in quel momento arrivò il grande terremoto del 1999. Per la prima volta dopo 10 anni la mappa si trovò sul pavimento, battuta, sconfitta improvisamente. Per rispetto l’ho rimessa al suo posto, ma era sparito il suo stile rigoroso, altrettanto la sua stabilità. Ti informo che il mio paese è famoso per certe sue produzioni. Sforna buoni yogurt e ancor di più ottimi poeti, mediocri calciatori e ancor peggiori primi ministri, però è fiera dei suoi ottimi giocatori di pallacanestro. Ho sempre pensato che i terremoti che produciamo sono tra i migliori in Europa, come si è dimostrato con la crisi economica, le recenti elezioni e l’ascesa della sinistra. Ma dov’eravamo rimasti? Ora ricordo: alla stabilità della mappa. Dopo la prima caduta, la mappa cadeva ad ogni piccolo o grande terremoto, con una tale precisione che non ero più sicuro se fossero i terremoti a causare la caduta della mappa, o la caduta della mappa a causare il terremoto nel paese. Penso che a causa di questo dubbio per la prima volta ho sentito forte la responsabilità nei confronti di tutti e sono finito a sinistra. Comunque, non voglio stancarti e per finire con la mappa ti dico che l’ho vista l’ultima volta quando avevo 18 anni. E’ stato allora che la mappa è caduta per l’ultima volta, mentre dormivo, direttamente nel mio sogno. Le capitali, le linee, i colori si sono perduti nel sonno. Soprattutto i colori si sono confusi, così tanto che da allora i miei sogni sono daltonici. L’Europa di oggi è per me un continente sconosciuto. La sua immagine sfocata sta agganciata nella mia memoria come una lisca di pesce nel palato. Non so il perché, ma i terremoti sono cessati.
Caro Alberto
Mi chiamo Thomàs Tsalapàtis e ho 27 anni. Ho studiato teatro alla scuola filosofica di Atene. Recentemente ho pubblicato la mia prima collezione di poesie ed un libro di poesie tradotte. Scrivo articoli su giornali e riviste ormai da quattro anni, mentre pratico la commedia stand-up. Non voglio soffermarmi su tutto ciò, ma sento il bisogno di presentarmi e di scriverti. Se c’è un numero che mi rappresenta è il 27. Negli ultimi anni ho viaggiato in diversi paesi europei, ho trascorso 6 mesi a Siena con la mia ragazza utilizzando il programma Erasmus, forse i 6 mesi più belli della mia vita. Ho parlato con persone che tenevano un pezzo di carta in mano con il n. 27 (come avviene nelle sale d’attesa degli uffici postali). Insieme abbiamo imparato a contare nelle diverse lingue. La nostra età è una sommatoria, però, avendo la cattiva abitudine di invecchiare, diventa poi una sottrazione perché ogni giorno i domani diminuiscono. Penso che quando uno ha 27 anni la sua età non ha nazionalità. La sala d’attesa è comune in Italia, Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda. Se la situazione continua, penso che la stanza assumerà la forma e le dimensioni dell’Europa. Per ora aspettiamo in questa sala d’attesa e appena chiameranno la nostra età spediremo il nostro domani ad un destinatario sconosciuto. La crisi leccherà i francobolli, la crisi e chi l’ha costruita.
Vorrei spiegarti le tappe della mia età.
Viviamo in un mondo di incertezze sulla scia di macerie fresche. La generazione giovanile è quella più colpita dalla crisi. Questa generazione oscilla tra la la sua dipendenza biologica e il suo prematuro invecchiamento. E’ terribile questo appiattimento di persone sotto il loro comune futuro annullato, non solamente perché le decisioni influenzano il loro acerbo presente, ma perché si moltiplica il significato e il peso di un incerto domani. Così, in larga misura, la nostra generazione sta vivendo il presente come uno stagno, il futuro come un ignoto rischio che si avvicina, mentre vede la storia come un tradimento (quando parlo di storia intendo la storia contemporanea, la lisca di pesce, la mappa che ha perso i suoi colori).
La disoccupazione si espande quotidianamente facendo apparire il lavoro fisso come un regalo amaro, se e quando si presenta. Contratti aperti, orari non specificati, l’arbitrarietà del datore di lavoro, ritardi nei pagamenti sono ciarpame che scorta questi doni. Accanto al vecchio concetto del proletariato si aggiunge il precariato moderno e incerto dei lavoratori non tutelati in numero sempre maggiore.
Il giovane disoccupato moderno non ha caratteristiche simili ai disoccupati del secolo scorso. Spesso educato, spesso competente con due o tre diplomi o lauree, ha familiarità con le tecnologie, con i nuovi trend, conosce internet, lingue, viaggia e contemporaneamente è assediato, imbavagliato e disperato.
Il relativamente nuovo termine “cognitàrio” descrive molto bene le masse emergenti di oggi, la situazione dei giovani che hanno una conoscenza, ma non la ricchezza, il potere, la prospettiva. Ma penso di aver cominciato a teorizzare. A volte questa può essere una gentile maniera per nascondere la propria rabbia.
Vuoi che ti faccia da guida turistica nella mia città?
