SILENCE

Riporto, dal sito del Manifesto, l’articolo di Gilda Policastro di ieri, 20 luglio. Non lo commento, perchè chi ha seguito la discussione su Lipperatura è in grado, da solo, di trarre le proprie conclusioni. E perchè, come dice Lisa Simpson, citando Lincoln,   è meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli che aprire bocca e togliere ogni dubbio.
Conclusa la stagione dei premi letterari, parte quella dei festival: l’occasione per riflettere sugli uni e sugli altri è il recente documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, Senza scrittori (prodotto da Rai Cinema), un’indagine che da premi e festival muove, mostrandone dall’interno alcuni tra i più noti passando dal Ninfeo di Villa Giulia, sede storica del Premio Strega, al Festival di Mantova, e sbarcando infine, provocatoriamente, alla Stazione di Topolò, in Friuli, dove da più di dieci anni ha sede un anti-festival di poesia eco-compatibile, ovvero con pochi ospiti scelti, alloggiati presso le case degli sparuti abitanti del paese. Un’indagine, quella di Cortellessa e Archibugi, ricca di informazioni e totalmente disincantata, che a partire dal «basso-materiale» sviscera i meccanismi e i parametri economici in base ai quali si regolano la produzione, la distribuzione e le vendite (il libro come merce in un sistema produttivo, cioè), oltre che la costruzione delle delle dinamiche del consenso (il libro come prodotto in un contesto concorrenziale). Meccanismi e dinamiche che vengono amplificati da premi e festival, ma che evidentemente sostengono, come lo scheletro il corpo, l’editoria italiana, orientandone o determinandone (quel che è più preoccupante) la progettualità, e limitando, di contro, gli spazi per la ricerca e le proposte eccentriche, relegate in ambiti di nicchia (editori semiclandestini, librerie in estinzione come la storica Tombolini di Roma, lettori-reduci impossibilitati a rinvenire libri che non siano best-seller).
Le questioni in esame nel documentario sono tutte di grande momento, a partire dalla constatazione dello strapotere ormai inarrestabile del mercato editoriale. Un’industria che fin dai suoi albori ha badato ai profitti, ma che mai come in questo momento parrebbe aver abdicato interamente alla qualità in favore del «successo», con la conseguenza perniciosa che sia l’idea stessa di letterario o di artistico a depotenziarsi, in nome del solo obiettivo della diffusione ad ampio raggio e dell’appeal generalista «che rende tutto più divertente», come sostenuto (e non dimostrato) nel documentario da Antonio Franchini, editor Mondadori (oltre che scrittore in proprio).
Se l’editoria senza mercato, rovesciando la tesi di Cortellessa, non potrebbe sopravvivere all’invadenza di altri media (nonché allo strapotere della rete presso le generazioni under 40), è vero altresì che i contrappesi storici al mercato (i luoghi della formazione e dell’analisi critica) si sono ridotti a zone del tutto marginali o ininfluenti. Le categorie dominanti all’interno del discorso letterario (sed commerciale) non sono così la qualità, il valore, la «longevità» (dicevano una volta i culturologi), o – volesse mai il cielo – le possibilità di canonizzazione di un’opera, bensì il successo quantificato dalle classifiche di vendita: «vera spada di Damocle settimanale per ogni editore», citando ancora dall’intervista a Franchini. Proprio nel web, da un articolo di commento a Senza scrittori apparso su «Repubblica» a firma di Francesco Erbani (e successivamente postato nel blog Lipperatura), si è sviluppato un dibattito tra lo stesso Cortellessa (insieme ad altri, tra cui chi scrive) e il gruppo bolognese dei Wu Ming, fenomeno mediale da oltre un decennio, con un’ampia produzione d’intrattenimento all’attivo. È dello scorso anno, ad esempio, l’edizione di un pamphlet costituzionalmente destrutturato e dichiaratamente scevro da ambizioni canonizzanti, intitolato New Italian Epic: etichetta di una qualche immediata fortuna mediatica, subito smontata però nella sua consistenza teorica dai critici «cartacei» (Emanuele Trevi, ad esempio, su «Alias»). Ma l’aspetto che in questo caso fa conto sottolineare è come i Wu Ming, da un’angolatura opposta, arrivino a sancire nei fatti uno status quo molto simile a quello delineato nel doc di Cortellessa-Archibugi, a partire dalla considerazione (in quel caso salutata con malcontenuto entusiasmo) che l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.
Esisterebbe cioè una nuova genia di scrittori, a partire dai Wu Ming medesimi, formatasi più nella rete che nelle aule universitarie, e felicemente affrancata dal bellettrismo novecentista, come dagli eccessi della sperimentazione avanguardista e neoavanguardista. Categorie peraltro mai chiamate in causa, in quanto riconducibili a un metodo d’approccio – la vetusta critica cartacea, appunto – per niente al passo con le magnifiche sorti e progressive della tecnologia informatica, che tutto fagocita: tanto che i Wu Ming stessi arrivano a definire superato il loro Nie, di appena un anno fa. Il bando va anche all’idea romantica dello scrittore separato dalla massa «zotica e vil» in virtù della pregressa formazione: lo scrittore è, viceversa, pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri (o degli yogurt? per riprendere la metafora Cortellessa) e se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato.
Viene in mente l’antiapologia del successo di un saggio manganelliano sul best-seller, libro cordiale, comunicativo, «sciarmoso», con la pretesa di parlare a tutti, mentre l’auspicato worst-seller si consentirebbe ancora il «lei», rivolgendosi «a pochi, a pochissimi, a nessuno»: e come farà mai a farsi acquistare, vien da domandarsi coi Wu Ming, un libro così scorbutico, oggi. Ma acquistare o leggere? Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.
La prima edizione dei testi teatrali di Shakespeare, ricordava Manganelli, uscì dopo la sua morte: Shakespeare odiava il successo o si rammaricava della fama mancata coi poemetti giovanili? «Forse, voleva anche lui vincere un premio importante: dopo tutto non è detto che sapesse di essere Shakespeare».

