Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln, è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».
Wow, mi auguro un altro thread da 700 post, magari un po’ meno fazioso e un filo più costruttivo.
Io mi limito a dire che qui “best-seller” è usato come concetto parafulmine su cui si scarica una quantità di strali; come al solito in nome di un’idea di letteratura, che non vedo posta storicamente o sociologicamente in questione.
A me l’idea che la letteratura faccia comunque l’elogio dei worst-seller mi fa strano, un po’ “pro-ana” per azzardare un paragone…
Questa cosa della popolarità come sinonimo di sciatteria e dell’obbligo ad un’altezzosa solitudine come requisito di autentica vocazione letteraria, mi fa venire in mente un verso di un vecchio monologo di Gaber:
“Bisogna soffrire. La Cultura lo esige”
Poi mi viene in mente anche Tafazzi.
Poi penso che se non ci fosse lo scrittore immusonito e sconosciuto non avrebbe senso il Critico che lo scopre rendendo ragione della propria esistenza (foraggiata in università con denaro pubblico)
E allora i conti tornano.
Niente Tafazzi.
Anche qui, come altrove, interessi di bottega travestiti da apologia delle Belle Lettere. Che stanchezza.
“interessi di bottega travestiti da apologia delle Belle Lettere.”
My thoughts exactly, Valter. Ma ci aggiungo anche la tristezza, oltre alla stanchezza.
(la citazione compulsiva de “Il rumore sottile della prosa” di Manganelli come Testo Sacro, tra l’altro, la trovo al limite del patologico. Tra l’altro senza la deliziosa capacità di fare ironia in punta di penna di Manganelli. Tant’è.)
Per fortuna scripta manent, qui su questo blog e nel pdf che riproduce il thread della discussione: http://dl.dropbox.com/u/8820520/StroOokk.pdf. Così chiunque sappia leggere può rendersi conto delle falsità di alcune grossolane affermazioni contenute nell’articolo di Gilda Policastro. Due per tutte:
1) che qualcuno in quella discussione abbia sostenuto la coincidenza tout court tra successo popolare/commerciale e buona letteratura;
2) che qualcuno abbia difeso il mercantilismo editoriale come il migliore dei mondi possibili.
La discussione, al contrario, tra le altre cose verteva (o meglio, ha provato a vertere) sulle pratiche e le modalità fattive con cui i diktat draconiani del mercato dell’editoria possono essere aggirati e ostacolati.
Per fortuna, appunto, carta (anzi bit) canta.
Ultimamente noto che c’è una certa confusione fra giornalismo e manipolazione. Buffo vero?
L’articolo tocca un nuovo vertice di disonestà intellettuale, superficialità e disinformazja. Una tecnica di taglia-e-cuci da agenzia Stefani d’antan. Tecnica oggi facilmente smontabile, perché non siamo più in tempi di rarefazione mediatica e trasmissione unidirezionale dell’informazione.
In parole povere: per fortuna, come fa notare WM4, tutti hanno la possibilità di leggere la discussione originale, verificare, sgamare e commentare l’exploit manipolatorio della sedicente critica.
A chi si è lamentato del pdf: avere una versione più accessibile e reader-friendly della discussione serviva anche a questo, a impedire che spopolassero “ricostruzioni” strumentali come questa. Che arriva “a babbo morto”, quando migliaia di persone sono già al corrente dei veri contenuti di quel thread.
Poi dicono la “stampa di regime”.
Non c’è un solo regime, in Italia, e i regimi non sono solo politici in senso stretto, sono prima di tutto discorsivi.
Esiste un regime della lamentazione acrimoniosa usata come corpo contundente, nonché della nostalgia per presunti “bei tempi” in cui la parola del critico, dell’intellettuale, del Maestro non incontrava contraddittorio se non in un mondo di suoi pari, un mondo che *comunque* la legittimava e avvalorava. Oggi questo non avviene: i media non sono rarefatti, molte più persone leggono e possono rispondere, la presa di parola è più diffusa (nel bene e nel male!), nessun “vaticinio” è accettato a scatola chiusa, l’autorevolezza uno deve sudare per guadagnarsela, sporcandosi le mani nel “flusso”, facendosi il mazzo, ricominciando ogni giorno (quasi) da zero. Non c’è rendita di posizione che tenga, non c’è cattedra che tuteli dalle pernacchie. “Questo krahl è pieno di lupi”.
La nostalgia per tempi più “facili” informa un insieme di enunciati e di retoriche. L’adesione a queste retoriche e la gara a chi le propone con maggiore, apocalittica acredine sono le condiciones sine qua non per ottenere un certo status, poter frequentare certi giri (quelli giusti), mettere in fila pubblicazioni, sgomitare nei dipartimenti e nelle scuole di dottorato, vincere eventuali concorsi.
Ho trovato per tutt’altre ricerche questa chicca (via wiki, voce inglese su James Patterson)… tanto per dire a che punto sta il dibattito in altri paesi…
«Horror novelist Stephen King has dismissed Patterson’s bibliography as being made up of “dopey thrillers,” and in one interview called him a “terrible writer”.
