SALVARE LE ROSE SENZA UCCIDERE I GATTI: SULLA LETTERATURA, E SU TERESA CIABATTI

Dunque, ho aperto Internet pensando che volevo scrivere qualcosa su Teresa Ciabatti e sulla sua scrittura. Questo in realtà pensavo fin da venerdì scorso. In mezzo c’è stato un week end che ha lasciato stupefatta anche una vecchia frequentatrice del mondo letterario e dei social quale io sono.
D’abitudine, infatti, c’è una quota fissa di scrittrici e scrittori che dopo un’occasione di molta visibilità (il Premio Strega, e in misura minore il Premio Campiello, oppure una lunga permanenza nelle parti alte delle classifiche) si riunisce su Facebook, con la straniante convinzione di essere al telefono con un amico o un’amica o davanti a uno spritz nel baretto o dove vi pare, per tirar fuori tutto quel mal che in bocca le venia (scusa, Da Ponte). Gli argomenti sono simili e vecchi: questa gentaccia che guida il gioco con libri vergognosi, ma che orrore, è tutto un circoletto di amici, e tutte le noiosissime argomentazioni talmente ripetitive che ci si stupisce delle contro-reazioni. Quando qualcuno si dichiara esasperato, ti dicono che sei tu che semplifichi e riduci tutto a invidia. In realtà, e poi termino la premessa, non ho mai detto che sia questione di invidia, bensì di frustrazione: comprensibilissima. E’ comprensibile e umano che si investa moltissimo di sé in un romanzo e che si sogni come bambini sul suo destino, immaginandosi su un palco mentre si stringe fra le mani la bottiglia di liquore giallo o, chissà, mentre si fa l’inchino davanti al re di Svezia. Tant’è vero che proprio Teresa Ciabatti inserisce questo sogno a occhi aperti, lucidissima e spietata, in Sembrava bellezza.
Il problema nasce quando si attribuisce a qualcun altro il proprio mancato successo: intendo per mancato successo non critiche negative o basse vendite, ma la mancata realizzazione di quel sogno a occhi aperti. Che il mondo editoriale sia complesso, angusto e molto spesso ingiusto è vero. Che tutte le competizioni abbiano spigoli e trabocchetti è vero. Che si pubblichi molto, spesso troppo, e che questo costituisce un problema, è vero. Ma tutto questo non è stato concepito contro i singoli: tu e tu e tu. E’ un sistema, da anni, con parecchie zone d’ombra. Semmai si dovrebbe ragionare di questo, esplorando ogni angolo del sistema medesimo (come, per dire, ha fatto zitto zitto e senza piangersi addosso Gabriele Dadati quando è andato a vedere perché i lavoratori della Città del Libro di Stradella fossero in sciopero). Oppure bisognerebbe avere la luminosa semplicità delle parole di Maria Grazia Calandrone, che pure non entrata in cinquina con il suo bellissimo Splendi come vita, e dire quel che ha detto su Facebook: “In due mesi ho imparato le regole di uno dei più complessi giochi di società, il premio Strega, che – calato nella vita vera dell’autore – significa fare ciecamente il tifo per se stessi, attività di per sé discretamente ridicola.”
Ora, sto parlando a lungo delle reazioni. E ne ho ben donde. Perché in questi due giorni ho letto cose che mi hanno lasciata stupefatta. Si può e si deve criticare un romanzo. Qualunque romanzo, dal più fortunato al meno visibile. Ma qui non c’era critica, bensì odio allo stato puro. Sulla persona, rea di aver rilasciato un’intervista a Repubblica dove peraltro diceva una cosa che nessuno degli odiatori direbbe mai di sé (o almeno io non l’ho mai letta: ho sempre, di contro, letto dichiarazioni dove di se stessi e stesse si autolodava l’enorme talento incompreso, o l’idea raffinatissima di letteratura condivisa con pochi sodali che spiccava come una rosa in un campo di ortiche). Ovvero:
“Non si può sempre pensare che siano gli altri che non capiscono. A volte probabilmente siamo noi ad avere dei desideri sbagliati”.
L’ondata è stata talmente impressionante, e crudele, che Monica Rossi, l’identità dietro la quale si cela un editor molto attento e arguto, ha fatto un post dove racconta di aver teso una trappola a uno degli scrittori apparentemente più placido ma più feroce in privato (e verrebbe da chiedere: ehi, scrittori e scrittrici, ma dove lo trovate tutto questo tempo per chattare malevolenze? In altre parole: ma quando scrivete?). Gli ha sottoposto una  pagina de La più amata di Teresa Ciabatti spacciandola per un inedito di uno studente Holden e il poveretto ha lodato, “non è male”, ha detto, dimostrando che forse non aveva letto nulla del suo bersaglio.