406 pensieri su “SILENCE

  1. Leccamorto mi piace di più. Infatti nell’altra conversazione avevo leccato diciassette culi, fra culi vivi e culi morti.

  2. @ Simone Ghelli
    Come mai non capisci perché è stato citato Deleuze? Ma li leggi i commenti? Però forse quello di sabato, 24 luglio 2010 alle 2:31 am non è degno della tua attenzione, mi rendo conto.

  3. Tutta la parte su Deleuze l’ho letta molto volentieri, anche il name dropping, che fa sempre la sua bella figura 🙂
    Invece, da osservatrice esterna, io qui vedo un cavalier servente che tenta di disarcionare i felloni, ma – vorrei fa notare che siamo nell’anno di grazia 2010 e stiamo parlando di studiosi abituati a difendere tesi ben più articolate in contesti molto più tosti – non ho visto l’autrice dell’articolo difendere da sé le posizioni espresse.
    Quello che deduco dall’intervento a bomba di Cortellessa, che invece di argomentare nel merito della recensione al suo documentario è venuto a parlare di Mario Baldrati copincollando pezzi di una discussione che sta avvenendo altrove (perché??), è che nella piramide di Giza (e non più in quella feudale) che è divenuta l’università italiana, una studiosa può solo starsene a crogiolarsi al fresco, mentre qualcuno che fa la voce più grossa della sua si prende carico di supportare le sue tesi fra i cattivoni della rete. Molto accademico davvero. Detto ciò, naturalmente, nessuno ha l’obbligo di scendere di un solo gradino a difendere alcunché (specialmente quando indifendibile), e soprattutto quando una prestigiosa testata già concede spazio all’autorevole opinionista. Ma allora, la prestigiosa testata non commissioni articoli sull’utilizzo della rete a chi non si degna di adeguarvisi, perché il ridicolo è dietro l’angolo.
    Un po’ come Cortellessa su Alfabeta2 quando urla entusiasta che “Abbiamo vissuto in un paese dove per trent’anni la parola d’ordine è stata quella di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin (o «il dibattito no!») […] Per anni ci dicevano che non era il caso, che c’era da fare altro, che c’era solo da arricchirsi e gonfiare l’ego. Bene, quel tempo è finito. Capito?, lo stiamo facendo, qui e ora. SI! PUO’! FARE!”. Ciò rispondendo ad un solo interlocutore fra i vari, quello con cui probabilmente il dibattito già lo faceva al bar. Per il resto il blog di Alfabeta2 è per lo più deserto, non esiste alcun tipo di partecipazione attiva al “dibattito” da parte dei responsabili del blog, se non in forma di moderazione (neppure l’articolo di Carlo Formenti ha avuto un solo commento!), pure l’articolo di Inglese sugli intellettuali precari è stato riproposto su Nazione Indiana, quindi tocca andare a commentare lì invece che dove doveva stare, e cioè sul blog della rivista. Eccerto, sennò la rivista stampata chi se la compra più? E questi qui sarebbero i critici del mercato editoriale?