In a “10 Questions” interview in the July 5, 2010 issue of Time magazine, Patterson was asked: “What do you say to critics like author Stephen King who say you’re not a great prose stylist?” Patterson responded: “I am not a great prose stylist. I’m a storyteller. There are thousands of people who don’t like what I do. Fortunately, there are millions who do.”»
Noto sempre, leggendo questi articoli, come (molt)i critici quando si lanciano in fenomenali editoriali sulla carta stampata respirino più sollevati.
Come se entrare nella rete fosse parte di una traversata del deserto.
“Sono tornato a casa, ho visto dei mostri terribili, ma sono vivo e non ho più paura”.
Topolìn, topolìn.
Faccio presente che i Wu Ming non sono “scrittori”, bensì “fenomeno mediale” (che vor dì?).
Oltre alla fantasiosa ricostruzione degli eventi, ma GP forse si sentirà a suo agio con la coscienza perché i lettori del Manifesto non bazzicano qui (sarà poi vero?), mi pare che la critica voglia mostrare lo scudo fregiato ai critici amici che la consolarono durante la discussione su Lipperatura, facendole tanti complimenti.
Non è un caso che non riesca ad argomentare una delle sue teorie. Delle serie non aveva dubbi che il suo pubblico capisse al volo tutta la faccenda.
Si merita proprio questa.
V.o.D.
La Policastro è una troll. Continua a fraintendere garrula, dopo mille smentite e correzioni, che i Wu Ming considerano il saggio NIE come uno yogurt scaduto. Continua a chiamare i loro libri entertainment, dopo aver appreso che vengono classificati sotto questa voce nella contabilità Einaudiana (adesso sono i ragionieri, i veri critici letterari? Sono loro che stabiliscono il grado di letterarietà?).
Comunque mi stupisce una cosa. La discussione-monstre è nata viziata, perché quasi nessuno dei commentanti aveva visto il documentario, proiettato solo a Roma e in modo limitato. Ma personalmente, anche se posso non essere d’accordo con certe posizioni di Cortellessa, avrei pagato per vederlo. Letteralmente. Non parlo di organizzare in futuro proiezioni a Milano Firenze e Bologna. Cazzo, siamo nell’era digitale! Se il documentario fosse stato copyleft, Cortellessa avrebbe potuto metterlo su un torrent, magari settare un sito di donazioni. Pensate a quanta gente ha scaricato il pdf! Quanti di questi sarebbero stati disposti a pagare 5-10 euro per vedere il documentario? Sarebbe un modo per ampliare il discorso, diffonderlo, non limitarlo a chi è libero una sera precisa in due o tre grandi città!
giornalismo è sempre manipolazione,essendo solo una parziale rappresentazione del fatto.oggi letteratura immagino sia andare in tv con aria pensosa e riscuotere begli assegni.oddio che ho detto.soldi,soldi,soldi.il mecenatismo è morto,quindi anche la letteratura?non esiste più il regno del colto,che oggi vaga scorato senza nessuno che lo ascolti in favore dei cesaroni.esiste sempre il web,però,per trovare qualcuno che comunque la pensi come te anche solo per vanità.come per il cinema,solo i boldi che permettono i pupi avati,non viceversa.quindi moccia che crea wallace?non proprio,no?
immagino che il cane di bambi obama(se scrivesse,ma esiste sempre final draft per mancini…) venda più di pier cappello,poeta friulano ottimo ma quasi non conosciuto.normale,tutto normale.
“Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival”.
Che squallore.
I lettori del manifesto frequentano volentieri lipperatura. almeno uno
Avete letto “La sovrana lettrice” di A. Bennett?
Per colpa dei suoi cani, la regina d’Inghilterra un bel giorno si ritrova faccia a faccia con una biblioteca circolante, parcheggiata vicino ai bidoni dell’immondizia che “servono” la Real casa. Un po’ per caso, un po’ per curiosità, la sovrana comincia a leggere libri, attività che fino a quel momento non aveva mai frequentato. Meglio: comincia ad appassionarsi di libri e lettura, si ammala di un morbo sconosciuto ai più. Legge ovunque, la regina, a qualunque ora: comincia avventurandosi nelle placide acque dei romanzetti d’appendice per poi provarsi nelle onde dei “mostri sacri” (e con rispettoso dissacrante ossequio – è pur sempre una regina! – vorrebbe rampognare H. James!!). Finisce anche per prendere appunti, diventa una vera “Uncommon Reader”, come da titolo originale (strapieno di significati come solo gli aggettivi inglesi sanno essere…). Legge, dunque, la regina, e si interroga sul suo leggere. È mortificata per aver perso succulente occasioni di confronto con scrittori che pure ha incontrato, fin da bambina, ma ai quali non è stata in grado di porre domande.
“Che spreco!”, se ne lagna con il suo (non-lettore) segretario. “Ma qualcuno l’avrà pure ragguagliata, Maestà?”. “Certamente, ma ragguagliare non è leggere. Anzi, è l’esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre”. Dopo di che, mai più domande, solo l’abbandono al piacere della lettura.
