L’ULTIMA ESTATE: PER GRAZIELLA DE PALO

Oggi è il 17 giugno, compleanno di Graziella De Palo. Un piccolo brano da “L’arrivo di Saturno”.

“Erano ossessionate dalla tenerezza, dalle guance dei bambini, dai canarini dei cartoni animati, dai fiori che disegnavano con un ciuccio in bocca e un’onomatopea che sembrava un cinguettio. Ciuipi ciupi ciiip, scrivevano. “Ma ciuipi” era invece il modo di dirsi “ti voglio bene, sei dolce, ti abbraccio, non prendertela”. E si diceva “Scea”, pronunciandolo “Sciò”, per esprimere stupore o disappunto o accogliere una notizia che contrariava. E infine c’era “Pax”, e stava per pax aeterna, e andava teatralizzato giungendo le mani a croce sul petto e cadendo all’indietro con gli occhi chiusi, e si faceva quando una delle due si toglieva una scarpa, alludendo alla puzza di piedi, o diceva una sciocchezza. Pax aeterna. L’immagine di Graziella che cade all’indietro sulla coperta scozzese del letto di Mavi fa rabbrividire Dora, e non basterebbero nove scatole per raccogliere quei frammenti di ricordo che salgono a galla tutti insieme, come le bolle che fanno i pesci quando si avvicinano al pelo dell’acqua.

 

Tutto questo, però, non dice cosa è accaduto in quell’ultima estate, non ci sono segni di declino, non ci sono presagi o se ci sono vengono tenuti per sé, perché cosa vuoi che ti risponda qualcuno quando gli confessi un presagio se non che è una sciocchezza figurati goditi la vita che ce l’hai tutta davanti, senza sapere che quel davanti si consumava ora dopo ora. E giugno se ne è andato, e anche luglio. All’inizio di agosto c’è stata la bomba a Bologna.  E i preparativi del viaggio continuano, e nessuno sa esattamente cosa vadano a fare Graziella e Italo in Libano, ufficialmente in Siria. Sì, certo, si poteva anche capire, il Libano era il luogo del successo per Italo, che aveva alle spalle un famoso scoop sui commandos palestinesi che aveva venduto a Paris Match nel 1968, con lui nella foto in primo piano. Italo continuava a mordere il freno come sempre aveva fatto (aveva suonato anche il trombone, Italo, free jazz, con Steve Lacy) e Graziella continuava a scrivere di armi e ufficiali dei servizi segreti corrotti ben prima che la P2 venisse scoperta. Nessuno sa altro se non che hanno comprato una macchina fotografica. Così hanno detto nell’unico incontro che viene ricordato in quell’estate, a Massenzio, davanti al banchetto di crostate di Mavi. E dov’era Dora in quel momento? In quale viaggio, avventura mentale, fantasticheria – agisci, anche per farti le seghe – che non ricorda perché non memorabile? Dora, ai tempi,  leggeva Il signore degli anelli e comprava due campanellini, uno per lei, uno per Isabella, da appendere al collo per sentirsi elfe. Metteva i soldi da parte per andare a Milano a vedere Facade di Lindsay Kemp. Fantasticava di portare in scena in un piccolo festival di Tarquinia Poliziano, l’unica tragedia incompiuta di Poe. Immaginava di scrivere una sceneggiatura per un cortometraggio sperimentale, assieme a un ragazzo che le piaceva e con cui non sarebbe mai andata a letto, chissà perché.
L’aveva, anzi, abbozzata: una giovane donna inglese dell’alta nobiltà parte nel 1924 per assassinare Mussolini. La donna, così scriveva Dora, non nutre alcun interesse per la politica, né ha mai conosciuto l’uomo che ha deciso di uccidere, ma “è della stirpe dei grandi assassini della poesia”. La sceneggiatura si chiamava “Perdita di fiato” e iniziava con una citazione di Robert Musil: “Giunge nella vita un periodo in cui essa rallenta singolarmente il suo corso, come se esitasse a procedere o volesse mutar direzione. E’ facile, allora, incorrere nella sventura”.

Era vero, anche se Dora non lo sapeva. Tutto rallentava, e la sventura stava arrivando.  Già allora, stava arrivando, davanti al banchetto di crostate, mentre Graziella mangia una fetta di torta alle more e Dora fa dire alla sua assassina: “e tu perderai, lo sai, molto più di quello che immagini”.