  4. @ Simone Regazzoni
    Mi rendo conto che non avrà soverchio tempo da dedicare a queste bassure, ma mi pregio di informarla che «leccaculo» sono stato definito, qui, da altri. Così come le «torte di cacca in faccia», in questa stessa discussione, non sono stato io a invocarle. «Imbalsamatore», invece, mi ha definito lei.

  5. Non fraintendermi. Tu sei molto bravo, Cortellessa. Lo stile argomentativo delle tue polemiche è, nella sua ripetitività, interessante. Ricorda molto da vicino quello consigliato in certi manuali di marketing.

  6. Lascio il computer qualche ora, ritorno e siete ancora qui a bisticciare! Bah, contenti voi…
    @ Andrea Cortellessa: a te piace proprio litigare. Perché non fai come me? Una volta assodato che stringi stringi stavamo a dire la stessa cosa, che ti frega di impuntarti e impermalirti per ogni epiteto che ti sei preso (e che per altro hai anche tu dispensato con generosità)? Non è che per forza bisogna doppiare l’altra discussione e andare avanti ad libitum dicendo “tu mi hai detto questo”, “tu mi hai detto quest’altro”. Scusa, lo dico a te e agli altri con tutto il rispetto del mondo, ma sembra un po’ l’asilo.
    Comunque, buona serata a tutti.

  7. Il mio è puro talento, allora. Anche il tuo, che di questa manualistica ti mostri esperto, è quindi un complimento.

  8. @ 4
    Se di grazia mi riporti epiteti da me dispensati, che siano commisurabili a quelli relativi alle torte e al leccare, ti sono sinceramente grato.

  9. @ Andrea Cortellessa
    Non in questa discussione, senz’altro, te ne do atto. Pensavo piuttosto all’altra in cui anche senza necessariamente ricorrere a una terminologia scatologica non hai risparmiato frecciate grossolane e offensive (ad esempio a noi WM e al nostro lavoro). Ma tant’è, che importanza ha adesso? A me sembra evidente, ripeto, che questa discussione abbia dato quello che poteva dare per il momento e che si sia conclusa tra l’altro con una sostanziale coincidenza di vedute (perfino con una coincidenza di citazioni). Ma se preferisci continuare a bisticciare, per carità, fai pure.

  10. Ehm… mi accorgo solo ora che sono venuto ad aggiornarmi sulla sfilata, che Cortellessa ha parlato di miei articoli su NI, e ha messo qui un paio di commenti riportati anche di là. Come ho già risposto su NI, ha travisato in maniera davvero imbarazzante un mio pezzo su Giordano. Ha scritto: “Come dice Mauro Baldrati, la composizione di quel libro è un perfetto esempio di intelletto collettivo, di comunità delle menti, di grande oceano dell’individuale-plurale… puro Deleuze!” Ma io ho scritto esattamente il contrario: “Lo scrittore maggiore, chiuso nel suo territorio privato, traccia le storie solitarie, fa viaggiare sulla lingua che ha scelto il suo scetticismo, il suo pessimismo, che nella lettura richiamano altri scetticismi, altri pessimismi.” E’ proprio la dimensione privata, individuale, chiusa nel triangolo edipico, dello scrittore “maggiore” che contraddistingue Giordano.
    Mi viene il dubbio che, vista l’attenzione con la quale si legge, debba iniziare a scrivere in maniera più semplice.