In quelle poche righe, in quello scambio di battute, c’è, almeno in parte, il senso dell’interrogarsi sulla critica letteraria. Prima di tutto, penso, prima di cercare gli antenati (ma sono davvero così lontani nel tempo?), prima di stanare gli avversari (ma ne abbiamo?), la critica letteraria dovrebbe chiedersi: cosa vogliamo essere (per noi e per gli altri)? Ragguagliatori o lettori? Si vuole essere succinti, concreti e pertinenti? Esaurire la questione? O essere disordinati, dispersivi e sempre invitanti? Aprire la questione, anzi le mille questioni? Io sto dalla parte di quelli che vogliono aprire molte, molte questioni, interrogando i testi e i loro autori (che sono generosi, a volte più di noi: che continuano a dirci delle cose anche molto dopo la fine del rumore del loro pennino sulla carta, delle loro dita su una tastiera), interrogando così me stessa, interrogando così quelli che, per azzardo, leggeranno le mie interrogazioni…
Ah, già, poi, alla fine, dopo tanto leggere la regina decide che vuole mettersi a scrivere anche lei. Il diavolo tentatore colpisce anche i migliori critici…
Loredana ha citato Lisa Simpson.
I simpsons sono un patrimonio culturale globale, e frutto, tra i più riusciti, dell’incontro tra industria dell’intrattenimento, creatività, contenuti.
C’è più intelligenza in una puntata dei simpsons che in tutto un anno di palinsesto televisivo, eppure è fatto per vendere, la fox tv deve la sua esistenza a questo show.
La generazione di autori delle prime stagioni de “i simpsons” furono il gotha comico degli anni novanta, paragonati da tutti alla generanzione di autori che scrivevano il ‘Saturday’s night live’ all’epoca di belushi, robin williams e dan akroyd.
Ancora c’è qualche comunista barricato in un fondo di magazzino che mette in contrapposizione contenuto e mercato, perché se no dovrebbe scomparire in polvere come dracula.
Care signore e signori che ancora resistete al nemico capitale, da quando nasciamo, che ci vanno a comprare il primo bavaglino nel primo grande magazzino, siamo nel capitalismo, non c’è alternativa, non in questo emisfero, mi spiace.
D.(oh)
Un articolo “mafiosetto”, per ribadire che secondo lei Wu Ming non è un collettivo di scrittori ma un “fenomeno mediale”. D’accordo che ormai il Manifesto lo leggono in pochi, ma che tristezza!
Credo che qualcosa si possa fare, costa poco e se non altro rende giustizia a una bella discussione: mandare un’email alla redazione del quotidiano facendo presente che l’articolo della critica in questione sia basato su distorsioni e falsità.
@danae: il problema è che certa critica invece non parte dai testi, ma da una “platonica” idea di letterarietà (elaborata su un’interpretazione prescrittiva di testi come quello di Manganelli) a cui i testi dovrebbero conformarsi.
Il che metodologicamente preclude a priori la capacità di cogliere lo Zeitgeist.
Ma forse il contemporaneo a cerca critica non interessa: “Per questo le avanguardie erano OK, almeno fino al ’66”, cantano i Baustelle.
Wow, che botta.
Ecco un pezzo destinato a portare scompiglio, a provocare sismiche fratture
nel mondo delle lettere e tra i suoi addetti.
S’ode in pieno l’eco acida e corrosiva dell’Ottonieri e del Di Ruscio, la lingua guerriera e mai scontata, il periodare frammentato e non pacificato di tutte quelle (necessarie ( e meravigliose)) parentesi, l’aggettivazione mai banale nè affabulatoria.
Per non tacere poi di argomentazioni solide, granitiche, che spiazzano il lettore dalle sue convinzioni e lo conducono in zone, e posizioni, che non avrebbe immaginato.
Insomma, lingua e sostanza.
Con l’aggiunta di un passaggio addirittura sublime, che pochi, pochissimi, quasi nessuno, come da programma, possono aver colto appieno. Solo io.
Una vertigine del senso, un corto circuito semantico, un testacoda dello spaesamento.
Il Manganelli capo della polizia delle Lettere.
Il nomen omen, contundente e legittimo, nella funzione prescrittiva e repressiva. L’auspicio di un ordine ripristinato e inflessibile. L’annuncio di una retata sempre più necessaria.
Il personaggio scisso, fuso, confuso e ricomposto, lui che è un altro, come nella migliore tradizone novecentesca.
Manganelli. Per tutti.
Pura letterarietà.
L.
Consiglio la lettura di Manganelli. Il suo saggio sul fantastico è molto interessante. 🙂
Il personaggio è antipatico.
Razzente, elitario, con l’arroganza della cultura.
Ma il pezzo di Policastro é SUPERBO.
Era dai tempi dell’esordio di Busi che nell’Italica Repubblica delle Lettere non si levava una voce così SFACCIATAMENTE fuori dal coro.
Si intravede, per Lei, un futuro da scrittrice. Non il solito caso letterario stagionale. No. Nulla di tutto questo. Una voce destinata a RIMANERE.
GP si avvia a diventare la più grande scrittrice di lingua ITALIANA della sua generazione.
