«Se avessi di fronte a me un uditorio di ragazze e ragazzi, non esiterei a mostrar loro com’è stata bella, com’è stata invidiabilmente ricca di viaggi, di incontri, di conoscenze, di imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore la vita di Alexander. Che stampino pure il suo viso serio e gentile sulle loro magliette. Che vadano incontro agli altri con il suo passo leggero e voglia il cielo che non perdano la speranza. »

Così Adriano Sofri commemorando, in quel 1995, Alexander Langer, che il 3 di luglio si tolse quella sua vita bella e ricca. Commemorare è difficile, su un social. Si vede in queste ore, dove giustamente ognuno condivide il suo ricordo su Langer (meno di quanto si dovrebbe), e dove siamo alle prese con l’avverarsi di molti dei timori di Langer stesso, da ogni punto di vista, dalla guerra all’ambiente.
Ecco, quelle ragazze e quei ragazzi di trenta anni fa oggi sono donne e uomini avviati alla mezza età, e magari coltivano gli ormai inevitabili risentimenti (perché io no? e tu, come ti permetti di avermi sottratto qualcosa, anche se è così comodo pensare che sei stato tu ad avermela sottratta?). Diciamo che voglio illudermi che almeno alcuni di loro non abbiano perso la speranza, e che continuino a camminare con passo leggero, e coltivando la fiducia negli altri.

Altro, per oggi, non scrivo: sono nel corso del terzo blackout in trenta ore e risparmio la batteria. Sperando, appunto.

Vieni con me, viaggiatrice o viaggiatore. Tu che magari hai letto stamattina sul Corriere della Sera l’intervista di Margherita De Bac al filosofo evoluzionista Telmo Pievani. L’hai letta? Dovresti. Perché fa caldo e caldo, e la gente muore, e gli esperti, beh, cosa vuoi che dicano?: bevete molto, mangiate leggero, non muovetevi nelle ore calde, accendete l’aria condizionata o, se non la avete, andate nei centri commerciali.
E invece, come dice Pievani, dovremmo “difenderci con l’adattamento culturale. Si calcola che nelle grandi città bollenti la temperatura si abbasserebbe di 10 gradi togliendo di mezzo asfalto e cemento e sostituendo i pavimenti col verde. È fondamentale farlo per la salvaguardia dei più deboli, anziani e bambini. Bisogna progettare un futuro dove le case sono dipinte di bianco o parzialmente interrate come a Dubai. Ci salveremo ingegnerizzando l’ambiente. La natura non è abituata a tempi così veloci. Siamo preoccupati. Ci adatteremo ma sarà costoso. È necessario farlo. Il caldo crea disuguaglianze e povertà”.
Invece, da Bologna a Milano, da Pordenone a Lucca, da Prato a Roma, si tagliano alberi: un buon numero di amministratori delle città vuole offrire il solito “decoro” abbattendo il verde. E io, viaggiatrice o viaggiatore, come tutte e tutti, vorrei sapere cosa hanno in testa. Perché viene detto e ripetuto che il verde urbano è l’unica soluzione contro l’innalzamento delle temperature, che non si fermerà: e invece si continua a costruire, e comunque le case non si trovano lo stesso perché i prezzi salgono e salgono, e per ogni pezzo di cemento in più si sottrae possibilità di vita e salute a chi abita le città.
Quelle che, secondo il governo, hanno la sola possibilità di sopravvivere mentre le aree interne sono destinate a morire.
Ma tranquilli: bevete molta acqua, mangiate frutta, accendete l’aria condizionata e aspettate la fine, che volete che succeda?

