Il caso Venezi si è finalmente chiuso ieri, dopo mesi di battaglie degli e delle orchestrali e del coro della Fenice che si sono opposti al sovrintendente Colabianchi che ha nominato come direttrice musicale stabile Beatrice Venezi.
Quindi, bene, bravi: ma di tutti gli altri (e altre) che si fa? Di tutti coloro che esercitano poteri che non sono in grado di gestire, nel mondo culturale, e che sono stati nominati non per “merito” ma per vicinanza politica? Che si fa di Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea? Mercoledì prossimo, 29 aprile, ci sarà un presidio davanti al museo statale dalle 13 alle 15 per protestare contro la gestione “impropria e privatistica” di un bene pubblico. Sono mesi che i lavoratori e le lavoratrici protestano perché la prestigiosa Galleria non solo viene usata per le feste de Il Tempo e per la presentazione di un grazioso libro dove Italo Bocchino spiega perché l’Italia è di destra, ma perché i dipendenti che non erano d’accordo sull’uso politico di un museo sono stati segnalati dalla direttrice Mazzantini (c’è una lettera a Mattarella in loro difesa, inviata da artisti e curatori, ma forse interessa anche al ministro Giuli). Non solo: quando venne dedicata una mostra a Palma Bucarelli, straordinaria direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma dal 1942 al 1975, e a cui molto deve la storia dell’arte, e anche la Storia, dal momento che dal 1933 si oppose fieramente a Mussolini., la parola “antifascismo” venne fatta sparire. Si specificava, in comunicati e articoli, che Bucarelli era bella ed elegante. Ma antifascista no, figurarsi. Peraltro all’inizio di quest’anno la direttrice ha fatto abbattere palme sanissime nel giardino centrale del museo, che erano un omaggio proprio a Palma Bucarelli. Il pretesto era trovar posto a delle sculture di Consagra, ma in realtà di spazio ce n’era in abbondanza.
Infine, come è scritto nel comunicato dei lavoratori e delle lavoratrici:
“La direttrice ha, inoltre, previsto da tempo la chiusura di importanti servizi culturali interni alla Galleria come la Biblioteca specializzata e l’archivio destinati ad essere riaperti solo tra qualche anno nel progetto di riqualificazione del cosiddetto ‘ampliamento Cosenza’. Ma nel frattempo i servizi per studiosi e ricercatori sono sospesi.
Le condizioni di lavoro nella Galleria Nazionale sono inadeguate sotto vari punti di vista, la gran parte del personale lamenta sofferenza psicologica e molti pensano di inoltrare una richiesta di mobilità”.
Va benissimo la chiusura del caso Venezi: ma chissà cosa pensa il ministro Giuli del caso Mazzantini, che certamente fa meno notizia, ma non è meno grave.
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Il 23 dicembre 1976 la Rai trasmette la prima delle quindici puntate della serie I tre moschettieri, adattata per la televisione da Giuseppe Bertolucci, Paolo Poli e Sandro Sequi, che ne firma la regia. Gli attori sono solo quattro: Marco Messeri, Paolo Poli, Lucia Poli e Milena Vukotic e si dividono i ruoli del romanzo di Dumas, Vukotic interpreta sia D’Artagnan che Costanza; Lucia Poli è Aramis e la Regina; Paolo Poli è Athos e Milady; Messeri è Porthos e la moglie del procuratore e così via. I costumi sono di Lele Luzzati e Santuzza Calì, le musiche di Gino Negri e potete vedere tutto lo sceneggiato su Raiplay.
La visione è consigliata soprattutto a coloro che, giustamente, hanno abbandonato inorriditi la visione di Viva Puccini su Raitre, nei fatti omaggio a Beatrice Venezi più che al compositore, visti i tempi, e che hanno scritto un po’ ovunque che era difficile imbattersi in qualcosa di così Kitsch dai tempi del Bagaglino (che pure, in quel tempo, aveva il suo senso).
Ora, è inutile irridere lo sciagurato Viva Puccini, che non è altro che la punta dell’iceberg, una fra le tante: il problema è che negli ultimi anni (dieci? Venti?) è stato fatto il contrario di quanto andava fatto: abbassare il livello della proposta invece di fornire stimoli e strade per capire la proposta medesima. Vale per la televisione, per l’editoria (spesso), per il linguaggio che usiamo sui social. E il problema sta qua, non nei giovani scapestrati che non capiscono i proverbi.