E’ il cugino di Italo, Alvaro, a incontrarli a Massenzio, e li saluta e tutti discutono con entusiasmo della famosa macchina fotografica nuova. Dora ha parlato più volte con Alvaro, in tutti gli anni seguiti alla scomparsa di Graziella e Italo. Neanche sforzandosi Alvaro riesce a rintracciare che cosa si nascondeva dietro quell’entusiasmo. Erano solo, dice, più misteriosi del solito.

L’assassina di Dora, imprigionata su tre fogli battuti a macchina, gli appunti a mano con pennarello a punta sottile color turchese, uccide “perché è necessario compiere un grande fatto, un’azione così pura ed enorme da annientare la sua stessa esistenza. Occorre, per questo, fare il vuoto, occorre liberarsi da ogni contaminazione, percorrere fino in fondo le strade sotterranee che conducono al cuore del suo desiderio, affinché assoluto sia il suo desiderio”.

Il grande fatto, l’azione pura ed enorme, scroscia come un torrente sotterraneo mentre Graziella e Italo parlano di rullini e di visti e di itinerari e mangiano la crostata. Solo qualcosa trapelerà qualche giorno dopo, quando incontrano di nuovo Mavi a cena (perché Mavi è rimasta con Graziella fino alla fine, invece di scalpitare altrove come ha fatto Dora), e Graziella le sussurra di botto, perché a qualcuno deve pur dirla, la frase su cui tutti si avvoltolano nei mesi successivi, “Stavolta è troppo grossa per noi, stavolta non torniamo”.

Graziella cercava fatti e Dora cercava visioni, in quell’agosto. Dora si crogiolava nell’idea di visitare una città della morte nella sua sceneggiatura, usando una vera città abbandonata, Galeria, un posto sulla Braccianense dove andava a mangiare panini col suo ragazzo in carica, insieme flirtando con qualcun altro della compagnia.

“La musica la abitava. Andava consumata. In liquidi ambrati e amari. E velluti fruscianti”, scriveva Dora, mentre la voce fuori campo dialogava con la sua Assassina.

“Questa città scomparve presto. Noi non la ricordiamo già più. La sua bellezza, divenuta memoria, rese languidi i cuori degli uomini”.

“Questa città scomparve. La bellezza più pura appartiene alla bellezza scomparsa”.

“Scomparve. E’ fortunato chi può assistere a una fase della sua morte”.

Dora non sapeva cosa stava scrivendo. Aveva un’idea letteraria della morte. Non aveva ancora visto qualcuno morire. Non conosceva quello sguardo di stupore, gli occhi al cielo, la bocca aperta in una specie di sorriso che è probabilmente fame di altra aria, almeno un poco, che hanno i morti. La morte era aggraziata e barocca, nella sua mente, e occupava lo stesso spazio delle puntate di Uccelli di rovo e di Candy Candy a cui dava un’occhiata prima di scappare da qualche parte, una festa da un’amica che ha comprato il primo videoregistratore un cinema uno spettacolo una cena una notte a passeggiare per Roma un amante occasionale un pomeriggio di shopping. Perché si avvicina un’altra catastrofe, è imminente il  turning point, la curvatura due dei fragorosi consumi culturali degli anni Ottanta. In quella manciata di giorni, Graziella diventava senza saperlo una figura di ieri, colei che quegli anni non avrebbe visto e sarebbe rimasta, per sempre, nel punto di passaggio, sulla soglia, nel nodo di tenebra.

Il 22 agosto Dora scrive l’ultima frase della sua sceneggiatura. E’ una frase di Italo Calvino.
Il 22 agosto Graziella e Italo partono. Per la Siria, dicono appunto a Renata e Giancarlo. L’ultimo telegramma arriva da Damasco. Graziella scrive due parole: Au revoir. Arrivederci. Non c’era niente di drammatico, finiva spesso così le sue lettere a Dora così come Dora le concludeva con un avverbio, “naturalmente”, senza un motivo preciso. Au revoir diventa un rintocco funebre nel cuore di Giancarlo. Non torna, pensa, e mette insieme Ustica, Bologna, la pista mediorientale che sta emergendo. Forse si dice anche che pensare alle cose le fa avverare, e torna a studiare Proust.”

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