Le piccole solidarietà di quartiere si vedono quando manca la luce da dodici ore e tu devi, almeno, ricaricare il telefonino per poter comunicare col mondo: saltellando tra un ufficio e il bar con il mio caricatore, ho avuto modo di leggere l’articolo di Alfonso Scarano per Il Fatto quotidiano. che dice una cosa terribile quanto, ahinoi, prevedibile.
Scarano è andato a spulciare un documento pubblicato silenziosamente all’inizio dell’estate, ma consultabile integralmente. Si tratta del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), che all’Obiettivo 4 (pagina 45 del pdf) recita:

Obiettivo 4: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Quello che il documento dice che le Aree Interne (i circa quattromila comuni italiani , 23% della popolazione, e , come dice Scarano, “quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese”) vengono già date per perse. Perché nel documento si distingue fra territori recuperabili e quelli da buttare a mare, il che significa, “che non si investirà più per trattenere i giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza”.
In violazione, peraltro, dell’articolo 3 della nostra Costituzione.
Detesto dire che l’avevamo detto, che lo stiamo dicendo da anni, in pochi, molto spesso scherniti come luddisti (eh già), mentre il vero luddismo è quello di chi concentra ogni impegno sulle città (peraltro cementificandole).
Ma era tutto annunciato.

Appena ho parlato dell’erigendo stadio della Roma, questo blog è fitto di commenti. Insulti a parte (mi farete cambiare squadra, se insistete così, eh), sono interessanti le motivazioni a favore dello stadio medesimo. Florilegio: il valore delle case aumenta, l’indotto pure, avremo più soldi, questa è una capitale da terzo mondo con “i ruderi di 2000 anni fa”.
Ma parliamo di paesaggio, dai. Parliamo del verde promesso, che appunto è promesso fino a questo momento.
Una decina di anni fa una ricerca dell’università inglese di Exeter dimostrò che la bellezza è sinonimo di assenza di esseri umani o di umane attività, e i luoghi più amati sono quelli dove restano appena le tracce di quelle attività, le chiese, le statue, le moschee, o nulla del tutto, i mari e le montagne e i deserti. Amiamo quello che non siamo riusciti a distruggere ma dal momento che non possiamo fare a meno di distruggere continuiamo allegramente.
Per dirla tutta: per me possono fare anche venti stadi. Purché non sia a scapito del verde. Ma questa è una campana che suona senza che la si voglia ascoltare. Salvo piagnucolare quando, come oggi, le temperature sfiorano i 40 gradi, chissà come mai.

Voglio incontrare il sindaco di Roma Gualtieri. Lo chiedo da cittadina romana, da sua elettrice (e che bisognava fare?), persino da tifosa romanista. Voglio incontrarlo perché sono nata un anno dopo la pubblicazione dell’inchiesta Capitale corrotta=Nazione infetta che Manlio Cancogni scrisse per L’Espresso (sul quale scrivo io adesso, pur non essendo all’altezza di Cancogni, lo dico subito). 
Voglio incontrare il sindaco Gualtieri perché abito a Pietralata. E sono stufa di sentir definire il mio quartiere come degradato perché fa comodo, perché bisogna costruire prima la Rambla e poi lo stadio della Roma, e spazzare via il bosco di Pietralata, che come si dice è a sua volta incolto e degradato. Il degrado, signor sindaco, è un’altra faccenda: il degrado è l’incuria, la mancata cura del verde, il cemento, le concessioni edilizie. Quell’articolo di Cancogni, settant’anni fa, diceva proprio questo: i patti antichi con i costruttori distruggono la Capitale, e pure la nazione.
Ma parliamo della Rambla. E’ stata inaugurata e lei, signor sindaco, era presente, ma si era portato un gazebo per ripararsi dal sole. Legittimo e giusto: ma le chiedo, se fosse stata prevista una zona d’ombra non ne avrebbe avuto bisogno. Né le forze dell’ordine presenti sarebbero state costrette a ripararsi sotto uno dei pochi alberi lasciati vivere.
Ah, ingrati, dite qua e là, da municipio e giunta: vi risistemiamo il quartieraccio in degrado e ve lo rendiamo decoroso. Non è questa l’idea di decoro che abbiamo, in molti: anzi, guardi, lasciamolo proprio perdere il decoro, che è concetto che piace a Marco Minniti e a Rudolph Giuliani, ma non dovrebbe piacere a lei e a chi ha a cuore un’idea di città che torni a incontrarsi. E lo stadio della Roma distruggerà il poco verde che ancora resiste, e che voi chiamate “degrado”.
Il suo assessore Veloccia liquida il tutto come “fake news”. Ma allora mi permetta di chiederle dove sono i piani esatti, dove sta il progetto, dove sta il benedetto verde promesso, perché al momento sono parole. Le vostre come le mie e quelle di chi ci abita. Noi degradati, noi “torpigna”, come gli intellettuali definivano gli abitanti delle periferie negli anni Novanta. Mi pare di ricordare che il suo partito dovrebbe guardare con attenzione alle periferie, e non usarle. Perché le avete abbandonate alle destre, salvo strapparvi i capelli dopo le elezioni. Ma sarà sempre peggio, se andrete avanti con il disprezzo che avete dimostrato fin qui.
Buon cemento, buono stadio, e pure forza Roma, nonostante.