Lingua musicale, la sua. Rasenta la PERFEZIONE, in alcuni passi.
Ringrazio Lipperatura e Loredana per avermela fatta scoprire.
Allora.
Premessa alfa. Piena solidarietà ai Wuminghi tutti, e al problema di vedere le loro posizioni estremizzate e fraintese.
Premessa beta. Policastro è una donna problematica – per usare un eufemismo. Però in questo articolo si è contenuta, il che almeno per ora mi permette di intervenire.
Premessa gamma. Possiamo far finta che non parli proprio dei Wuminghi? Lo so che è una distorsione dell’articolo o del Thread. Posso fare almeno finta io?
Il mio modesterrimo parere è che Policastro erra quando ritiene che la una buona letteratura sia parente di una frequentazione accademica, o di certi ambienti elitari. Però l’articolo per delle cose a me è piaciuto, come anche – lo avevo accennato – certe sue affermazioni nel famoso dibattito. Ora, io non posso valutare l’opera Wuminga, quindi magari poi se la incontro mi fa cambiare idea – ma io la sento questa cosa che dice lei nella produzione letteraria nazionale, la sento l’abiura alla ricerca intellettuale, lo sento il volare basso narrativo. Io faccio fatica a trovare una prosa e una concettualità che oggi mi stordisca, io sento l’assenza di lavoro e sudore si. – in Italia quanto meno. E quando Policastro rivitalizza la letterarietà, non ci vedo niente di male (se nel farlo non mi sentissi indotta a porgerle del Seropram) non tanto perchè le ipostasi debbano vincere la storia, e ce ne possa essere una per sempre. Ma perchè la storia grossa, la letteratura forte, si fanno con queste cose. Con l’audacia delle lettere maiuscole.
Faccio un esempio che viene dalla mia disciplina: oggi la psicologia dinamica è tutta attraversata da un moto di vigliaccheria postmoderna, per cui i grandi sistemi teorici sono vagliati e relativizzati e spesso giustamente accusati per la loro storicità: Freud era maschilista per via der su tempo, quell’altro ci ha la fissa delle famiglie schizofrenogene per via der su tempo etc. Abbasta Teorie Psicoanalitiche! Abbasta Lettere MAiuscole. Morale della favola, la psicologia oggi fa fatica a produrre nuovi costrutti interessanti, perde la capacità immaginifica della creazione, tutta tesa a pararsi il culo dal coraggio di volare alto. Vola basso, per dire cosette sensatine tipo con ricerchette sui bimbetti di un giorno che si toccano il naso. Cose statisticamente ineccepibili, anche molto belle e utili. Ma la mente immaginifica della disciplina è evidentemente sofferente. Ecco io quando vado in libreria vedo la stessa sofferenza nella nostra produzione letteraria e nel modo con cui è criticamente pensata.
Scusatemi l’ot.
Zauberei. Mi scusi. Io ho partecipato a quella discussione, e ho letto l’articolo. Ora, l’articolo semplicemente non parla di quel che si è detto di quella discussione bensì del pensiero della Policastro.
Quanto al resto: lei parla – vedo molto spesso – della sua disciplina. Ora, io parlo della mia. Posso chiederle, con rispetto, da dove trae la convinzione che non ci siano autori che stanno cercando l’audacia delle lettere maiuscole, ognuno nel proprio minuscolo? Perchè a sentir tanti bei discorsi a priori, rimango un po’ stupita. Lei non ha letto i Wu Ming. Io sì. E ho letto molti altri. Come fa a sostenere che la rivitalizzazione della letteratura non sia, e da tempo, già in atto, se non legge quel che la letteratura, oggi, produce?
Grazie e mi scuso in anticipo.
“in quella discussione” e non “di quella discussione”, nuovamente scusa.
Linko questo articolo recente della Benedetti. Ci sono a parer mio passaggi interessanti e, nell’ultima parte, riferimenti espliciti alla discussione che si è tenuta su Lipperatura.
http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews.asp?tipoOrd=dettaglioNews&id_contenuto=3712831
@Zauberei:
Mah. Le maiuscole le attribuisce la storia, non è possibile attribuirsele autonomamente, per quanto si aspiri a “volare alto”.
Per il resto quoto Lara.
Lara Manni – io non posso parlare dei Wuminghi l’ho già scritto sopra , e quindi loro sono anticipatamente estromessi dalla mia eventuale critica. Ma che posso dire, Giordano mi pare esemplare, anche certe prose gradevoli e pulite mi lasciano comunque insoddisfatta: per esempio ho grande simpatia umana per Biondillo che sono andata a cercarmi dopo averne letto qui, e sentivo proprio questa cosa di una persona che mi piace molto e che stimo, e una prosa che mi ha un pochino delusa. E potrei continuare in maniera poco utile perchè i miei sono gli itinerari di un lettore, ma assicuro che ci sono – se no non avrei interesse a scrivere un intervento in questa sede – ti pare?
E certo mi sfuggiranno dei nomi e se tu – ti prego diamoci del tu se non ti dispiace! – hai dei suggerimenti io li raccolgo volentieri. Per esempio Valeria Parrella è per me è un’eccezione a questa tendenza. Ma per il momento è l’unica che ho incontrato.
