MICHEL MOURRE A BOSCO OSPIZIO, MONDI PICCOLI E MONDI GRANDI

Michel Mourre era un giovanissimo intellettuale lettrista, che nel 1950 interruppe la messa di Pasqua nella cattedrale di Notre Dame per annunciare che il Paradiso “è vuoto”.
Passo avanti. Anni Settanta. Mentre la principessa Margaret presenzia al concerto dei Rolling Stones, dissolvendo con la sua coronata approvazione gli ultimi afrori del rock maledetto, nei garage londinesi si formano band fracassone che hanno nomi di battaglia come Sex Pistols, Damned, Stranglers. Caratteristiche: distruzione delle convenzioni “pop”, sostituzione del “riconoscibile” con l’ “inaudito” e lo sgradevole, testi dove si sbriciolavano i tabù del sesso, della monarchia e del “vogliamoci bene”.
Passo avanti. Nel 1989  il punk viene assunto nei cieli delle avanguardie ad opera, anche, dell’ americano Greil Marcus, che in “Tracce di rossetto” mette insieme un fitto reticolo di collegamenti che unisce il punk direttamente all’Internazionale Situazionista di Guy Debord, agli stessi Lettristi ( che negli anni Cinquanta volevano superare l’ arte “liberando la lettera dalla parola”), al Dada, via risalendo fino ai movimenti eretici medievali.
Passo avanti. In verità, i passi da fare sarebbero molti, bisognerebbe attraversare la mail art e il neoismo e il Luther Blissett Project e tutte le avanguardie intellettuali e culturali di fine Novecento. Per poi catapultarci nell’oggi e chiederci: come si fa sperimentazione ai tempi dei social? Che funzione hanno le avanguardie, letterarie e no? Come ci si muove in un mondo che sembra masticare e risputare tutto?
Ma l’elenco fatto sopra serve semplicemente a metterci in guardia: le  avanguardie di metà Novecento, in modi diversissimi, continuano a parlarci: se mi dessero cinque centesimi per ogni citazione di Guy Debord fatta ai giorni nostri sarei ricca (e lo cito ovviamente anche io, come non farlo?). Se immaginiamo però di poter derivare da quelle avanguardie solo il gesto clamoroso non avremmo alcun effetto: di gesti clamorosi la rete è piena, ogni giorno, anzi, ogni ora, e Michel Mourre, oggi, si troverebbe di fronte a una platea che farebbe spallucce, dicendo “già visto, già sentito”.
Dunque? Dunque è insensato sia rimpiangere i tempi in cui i social non c’erano, perché ci sono ed è centrale farci i conti, capirli, agirli. Ma in modi nuovi.
In questi giorni è stata rasa al suolo l’area verde di Bosco Ospizio a Reggio Emilia, su incarico di Conad Centro Nord che in quell’area farà sorgere un supermercato. Ah, dicono i miei piccoli lettori, ma dentro ci saranno anche altri servizi, una sede della biblioteca, il polo territoriale, la Casa della Salute. Ovvero, servizi pubblici legati alla proprietà di un privato, e pazienza (anzi no).
Quello che mi interessa qui è che mentre accadeva tutto questo, nella cosiddetta bolla social dove mi aggiro si discuteva di un falso elaborato e rivendicato da un sedicente nipotino situazionista, di una poetessa che ha piantato un casino perché aveva ottenuto una rispostaccia mentre chiedeva all’interlocutrice del suo libro  (certo, puoi non rispondere, però a volte bisognerebbe anche provare a mettersi nei panni degli altri e delle altre, quando sono saturi di mail) (e poi, c’è chi mail non ne manda a nessuno quando escono i libri propri e chi invece sì) (anche i whatsapp) (anche con la locandina della presentazione).
Ma comunque.
A schierarsi con Bosco Ospizio sono stati, in ordine sparso, Massimo Carlotto, Bruno Bozzetto, Giovanni Storti (magari anche Aldo e Giacomo e mi è sfuggito), Alessandro Gassman, Luca Lombroso (il meteorologo), e sicuramente dimentico qualcuno e chiedo subito venia, ma mi riferisco a chi ho letto nella famigerata bolla.
Ora, ho scritto altrove che è ingiusto chiedere sempre e comunque agli intellettuali di schierarsi, ed è tossico pensare che l’intellettuale possa sostituire la politica che ci ha deluso, e che bisogna confidare nei movimenti e non affidarci alle parole di un cantautore, di uno scrittore o di un poeta. Perché rischiamo di trasformare in segno, direbbe Barthes, una persona, al di là del suo testo o delle sue canzoni. Perché, come dice Camus ne La peste: “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”.
Detto questo, vedere che ci si concentra a parlare di mondi piccoli mentre fuori si insidia giorno dopo giorno quello grande, beh, fa effetto. E mi piacerebbe sognare Michel Mourre, prima del suo pentimento però, che si infila in una ruspa come hanno fatto gli attivisti di Reggio.

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