Il 14 giugno 2018 Matteo Salvini inizia la sua battaglia contro gli intellettuali. Fa così. Manda un suo emissario all’incontro con Edoardo Albinati alla Feltrinelli di Milano, l’emissario registra un pezzo del suo intervento che viene subito rilanciato sui giornali simpatizzanti della Lega. Poi, Matteo Salvini  aizza i cani (“Che vergogna”).
Ma restiamo a quel mese di giugno del 2018. Perché tra il 21 e il 22 giugno, grosso modo contemporaneamente all’aggressione ad Albinati, Roberto Saviano in un post lo appella “ministro della malavita”: è una citazione da Gaetano Salvemini. Anzi, è il titolo di un suo saggio, che per esteso è  Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell’Italia meridionale, viene pubblicato nel 1910 e ripercorre imbrogli e violenze del candidato giolittiano Vito De Bellis per le elezioni politiche di Gioia del Colle. Salvini, in aula, ammette di conoscere il libro anche se non l’ha letto, ma ribadisce di voler mantenere la querela.
A questo punto gli avvocati gli chiedono conto di quello che Salvini stesso aveva affermato nello stesso giugno 2018.
“Ehhhhh…..ma se mi chiedete di ricordare quel che ho detto a giugno 2018”, minimizza Salvini, che evidentemente considera la memoria qualcosa che si può manipolare a proprio tornaconto. Alcune cose si ricordano, altre no.
Comunque, durante la sua campagna elettorale di quel 2018, Salvini ha affermato più volte che una volta al governo, “toglieremo a Saviano l’inutile scorta”.
A dimostrazione che le frittate si possono rivoltare e si rivoltano, e che la campagna salviniana contro scrittori e intellettuali passa in secondo piano e svanisce, mentre tutti e tutte ricordiamo benissimo il tiro al bersaglio di quei giorni, visto che la nostra memoria non è parziale. E sappiamo che continua, e continuerà, e che non si tratta di difendere il solo Roberto Saviano, ma la libertà di espressione e di parola di tutti noi, che domani potremmo essere in quell’aula dove la E de “La legge è uguale per tutti” è scritto con l’apostrofo, e questo farà inorridire i puristi ma non è che un simbolo, uno spunto, mentre non c’è nulla di simbolico, e molto di pericoloso, nel disequilibrio fra un ministro della Repubblica e uno scrittore.
Ricordiamocelo.

Nel mondo culturale ed editoriale italiano riverberano le stesse questioni generali che riguardano tutte e tutti. Il classismo, certo: anche inconsapevole, ma non per questo meno forte.  La disuguaglianza, certissimo. La solitudine e la fragilità, ovvio.
Ma restiamo sul mondo culturale. Perché mi sembra interessante che si parli qua e là di casi singoli e non del sistema, che è avvelenato da un bel pezzo. Mi perdonerete se cito per l’ennesima volta Mark Fisher, che parlava di una cultura soffocata da finitezza e sfinimento, perché oppressa, da un bel po’ di lustri, dalla “creazione di valore” e dalla dimenticanza del passato, che ci costringe a vivere in un “presente permanente”.
La depressione, scriveva, è il sintomo.  Anzi, “la depressione è il lato oscuro della cultura dell’autopromozione”: “L’attuale ontologia dominante esclude categoricamente ogni possibile causa sociale della malattia mentale”. 
E viviamo in un mondo infestato dall’immobilità: nella sua idea di Hauntology, degli spettri dell’online che schiacciano il mondo reale, tutto peggiora. Se si deve produrre valore, e subito, non possiamo più ragionare di futuro, ma ci muoviamo fra competizione, narcisismo e individualismo. 
Non è una novità, ma certamente. Però ce lo dimentichiamo, ogni volta che dobbiamo denunciare o protestare: non è una singola realtà a essere preda dei fantasmi e dell’ansia di “valore”, qualunque sia il significato che affidiamo a questo termine. E’ tutto. Mondo culturale compreso, o forse per primo: e la caduta delle vendite, affiancata all’iperproduzione e alla rapida sparizione delle novità librarie, sta cominciando a mostrare il volto del fantasma che abbiamo ignorato.