@ zauberei: nessuno ha mai negato – né nella discussione fiume sulla “letterarietà” né in altre sedi – che un maggiore impegno intellettuale da parte degli scrittori farebbe solo bene allo stato della patrie lettere. Quando però alcuni scrittori provano a profonderlo tale impegno, come abbiamo fatto noi WM con il saggio sul NIE, i lamentatori di cui sopra sono i primi a sbeffeggiarci, a irrancidirsi, a liquidarci in due parole. Perché? Perché, come evidenziava la suddetta discussione, vige un pregiudizio a monte in base al quale ciò che ha successo popolare e commericiale o aspira ad averlo è di per sé merda, ovvero non è nemmeno letteratura. A detta dell’autrice dell’articolo noi WM infatti non siamo romanzieri, ma un fenomeno mediatico e di intrattenimento (noi WM come tanti altri, ovviamente, immgino che la lista di coscrizione sia lunga). Poco importa che nei blog letterari e politici, su giornali, riviste, in saggi e in sedi accademiche, del nostro lavoro si dibatta da oltre dieci anni: noi non siamo scrittori. Punto. E la cosa paradossale è che prima, durante e dopo la pubblicazione di NIE, noi WM non abbiamo mai smesso di discutere oltre che con i lettori, proprio con critici letterari, giornalisti, storici, accademici, etc. etc. Insomma si discute con noi, ergo ci si considera dei referenti, ma continuando a ripetere che non saremmo degni di essere considerati tali. E’ una posizione demenziale.
A me non spetta dare dei nomi o farne qui. Già ci sono fiumi di nomi su aNobii e non voglio compilare una lista. So però che ci sono fior di blog dove i nomi vengono fatti, ogni giorno. Ci sono i siti. Ci sono i network di lettori. E certo non si parla solo dei best-seller come quello di Paolo Giordano. Basta cercare, basta leggere in giro. E, perché no, cominciare proprio dai Wu Ming. Mica mordono.
@Zauberei: “Morale della favola, la psicologia oggi fa fatica a produrre nuovi costrutti interessanti, perde la capacità immaginifica della creazione, tutta tesa a pararsi il culo dal coraggio di volare alto. Vola basso…”
Su queste tue parole, a parer mio, siamo un po’ tutti d’accordo; il punto è che proprio quando si stava cercando di analizzare ciò che sta in mezzo (per es. Wu Ming, ma non solo) tra una produzione letteraria che vola (molto) in alto e una che si muove rasoterra, la discussione è degenerata ;-)).
Non c’è stato più confronto ma offese reiterate espresse con spocchia. E’ stata un’occasione mancata.
Wu Ming 4, “lista di coscrizione” è perfetto, strepitoso! È voluto o involontario?
@ Anna Luisa: è stata un’occasione mancata, hai ragione. Perché è proprio quel mezzo che sfugge alla visione manichea di certa sedicente critica letteraria. Non è un caso che si sia preferito seguire il filo degli insulti invece di affrontare la questione.
Paolo S, mi hai bruciato i tempi, stavo per chiederlo io
@ Paolo S: è voluto. Noi e altri veniamo arruolati a forza in un fantomatico esercito invasore delle patrie lettere. Se ricordi Cortellessa usava proprio questa immagine militare…
Secondo Gilda Policastro, per districarsi nella sterminata produzione letteraria, il lettore intelligente fa riferimento all’accademia, il lettore stupido afferra il vampiro in copertina dalla pila più alta.
Il fatto che il lettore reale possa -già oggi ma ancora di più in futuro, per mere questioni di digital divide, non perché non esista già la possibilità- seguire decine di vie alternative di approvigionamento, non è desumibile dall’articolo della Policastro.
Eppure deve essere così.
Antonio Tombolini, inventore di Stealth, la prima piattaforma per la vendita di ebook in Italia (quella su cui si basa IBS) nota sul suo blog:
«sbirciando poco fa il primo report delle vendite ebook da STEALTH al 30 giugno (per ora solo 400 titoli in catalogo, e solo via IBS.it e Simplicissimus), e ho visto letteralmente la coda lunga all’opera»
Questo ci parla sicuramente più del futuro che del presente, però parla. Eccome.
@ Anna Luisa, molto bello ed equilibrato l’articolo della Benedetti.
A me non importa essere o meno considerato aderente alle Idee di Letteratura e di Scrittore che vengono imposte a priori come modelli. Anzi, sono contento che il mio lavoro non replichi quei modelli, non riproponga il paradigma dell’avanguardia, non giri intorno allo stile come un topo che si insegue la coda glabra e rosea. Questo mi va più che bene. Il disprezzo di certa critica è motivo di orgoglio.
Ciò che mi muove a compatimento, che trovo tristo, che mi manda zaffate di stantìa cupezza e muffita mestizia, è tutto questo sfoggio di pochezza, è l’intenzionale distorsione delle posizioni altrui, è l’obsolescenza di un approccio, il pensare di farla franca con la bassa cucina polemica e la bassa sartoria dei “riassunti” tendenziosi in un mondo dove molta più gente si scambia ricette e giudica la qualità di un vestito.