Ora. Ci interessa tutto questo? Poco, in realtà. E’ prevedibile. Vecchio. Ineludibile. Fa parte del gioco che si dice di voler combattere. Ma c’è un punto su cui vorrei fermarmi. E riguarda il motivo per cui si scambia la voce letteraria di Ciabatti per Ciabatti medesima. E’ un gioco che ha sempre agito, in tutti i suoi romanzi, anche, in nuce, prima de La più amata: ti inganno, lettore, come è giusto che i lettori vengano ingannati perché la scrittura è un inganno di per sé, fingendo di raccontarti la verità su di me. E’ un gioco sottile, e personalmente lo trovo affascinante e fra i miei preferiti, letterariamente parlando, laddove si danza sull’orlo del reale suscitando, almeno nelle intenzioni, il dubbio. L’hanno fatto altre e altri. Lo ha fatto, per dire, Walter Siti (e anche qui, in Bruciare tutto, si è scatenata la gogna). Lo ha fatto Ottessa Moshfegh, come ricorda Guia Soncini in questo articolo dove dice un paio di cose sacrosante, sulla voce narrante odiosa di Sembrava bellezza:
“L’essere umano vuol essere amico degli sconosciuti: il cognato del cugino del portiere cui mette like su Facebook, o i famosi che commenta su Instagram in toni che una volta avremmo riservato ai compagni di scuola. E, poiché dato un virus ne arriveranno presto varianti più gravi, ora l’essere umano vuol essere amico anche dei personaggi di fantasia: se non mi vien voglia d’andare a cena con la protagonista, perché dovrei leggere questo romanzo? Abitiamo l’epoca in cui Delitto e castigo andrebbe al macero: chi mai è così fesso da voler fare una partita a paddle con Raskolnikov?”
Allora, il punto per me è questo. Questa vicenda passerà, come tutte. Magari ne verrà ricordata l’incomprensibile acrimonia verso una scrittrice che ha peraltro perso, e non vinto (ammesso che si possa parlare sempre in termini di vittorie e sconfitte). Magari potremmo ricordare le reazioni come l’ennesimo caso in cui (sempre Soncini), “tutto perdoniamo a una donna ma non l’ambizione: ci piace credere a quelle che dicono che sono diventate miss Italia perché accompagnavano l’amica alle selezioni”.
E però c’è un punto che i romanzi di Teresa Ciabatti evidenziano: esistono personaggi, anzi, personagge, che non sono fatte per essere accattivanti e compiacere chi legge. Perché spesso ai personaggi femminili si chiede esattamente questo: tormentate, sì, ma devono farci da specchio, o farne almeno a una parte di noi. Qui è difficile, spinoso, farlo. E vivaddio. Perché, come scrive su tutt’altra vicenda Nicola Lagioia, “la letteratura è l’esatto contrario del discorso pubblico. Il discorso pubblico è polarizzato. Buoni e cattivi, torto e ragione, vittime e carnefici, senza sfumature nel mezzo, con chi parla sempre dalla parte della ragione: il trionfo della politica tossica (vesta il ruolo del parlamentare o dell’influencer). Tutto questo è la negazione dell’umano. La letteratura è al contrario la rappresentazione dell’umano, cioè dell’impossibile, creature contraddittorie, ambigue, complicate, incoerenti, spaventate, generose, violente, scaraventate in paradossi etici, morse da dilemmi insolubili, rovinate o salvate a volte da un tiro di dadi. Se amate la letteratura potete, chiuso un libro, mossi dal bisogno di follower, prendere la vostra clava preferita e scendere nell’agone del discorso pubblico. Ma mentre leggete, non potete farlo”.
Ecco. Come scrivevo, scherzando ma non troppo, proprio a Monica Rossi: il mio dilemma da giardiniera è salvare le rose dai parassiti senza uccidere i gatti con il veleno. Credo che dovrebbe essere dilemma comune. Lasciarci alle spalle i discorsi tossici, ma provare a capire se c’è un’insidia nel volere a tutti i costi una letteratura non ambigua, non antipatica, specie se scritta da una donna.

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