Questa è una piccola storia, una storia di quartiere, dunque ininfluente rispetto alle storie grandi e terribili che si muovono sopra le nostre teste. Però contiene in sé qualcosa che riguarda un modo di pensare che ci strangola, e che ancora non viene compreso: nelle nostre città, nelle nostre regioni, il verde viene eliminato in favore del cemento. Ma come?, ci vien detto, non vedete che tagliato un albero ne viene piantato un altro? Già. Alberini infelici e sottili, che quasi sempre si seccano per mancanza di manutenzione, che non fanno ombra e che fanno pure tristezza, a vederli solitari e già malati circondati dalle nuove e ardite e geniali costruzioni che dovrebbero, ci risiamo, dare “decoro” alle nostre città. Sottraendo ossigeno.
Per esempio. Nel mio quartiere, domani pomeriggio, si inaugura “la Rambla”. Cosa c’entri una Rambla a Pietralata lo sa solo il Comune di Roma, e perché il pomeriggio inaugurale si debba chiamare “La Rambla è Fashion” non lo sa nessuno, e sarebbe bellissimo che invece di scomodare i linguisti per tuonare contro lo schwa lo si facesse ogni volta che si usano le parole a caso (non ho nulla contro gli anglismi, è che vorrei capire il termine Fashion applicato alla schifezza di cui sto per parlare).
Ma che è la Rambla?
Intanto, è una rotonda. Con un totem. Avete capito bene, un totem gigantesco che sembra un palo a cui legare i sacrifici umani per Chtulhu. Come dice il presidente del Municipio Umberti: “quando sarà illuminato diventerà un landmark del territorio”. Detto in parole povere, un punto di riferimento. Per fare cosa, a parte i sacrifici umani, non è chiaro. Poi c’è una scalinata, “dove in futuro si terranno gli eventi culturali e le sfilate di moda”, al cui centro sorge “una fontana artistica”.
Nei fatti, il tutto ha l’aspetto di una bella colata di cemento che difficilmente attirerà i passanti, che invece chiedono quello che chiediamo tutti. Verde.
Bene, il problema non è solo del mio quartiere, figurarsi: è vero, come scrivevano i Wu Ming, che esiste una classe dirigente “innamorata di cemento e asfalto”, che adora abbattere alberi, aprire cantieri e decidere urbanizzazioni insensate. 
Che si fa? Si racconta, si resiste. 
E si rilegge Antonio Cederna:
“Per me la lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti”.
Fashion un corno.