No ai monumenti o alle taverne, neppure alla vecchia routine che cerca di continuare con i suoi membri, feriti e sanguinanti dalle trappole della realtà. Un po’ oltre: là dove le lame naziste danno la caccia al debole, all’immigrato, all’altro, nei casi in cui la miseria si chiama crimine, l’omicidio difesa personale, il ritorno allo stato bestiale, orgoglio nazionale. E ancora più in là, sui gradini della realtà greca là dove dormono i senzatetto, dove si bucano i narcodipendenti, dove i fantasmi si scambiano gesti. Hai mai visto la cancrena? L’incontreremo nel centro della città accanto alle pubblicità sorridenti e a ricchi agenti della finanza leggermente stressati. Negli ultimi 3 anni, in questo paese, contiamo i suicidi: tre ogni due giorni. Sai cos’è la polizia greca? Hai sentito parlare delle 20 prostitute positive di HIV? 20 donne in carcere, vivono in condizioni disumane tra liquami e i topi, perché sono portatrici di AIDS. Naturalmente, prima sono state messe alla gogna con le loro foto sui giornali accompagnate da “ATTENZIONE PERICOLO” oppure “RICERCATA VIVA O MORTA” come nel selvaggio West. E’ stato l’ultimo dono dei due principali partiti nel nostro paese (PASOK e Nuova Democrazia), dei tribunali e dei media, il momento giusto in una serie di crimini economici, politici e morali. Ma ti dirò: sembrerà strano, ma non sono disperato. Se confronti ciò che è accaduto in Grecia nel ventesimo secolo non puoi disperare. Qui parlano le pietre.
Ti faccio da guida turistica nella nostra storia.
Non parlo della battaglia di Maratona o delle Termopili, ma solo degli ultimi 100 anni. Cominciamo con due guerre nei Balcani, la prima guerra mondiale, la catastrofe dell’Asia Minore, i rifugiati, lo sradicamento, la seconda guerra mondiale, la più cruenta guerra civile in Europa, l’esilio, i perseguitati e torturati, 4 colpi di stato (ultimo quello dei colonnelli dal 67 al 74), l’invasione di Cipro… Guardando all’indietro, non solo impari la storia, ma impari la matematica, la matematica delle perdite. Ma soprattutto impari a non disperare e a resistere, resistere, lottare e sperare.
Caro Alberto
Accanto alla Grecia in crisi, vive da molti anni un’altra Grecia, una nuova generazione alla quale viene sottratto qualcosa che non ha nemmeno toccato, una generazione che impara a sillabare la creazione del nuovo, la generazione che nel dicembre 2008, dopo l’assassinio del 15enne Alexandros Grigoropoulos da parte della polizia ad Atene, ha posto attraverso la rivolta un limite morale che nessuno dovrà superare. L’ha sottoscritto una folla di gente tale che nessuno può ignorare. Una generazione ogni giorno riconsidera, il diritto alla disobbedienza civile, rifiutando di pagare il pedaggio all’autostrada, negli autobus, fino alle massicce marce degli ultimi periodi e agli scontri con la polizia. Una generazione che ha cercato di definire fin dall’inizio il suo rapporto con il concetto di politica, dalle manifestazioni degli indignati a piazza Syntagma, fino alle assemblee popolari in ogni piazza del paese.
Ma ho dimenticato di parlare d’arte. L’arte è vicino a tutto questo. Accanto al nero della sofferenza e dell’ingiustizia, al bianco del desiderio per il nuovo, a fianco di tutti i colori della resistenza. E qualcuno scrive e scrive ancora… Redige articoli, testi, satire, accanto a tutti coloro che cadono, timidamente a malincuore, spesso con senso di colpa, il senso di una sconfitta. Non so di che cosa abbia bisogno l’arte in questi tempi, a che cosa serve, chi aiuta, ma soprattutto chi la cerca. So semplicemente che c’è ne bisogno. Nei tempi più bui, l’arte sopravvive come una necessità, vive con la naturalezza dei momenti urgenti e, nei momenti più felici e autentici, insegna il coraggio. Forse ti scriverò un’altra lettera fra qualche tempo per parlarti delle decine di nuovi gruppi teatrali che provano il nuovo, la giovane generazione di poeti che conta già i suoi primi testi importanti, i racconti e i romanzi che cercano di respirare in modo diverso, le proiezioni gratuite con le occupazioni delle piazze ogni giorno in tutta la città e soprattutto di discussioni, le discussioni interminabili fino al primo risveglio del sole.
Forse un giorno ti parlerò di questa nostra primavera nera.
Vorrei salutarti con un verso: appartiene al poeta Paul Celan e me l’ha insegnato un mio grandissimo amico. Il poeta scrive: “Oh, tu scavi ed io scavo e scavo dentro di me fino ad arrivare a te”. Mentre il tempo cambia pelle, mentre l’ovvio cade a pezzi e le vecchie certezze scappano spaventate, queste stagioni sembrano avere molto bisogno di scavare. E forse alla fine avremo la possibilità di conoscere tutta la nostra felicità interiore, senza inutili conclusioni affrettate. E forse là dentro incontreremo, accanto a noi stessi, gli altri e forse un po’ oltre l’altro, spogliato da pregiudizio, colore, nazionalità. Mio caro Alberto, spero di incontrarti lì dentro.
Con affetto sincero
Thomas
(Traduzione Enrico Andrianopoulos)

2 pensieri su “LA LISCA DI PESCE

  1. Non riesco a scrivere nulla, nessun pensiero commensurabile al dramma, ma mi sconvolge il silenzio e devo romperlo. Speriamo davvero nell’arte, speriamo di non soccombere a questa oscurità tremenda.

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