  11. @ Valeria:non capisco questo ignoriamoci a vicenda, le schermaglie (quali poi? Boh) sono anche “amorose” e non rancorose. Ho chiesto una cosa e mi è stato risposto. Grazie (ah non ci sono commenti prosaici o terra terra, se continui con queste premesse devi lavorare molto sulla tua autostima).
    @WM1: Son d’accordo, su Deleuze è stato reso un buon servizio, ma ho qualche perplessità. Bene aver nominato “Deleuze. Il clamore dell’essere”, ti agganci poi alla funzione della critica come mezzo ancillare per distinguere il prodotto non commerciabile (ma certo commerciabile) rispetto ai prodotti preconfezionati. Lì mi perdo ma va bene così.

  12. Wu Ming1
    i dati da te riportati dicono che sotheby’s ha venduto un’opera di banksy per tot, così come l’originale della copertina dei blur, non mi risulta che lui abbia venduto le opere, però concordo con te nel dire che lui gioca sul dentro e fuori dal sistema, il film, non so se l’hai visto, vuole evidenziare proprio come un nome affermatoo dell’arte, come banksy, possa creare dal nulla un fenomeno che il mercato dell’arte trasforma immediatamente in denaro, ossia mr brainwash, che è il protagonista del film. Siamo d’accordo anche che per fare quello che fa i soldi deve averli, ma pare sia ricco di famiglia, e in ogni caso è il “metodo”, per l’appunto, a fare la differenza, aninimato, guerrillart di ogni genere, condivisione, con scopo finale “il messaggio”, che nel caso di banksy è anticapitalismo e via dicendo, un po’ come fate voi, solo che posto, da quel che ci risulta, al di fuori. niente fama, niente aperitivi, niente discussioni su internet, niente premi, nessuno che ti riconosce per strada. Molto simile, seppur con registri totalmente diversi, a Di Ruscio che, visto che vado a incontrare a Oslo fra dieci giorni, scoprirò perché se n’è andato dall’italia e se era così ansioso di essere riconosciuto dal “gotha”, come lo chiama il mio amico Sannelli. Io non credo, ma lo scopriremo. E’ anche il vostro lato politico che non capisco, tu hai spiegato bene e più volte che comprendi che stare al di fuori e fare esattamente quello che fate adesso, a livello di immagine potrebbe essere anche meglio, per voi, ma che avete scelto una strada diversa. Ed è qui che ci vorrebbe un piccolo sforzo, se si ha voglia di farlo è, per carità, in realtà in questa discussione più da parte di cortellessa che vostro per andare oltre e tornare a parlare, se non proprio di letterarietà, di altre cose utili come il fatto che, parere mio, se Cortellessa avesse fatto il filmato in copyleft adesso lo vedrebbero molte ma molte più persone. Ora, qui capiamoci. Cortellessa vuole farlo vedere o no a più persone possibile? Chiedo. Secondo e sì. Sapeva di queste possibilità? Non lo so.
    C’era anche un’altra questione che avevo posto ma è stata ignorata, magari era una sciocchezza, riguardante la complessità della struttura, avrei voluto un parere da Cortellessa o dalla Policastro, per capire meglio come la vedono, io stesso mi sono ricreduto su di te, sulla tua scrittura, fermo restando che può piacermi o meno, una volta che ti ho letto posso affermare tranquillamente che un terreno comune inerente il lavoro sul linguaggio, si può trovare, fra di voi, ma torniamo da capo, si vuole fare questo sforzo?
    Un’altra questione è quella di stare fuori dal mercato, ora mi tirerai fuori che compro la carta da un tabaccaio quindi sono nel mercato ma, permettimi, sono dieci anni che produco libretti senza isbn. Con le mie parole e quelle di altri che ho diffuso non ho contribuito minimamente al settore dell’editoria e ne sono fiero. I libri li regalo. Poi si, faccio presentazioni o posso fare altre cose, ma i libri li regalo. (un tempo chiedevo l’offerta libera perché facevo libri grandicelli e il costo lì c’era, ma ora li ho abbattuti, i costi, e posso permettermi di darli gratis) Puoi dirmi bravo, hai perso e continui a sbattere la testa contro il muro, così non vai da nessuna parte. Ti dico lo capisco, ho perso e tiro avanti lo stesso, ma non dirmi che non si può fare, perché lo faccio. E’ un piccolo contributo? lo accetto. Ma lo faccio. Poi senti una bella discussione come quella fatta fra voi dove viene nominato ripetutamente un autore che io nel mio minuscolo ho stampato e distribuito e questo mi basta.
    Se io rispetto la vostra posizione senza dire che è un palese controsenso potresti fare altrettanto tu non dicendo che è impossibile stare fuori. Ci si sta, e si paga il prezzo. Come ci state voi, e pagate il vostro.