A mettermi tristezza è una 35enne che parla della rete manco fosse la nonnetta di Alberto Sordi (o Berlusconi che dice “gògol”, e non intende lo scrittore de Le anime morte) e dice abusivamente “la mia generazione”, come se tutti gli altri 35enni avessero i suoi stessi problemi e pregiudizi.
Il web esiste da quasi vent’anni, innerva di sé tutta la comunicazione contemporanea, contribuisce a regolare tutte le attività di base della nostra convivenza, dalla pubblica amministrazione alla meteorologia, dal turismo alle transazioni finanziarie, dalla ricerca di una casa a quella di un lavoro, dall’organizzazione di manifestazioni e campagne politiche al contatto con amici e parenti, dalla diplomazia internazionale al dibattito scientifico, ma c’è ancora chi ne parla come di un dispensabile “mondo a parte”. Chissenefrega di Letteratura e Letterarietà, ma che andassero a ramengo, loro e i loro miti, riti e detriti di un’epoca idealizzata fino al vaneggiamento. Chissenefrega. Il problema è che finché gli “intellettuali” avranno questo ritardo invalidante e ingiustificabile nei confronti della rete, non c’è “riscossa” o “rilancio” o “ricostruzione” che tenga. Chi dovrebbe fare discorso critico continuerà a dar la caccia ad anime morte. Su Gògol. Il noto motore di ricerca.
(Ot. Per un commento più furbo torno dopo
Il problema è che il sito è frequentato da un sacco di scrittori. Certi so proprio amici miei di persona:) Certi magari no, però diventa difficilissimo fare l’analisi di qualche d’uno senza avere paura di essere offensivi.
Lara Manni mi chiedeva dei nomi, io solo pe di Biondillo mi sono sentita Ercole, e dopo mi sono sentita Ercole in colpa. Motivo per cui non ho fatto altri nomi – nzo mica Policastro io!
Non possiamo inventare uno scrittore finto ai fini della discussione?
🙂
)
D’accordo con Danae, come lettrice non posso non esserlo.
Non ho partecipato alla discussione sulla ‘letterarietà’ perchè mi sembrava percorsa da troppa animosità e poi perché le idee platoniche e le quidditas non mi interessano. Non nego però che su alcune cose sono d’accordo con Gilda Policastro e Cortellessa, non sull’impostazione generale però, che sembra comune a entrambi: l’ipostatizzazione di questa benedetta quidditas, la letterarietà, che vorrei tanto capire cos’è.
Leggiucchiando qua e là nel vecchio thead mi avevano molto colpito due passaggi, uno di Policastro l’altro di Cortellessa, che riporto di seguito qui:
“Per me la vita è una cosa sporca, le persone vivono male, l’infelicità è la cifra dell’esistenza. Perché un libro abbia senso me lo deve raccontare senza infingimenti, possibilmente in un modo che non sia né cronaca, né reportage, né fiction nel senso del complicato intreccio o delle mille peripezie. Ho amato per la sua sobrietà e nudità, negli ultimi anni, la Kristof della prima parte della Trilogia, il McCarthy de La strada, la Pugno di Sirene, il Trevisan dei Quindicimila passi. Un libro deve raccontarmi il mondo (quello di oggi, quello di ieri, quello di domani) senza questa continua, insistita, ossessiva, ripetitiva, inutile orchestrazione di storie più o meno seriali (la trama, i personaggi -direi gli stereotipi- la lingua costruita a tavolino o sciatta, che sono due facce della stessa insipienza stilistica, della stessa mancanza di originalità o di capacità – una volta si diceva talento, e alcuni ce l’avevano altri no) e tutto questo dispendio di retoriche affabulatorie…..”
postato domenica, 4 luglio 2010 alle 11:50 am da Gilda Policastro
“Inoltre ti sottopongo per iscritto un’obiezione che ti ho già fatto a voce: io Coetzee l’ho letto in traduzione, e per me ogni lettura in traduzione ha uno statuto radicalmente diverso da una svolta nella sua lingua. Quando avevo più tempo e dedizione, ho letto un bel po’ di classici nella lingua non italiana che meglio padroneggiavo, ma non ho mai provato il piacere fisico che provo leggendo Gadda o Primo Levi, leggendo (sempre, come a dire, col freno a mano tirato) autori che amo altrettanto come James o Conrad. La materia della lingua è per me, sempre, il primum di ogni godimento letterario; il resto viene sempre in seconda battuta, ragionando e ricordando. E non si tratta, credimi, di un gusto automatico per le prose iperspeziate. Godo come un matto leggendo Comisso, Parise o l’ultimo Celati. Li sento proprio sulla pelle. James e Conrad, o Proust e Kafka, che sono scrittori senz’altro più importanti, sono un’altra cosa purtroppo.
Per inciso, mi sono sempre chiesto come dei critici educati alla lingua e nella lingua italiana riescano a discettare, con la sicumera che leggo in giro, di libri iraniani e giapponesi, tungusci e bantù. Beati loro”.