Circa un anno fa ho preso coraggio e ho telefonato a Francesco Pazienza, faccendiere, uomo dei misteri, morto ieri nella sua casa di Lerici a 79 anni. Nell’ingenuità che ancora mi porto addosso volevo chiedergli cosa sapesse di Graziella e Italo. 
C’era un motivo.
Nel 1983 Pazienza scrive a Bettino Craxi chiedendo formalmente “di poter essere liberato dal possibile vincolo di segreto di Stato per quanto da me svolto dal periodo marzo 1981-aprile 1982” in cui fu “portavoce del generale Santovito” presso Arafat.  E’ un faccendiere, si diceva già allora di lui. Collaborava con il Sismi. Collaborava con uno dei tanti nomi oscuri di quegli anni, Licio Gelli, per sorvegliare Roberto Calvi, banchiere di Dio, presidente del Banco Ambrosiano, coinvolto nello scandalo della lista P2, pronto a rivendicare, prima della bancarotta, i favori fatti ai potenti. Pronto a dichiarare che 15 milioni di dollari  provenienti dai servizi segreti americani erano stati utilizzati da Licio Gelli per finanziare chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna.  Un depistaggio, diranno le sentenze, che gli fruttò una condanna a dieci anni.
Francesco Pazienza era solo un nome: eppure era uno di coloro che entra nella storia di Graziella perché è uno di coloro che conoscono l’esistenza del lodo Moro, che della fine di Graziella è in un certo senso l’evento scatenante. Per anni Pazienza ha accettato interviste sul lungomare di Lerici, fumando sigarette e dichiarandosi orgoglioso della sua attività di volontario durante il terremoto dell’Aquila. E sì, certo, raccontava serenamente di aver trattato con il terrorismo palestinese, sì, certo, perché lui ha addirittura condotto la trattativa per il lodo Moro. “Quella fu la moneta di scambio per la tranquillità”, dice.  Garanzie da parte dello Stato italiano in cambio di sicurezza. Niente massacri come ai Giochi Olimpici di Monaco. Niente rappresaglie. Niente stragi.
Ah, la telefonata. Quando gli chiesi di parlargli, sul suo whatsapp che ha come immagine profilo un cagnolino, mi rispose con il pollice alzato. Fu gentile, cortese, fluviale e volutamente insignificante. Ma il senso era: “Non so niente, avranno visto qualcosa che non dovevano vedere”. Ho sempre pensato che sapesse molto, ma non me lo disse e si informò sulla mia vita, di cui gli dissi molto poco. Era agosto, ero a Serravalle. Chiusi la telefonata con angoscia, con la quasi certezza che non avremmo mai saputo nulla. Eppure, bisogna continuare a credere che non sia così.

Dunque sono in partenza, questa sera Formia, domani  Ventotene per Gita al Faro. Sarà un’edizione particolare, molto. Più condensata, più centrata su quel che avviene intorno a noi, anche con le parole della letteratura.
C’è un motivo, anzi più d’uno. 
Mai come in questi ultimi mesi si è parlato di Ventotene: la sua storia e quella dei confinati politici sono state evocate nelle piazze, in Parlamento, sui giornali. Mai come oggi si è tornato a fare i nomi di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni (dimenticando, spesso, Ada Rossi e Ursula Hirschmann, che molta parte ebbero nel Manifesto). E mai come oggi, dunque, è necessario ricordare cosa è avvenuto davvero nell’isola in cui furono confinati numerosi uomini e donne che parteciparono alla resistenza e alla lotta per la liberazione, di cui ricorre in questo 2025 l’ottantesimo anniversario, molti dei quali futuri esponenti della classe politica repubblicana. 
La memoria di quanto è avvenuto è stata in passato delegata a pochi, instancabili studiosi, scrittori, attivisti che hanno continuato a indagare sui lunghissimi anni in cui Ventotene e la vicina Santo Stefano sono state luoghi di confino e di carcere. Ed è per questo che l’edizione 2025 di Gita al faro, che da quattordici anni ospita scrittrici e scrittori per conoscere e raccontare l’isola, sarà interamente dedicata a cosa davvero è stata quell’esperienza.
Saranno tre gli ospiti del Festival, Annalena Benini, Paola Caridi e Wu Ming 1, e ognuno declinerà a suo modo la storia di Ventotene e come riecheggia nel presente.
Gita al Faro, insomma, cambia nella continuità, per questa edizione 2025: perché la letteratura non è mai lontana dal mondo in cui nasce, e ne riporta gli orrori, ma anche le speranze. Un’edizione speciale per tempi speciali: dove gli scrittori sono chiamati a guidarci nella comprensione di quel che la cronaca non sempre riesce a restituire.
Questo blog non sarà aggiornato fino a lunedì. E speriamo che siano giorni portatori, se non di pace, di lucidità e di pietà.

Loredana Lipperini
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