  13. Un caffè per Cortellessa e un cappuccino per Wu Ming1.
    Un confronto così, serrato e (tutto sommato) corretto, è bello seguirlo anche da spettatore.
    Non mi è piaciuto il LINCIAGGIO di Moroni, mi è sembrato esagerato.
    Rimane la mia domanda su Mussolini e sulla parola “fascisti”: proprio non ho capito la levata di scudi.
    Non avevo mai seguito un dibattito on line con Wu Ming presente e mi stupisco della DIFFERENZA (profondità di analisi (il pensiero penetrante di Learco Ferrari?), capacità dialettiche, vis polemica) tra Wu Ming 1 e Wu Ming 4. QUESTO è un parere personale, vi prego di non iniziare con gli insulti. Vi è una differenza profonda tra i due, mi sembra. E ripeto, sono un lettore affezionato (quando scrivono TUTTI insieme).
    Ecco le domande, scusate se sono fuori tema ma non saprei in quale altro luogo poterle fare:
    1) Come si fa, MATERIALMENTE, a scrivere a 8 mani? Cioè ci si divide i compiti (ricerca bibliografica, approfondimenti, scelta del plot, etc.)? E sullo stile come si fa a conciliare 4 stili diversi?
    2) Come nasce, MATERIALMENTE, Luther Blissett e il vostro esordio? Cioè. Vi conoscevate da tempo? Colleghi di Università? Chi lancia l’idea? Come nasce la decisione di scrivere a 8 mani?
    Se esiste un luogo dove trovare risposta a questi quesiti basta un link, grazie.
    Saluti.

  14. @Vincent tu hai scritto così: ” @Larry Massimo: ci sopravvalutiamo tutti, se non ti piace Deleuze non leggerlo ” Ma io non avevo detto che non mi piace Deleuze, solo che lo trovo sgonfiato e irriferibile per singoli passi. Lo dico giusto per non essere considerato un permaloso.
    @Ansuini ci sono quistioni che chi si ritiene al centro non vuol sentire, per esempio quelle geografiche relative alla vastità delle periferie, quelle politiche relative alla lotta contro la FAMA nel mondo, quelle tecniche relative alla scorrettezza dell’uso in letteratura dei proiettili di linguaggio impoverito. La verità è che tengono famiglia, almeno una, e vivere al centro costa.

  15. Giovanni Cocco, il signor Moroni non è stato linciato. Il signor Moroni è arrivato qui sbraitando e insultando, e non riferendosi all’oggetto della discussione ma alle vite personali di chi commenta. Il signor Moroni è libero di comportarsi come crede, ma non in casa d’altri. Quanto alla levata di scudi, da parte mia posso solo dire che l’idea di un gruppo di commentatori che plaude, cieco e sordo, davanti al balcone di piazza Venezia, è insultante, oltre che falsa. Quanto alle domande a Wu Ming, negli archivi del loro sito troverà molte interviste dove questa domanda è stata posta più volte, e dove ha ottenuto naturalmente risposta.