Postato domenica, 4 luglio 2010 alle 2:38 am da Andrea Cortellessa
Insomma, alla fin fine, questa quidditas sembra coincidere con le esigenze soggettive dei due critici, oltretutto diverse e quasi opposte tra loro: da una parte la letteratura come virago che deve far sbattere il muso del povero lettore contro una realtà effettuale fatta di lacrime e sangue, anzi di merda e sangue per dirla con Rino Formica, dall’altra parte la letteratura come una sapiente massaggiatrice che fa godere il lettore come un pazzo.
Scusate, ma come fa un povero lettore a raccapezzarsi: un libro mi deve dare un cazzotto in piena faccia o farmi un messaggio ayurvedico?
Poi certo, sì, anch’io sono molto critica con i libri costruiti a tavolino secondo stereotipi collaudati. Ma non tutti i libri costruiti a tavolino sono da buttar via e soprattutto non tutti i libri di successo sono brutti o ‘poco letterari’.
Che poi torniamo da capo: ma che è ‘sta letterarietà?
Nessun problema, Zauberei. Ti ringrazio, anzi, per l’onestà e, comunque, per la buona educazione.
😉
(per curiosità: cosa hai letto? Ché, sai, tutti abbiamo alti e bassi)
@ Wu Ming 4 e Paolo S:
Trovo interessante questo passaggio nell’articolo della Benedetti:”Cortellessa, critico e editor della piccola editoria, quando loda qualcuno degli scrittori odierni, si affretta a precisare che “nessuno di loro è Dostoevskij”. Ma perché usare la grandezza del passato per fissare la misura ridotta a cui può giungere il presente?”
Ricordate quando GP diceva di Altai “ma non è Proust!”? Ecco, appunto. Come dicevo prima, è mancata, nella discussione, l’analisi di quella produzione letteraria collocata in posizione mediana: tra Dostoevskij e Moccia.
@ Wu Ming1: “Berlusconi che dice “gògol”, e non intende lo scrittore de Le anime morte”.
Forse B. alludeva alla musica “gipsy punk” e noi sporchi comunisti subito a pensar male… ;-))
@ Salvatore Talia OT: come procede la lettura dell’opera omnia della Kinsella ?
@ valeria: la “letterarietà” è quello che hai detto. Dal lato Cortellessa è un termine che definisce un insieme di opere raggruppate dal giudizio soggettivo del singolo critico letterario. Che poi il suddetto critico letterario usi tale termine con una pretesa di oggettività dimostra solo la sua debolezza. Dal lato Policastro invece la patente di letterarietà è assegnata dall’ambito accademico, nasce dal dibattito tra addetti ai lavori. Ed è una posizione che richiama l’immagine ideale fornita da Popper sulla comunità scientifica, che lui considerava una comunità aperta. Ora, ce l’abbiamo presente l’accademia? Ce l’abbiamo presente quanto è “aperta”…? In entrambi i casi il termine “letterarietà” non inerisce l’oggetto definito, ma rimanda a colui che del termine stesso fa uso, cioè a un’autorità (singola o collettiva) e a un ambito di discorso (quindi di potere).
Zauberei,
raccolgo il tuo invito. Elimino dal pezzo e dalla mente strali e sberleffi anti-wuminghi, tolgo il vasetto scaduto, levo l’intrattenimento, e oblitero pure la vandea internettiana. Ok. Fatto.
Cosa rimane?
Le sconcertanti banalità sullo strapotere del Mercato, per di più in una canonica predica ai convertiti della parrocchia del Manifesto. Pure Tremonti, ogni quattro interviste, ne rilascia una contro il “mercatismo”. Non scherziamo, please.
Poi c’è la rivendicazione della ‘separatezza’ dello Scrittore, dell’Intellettuale, dal volgo. Unico trampolino, previa adeguata fomazione in ben precise aule universitarie, verso il Valore, il Letterario, l’Artistico. E qui, se mi permetti zauberei, quarant’anni dopo Pasolini, si entra in un tempo solo, nel ridicolo, nel penoso e nel patetico. A maggior ragione date le premesse di agire in nome de La Revolucion contra el Capital.
Infine, c’è il manganello di Manganelli. La Teologia del worst-seller. Il parlare a nessuno come garanzia di Qualità.
In tutta sincerità, io trovo tutta questa roba un concentrato di purissima merda, e mi sento libero di dirlo tutte le volte che mi sembra opportuno.
Se questo significa passare per turboliberisti o apologeti delle ciofeche sottoculturali, preferisco correre questo rischio e continuare a difendere uno spazio possibile, vero, necessario come l’aria.
Sai una cosa, zauberei, a me i rivoluzionari dell’ultimissima ora, insieme a quelli delle cattedre, hanno sempre fatto sganasciare dalle risate.
E le pernacchie servono a far passare la voglia di usare le mani.
L.
«Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del successo»
Come odio queste banalità… EVVIVA CARLA BENEDETTI. Come spiega bene lei, da anni, il tradimento è dei chierici della critica militante.