  16. Ciao Larry Massino, mi interessano sempre i tuoi interventi, ma non vorrei ricominciare con una diatriba sulla centralità o sulle modalità che ognuno si sceglie per perseguire la sua idea di letteratura e di contributo da dare ad essa. Coi Wu Ming ho avuto modo di discutere anche animosamente a suo tempo e, come ho cercato di spiegare stanotte quando sono rientrato, credo che non serva a nulla stare lì a chiedere a qualcun altro di fare quello che noi riteniamo giusto. Ognuno faccia quello che ritiene opportuno, che non è un volemose bene, è semplicemente rispetto. Se c’è e ci sarà da dire ancora in merito alla questione “politica” sono sicuro che, evitando di insultarci a vicenda, magari tutti quanti si sarà più aperti a sentire cosa ha dire l’altro e perché.
    Mi permetto di riportare il finale dell’intervento di Helena J. fatto poco da su Nazione Indiana, che mi trova assolutamente d’accordo e potrebbe essere un buon terreno di discussione da cui ripartire:
    “Per me, oggi, andrebbero riconosciute e, quando occorre, salvaguardate sia le “avanguardie”- ossia le espressioni capaci di ricerca- che tutto ciò che abbia una qualità intrinseca e complessiva. Incluse quelle “di genere” (che però, come ho detto prima, secondo me hanno vita difficile sotto il profilo della ricerca).”

  17. @Cortellessa:
    come qualcuno ha già notato, Deleuze è comparso qui in riferimento a un dibattito che si stava tenendo su nazione indiana. Perciò la risposta è: sì che Deleuze con la critica c’entra, e no che non leggo tutti i commenti.

  18. @Vincent. Ultimo siparietto tra noi, che però è di carattere generale. Una delle cose che considero più antipatiche, soprattutto sul web, è essere sistematicamente equivocati e interpretati. Non tanto per una questione di suscettibilità personale, quanto perché la comunicazione tende a frammentarsi in fastidiosi ‘a parte’ e a diventare metacomunicazione.
    Comunque la mia autostima gode di buona salute, grazie, soprattutto quando sa giudicare il tono degli interventi della sua titolare, che quando sono ‘prosaici’ e ‘terra terra’, nel senso che si appuntano su aspetti concreti in una discussione che sta affrontanto gli aspetti teorici di una questione, vanno considerati ‘prosaici’ e ‘terra terra’, nel senso di cui sopra.
    E anche adesso intervengo solo su un dettaglio dell’intervendo di Alessandro Ansuini dell’1.30, che pure giudico sempre molto interessanti.
    Di Ruscio. Credo che Alessandro Ansuini lo sappia, ma magari qualcuno non lo sa: Di Ruscio è andato via dall’Italia come emigrante, operaio emigrante, molti anni fa.
    Di lui si possono ascoltare interventi molto interessanti e letture delle sue poesie nell’archivio di Fahrenheit (in quello delle ‘puntate’ e in quello delle ‘poesie’).
    Dico questo perché se non avessi conosciuto in questo modo Di Ruscio, mai e poi mai sarei stata invogliata a conoscerlo attraverso la sponsorizzazione fattane in questo blog da parte di Cortelellessa, che più che invitare a leggere Di Ruscio ne ha fatto una clava con cui difendere le sue posizioni personali.
    E rivado alla frase di Deleuze: “Se si dovesse definire la cultura, si potrebbe dire essa non è assolutamente la conquista di un campo difficile o astratto, bensì la consapevolezza che le opere d’arte sono molto più concrete, divertenti, commoventi dei prodotti commerciali: nelle opere creative c’è una moltiplicazione dell’emozione, uno sprigionamento dell’emozione, l’invenzione di nuove emozioni, che si distinguono dai modelli emotivi prefabbricati del commercio”.
    Ecco, non è con le clavi che si difende questa idea, e mi domando quanto l’uso della clava abbia contribuito alla diffidenza nei confronti della cultura (‘No il dibattito no’).
    Quando la puerpera muore di infezione la responsabilità può essere dei medici, di quelli più preparati addirittura. I medici ci hanno messo molto a capirlo, i critici ancora non ci arrivano.