Pur ribadendo il giudizio espresso SOPRA riguardo al pezzo di Policastro (tra il sublime e la PERFEZIONE) e vs la sua (inimitabile) scrittura, NON posso fare a meno di sottolineare che alcuni passaggi del suo articolo sono INESATTI, specie quando attribuisce a Wu Ming cose mai esplicitate.
Ma diamine, lo chiedo a tutti, è possibile sostenere le proprie TESI senza andare (necessariamente, in senso à la Kundera) allo SCONTRO di civiltà?
Il PUNTO, o meglio, la situazione, mi pare essere il/la seguente:
1) lasciamo stare, mettiamo da parte per un attimo alcuni ONESTI artigiani dell’editoria (come quello citato da zauberei), i noiristi, i giallisti, gli pseudoadolescenziali, il 90% delle scritture femminili (sono anche antisemita, eterosessuale, leghista e CATTOLICO), il meridionalismo letterario; tutto ciò, insomma, che è ascrivibile alla PARAletteratura.
2) focalizziamo l’attenzione non già sul NIE (ritengo che la recente presa di posizione di Ferroni sulla quaestio abbia definitivamente chiuso la querelle, aperta se non ricordo male da Binaghi tempo addietro), quanto su Letteratura/Letterarietà.
3) volgiamo lo sguardo, per un attimo; in maniera priva di (PRE)giudizi; con la volontà di interpretare REALMENTE le istanze di Policastro e Cortellessa.
E’ davvero così lontana dal VERO la, di loro, “richiesta” (preghiera, auspicio, obiettivo polemico)?
Non corrisponde forse al vero che l’attuale panorama della narrativa italiana avverta la necessità, senta profondamente la mancanza di quella categoria che in altro contesto ho definito “SINTESI” e che, per molti versi, la stessa abbia abdicato, rinunciato alla propria vocazione (ricerca, sperimentazione, tensione etica)?
Io leggo Wu Ming, adoro Wu Ming; mi piace Wu Ming. Mi piace Genna. Mi piacciono Scarpa, Montanari, Vasta, Nori, Pincio etc etc. Eppure da qualche tempo avverto la sensazione che QUESTA narrativa non mi basti più.
Vorrei, OGGI, libri come “Fratelli d’Italia” di Arbasino; “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino e “Altri libertini” di Tondelli; “Seminario sulla gioventù” di Busi; “Woobinda” di Aldo Nove; “Fiction” di Mozzi e “Il suicidio di Angela B.” di Casadei.
“E le pernacchie servono a far passare la voglia di usare le mani.”
Mi sembra di capire che la Policastro non si rende conto di quanto è stata fortunata questa volta: la prossima volta che si azzarda ad esprimere un opinione non conforme nulla potrà salvarla dalla giusta rabbia dei benpensanti.
Comunque sappiamo tutti che i Critici, se non esistessero, bisognerebbe inventarli: altrimenti con chi se la prenderebbe il Branco? Cosa garantirebbe la sua unità? Attaccare altri Branchi? Naaa, troppo pericoloso. Attaccare qualcuno potente? Peggio che andar di notte…
PPPRRRRRRRRRR….
L.
AH la cara amica salernitana sempre accigliata, sempre accademica. Di nuovo sul mercato editoriale? Scomodando Manganelli e non più Sanguineti poco pertinente? A parte le considerazioni finali che suonano bene (ma anche a morto), la parte iniziale e centrale dell’articolo con lo strazio della letteratura alta contro quella bassa ricordano gli elzeviri della Pravda che trovavamo su “Lotta Comunista”. Una soporifera noia di chi manipola quello che ha scritto in precedenza sull’argomento. Cara amica delle bufale campane era irresistibile quando scrivevi come e quanto ti piaceva. Nella spazio del tot di caratteri da non sforare esce fuori una parte che non ci aspettavamo in modo così smaccato. La Burocrate del pensiero letterario.
Seriamente, una cosa mi infastidisce, nella sostanza. Io non approvo l’opposizione che la Policastro e altri fanno fra quantità e qualità; non penso affatto che un libro (o film o disco etc) che vende debba essere per forza inferiore a uno che ha pochissimi lettori. Dove credo che la Policastro abbia perfettamente ragione (e le repliche del linciaggio in corso lo confermano) è nel credere che i suoi interlocutori identifichino invece quantità e qualità, non per niente tendono a difendere esclusivamente libri che vendono molto e finiscono per ragionare in termini di lotta fra popolo dei lettori e critici elitari (lotta il cui esito è scontato) e MAI per esempio di lotta fra scrittori e pubblico: un tempo, prima della Rete, poteva capitare che un opera fondamentale non trovasse lettori; oggi, grazie alla magia della Rete (e della tivù e della radio…), il popolo capisce sempre subito chi è degno e chi no e il successo premia i migliori.
(anche se, per puro snobismo, si fa mostra di odiare certi scrittori di enorme successo, tipo Moccia o Faletti che, stranamente, non paiono popolari nemmeno fra i cattivi critici elitari – ma uno fa libri per ragazzine, l’altro ha fatto il comico in tivù, quindi non contano)
Torna a insultarci, ti prego, aspettiamo de nuevo il tuo magico tono da vestale intonsa. Non farti pregare, che noiosina che sei.