  19. @vincent, non sono fatti miei, ma è abbastanza antipatico tacciare di carenza di autostima un interlocutore in base a come formula il suo intervento, e costringere a spendere parte del commento in difesa di sé e della propria modalità espressiva, che per ognuno è individuale e di certo non dipende dall’autostima. Sarebbe davvero troppo bello se la si smettesse una volta per tutte con questi fastidiosi pizzicotti, visto che già si fa fatica a seguire discussioni come queste, che tuttavia contengono spunti molto interessanti.

  20. @ Alessandro Ansuini,
    il tuo percorso è più che legittimo, ma onestamente, ti chiedo un piccolo sforzo di astrazione dal tuo particulare, che è nobile ma va bene per te, non per tutti.
    Se noi anni fa avessimo scelto di praticare solo e rigidamente l’autoproduzione, a quest’ora non saremmo nemmeno qui a discutere. Il collettivo Wu Ming, i suoi libri, le sue peculiarità, tutto questo non esisterebbe. Q non avrebbe avuto l’impatto che ha avuto; non avremmo potuto fare questo a tempo pieno; non avremmo avuto tempo, risorse e stabilità progettuale per studiare e avviare gli altri progetti; la nostra presenza sul web sarebbe stata ben più marginale; non saremmo arrivati in decine di paesi; non avremmo potuto incontrare tutte le persone che abbiamo incontrato in questo “never ending tour” che va avanti dal 1999 (perché è un genere di impegno a cui devi dedicarti full time). La nostra strategia richiedeva e richiede una sedimentazione di risultati sul lungo periodo che il pauperismo non avrebbe garantito, il facile “adornismo” non avrebbe nemmeno immaginato, i discorsi generici e astratti sul mercato avrebbero impedito. Noi vogliamo vivere del nostro lavoro, perché quello che ho descritto è il nostro lavoro, non è un passatempo, non è un hobby, non è una cosa che facciamo nei ritagli di tempo.

    Aggiungo che non tutti sono ricchi di famiglia come Banksy, non tutti possono partire da mille, qui si parla di partire da quasi zero. Io e WM4 (cioè i due WM presenti nelle discussioni delle ultime settimane) siamo entrambi figli di metalmeccanici e mia madre fa tuttora la bracciante agricola, garantisco che a noi Sotheby’s le aste non le avrebbe organizzate. L’anticapitalismo dei privilegiati non ha mai incrociato le nostre vite.

    Infine, sempre parlando di Banksy dici: “niente fama, niente aperitivi, niente discussioni su internet, niente premi, nessuno che ti riconosce per strada”.
    Noi non andiamo in tv, non ci facciamo fotografare, disertiamo le grandi kermesses, non usiamo Facebook, non ci siamo presentati alla finale del Premio Strega pur essendo arrivati in cinquina, ci riconosce per strada solo chi ci ha visti di persona. Questo può andare? O dobbiamo anche tagliare i ponti col mondo? Noi riteniamo importantissimo incontrare le persone de visu, discutere con loro, usare la rete per confrontarci coi lettori. Non è detto che per essere più “sovversivi” si debba rinunciare a questo in nome dell’elusività. Quella di Banksy è la *sua* strategia, e ripeto: massimo rispetto, e che mille strategie possano co-esistere. Ma la nostra è la nostra. Non la tua, non quella di Banksy. La nostra.

  21. @ Giovanni Cocco
    “Ecco le domande, scusate se sono fuori tema ma non saprei in quale altro luogo poterle fare”.
    “Se esiste un luogo dove trovare risposta a questi quesiti basta un link, grazie.”

    http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM_Libricome__Auditorium_RM_26032010.mp3
    Sala Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica, Roma, 26 marzo 2010. Wu Ming 2, Wu Ming 4 e Wu Ming 5 raccontano la prassi della nostra bottega artigiana. Introducono Marino Sinibaldi e Stefania Scateni. Si entra nel vivo al 20esimo minuto.

  22. Per scelta non ero intervenuta finora in questa discussione, avendovi trovate stancamente riprodotte le medesime strategie mistificatorie della precedente, ed essendomene stavolta immediatamente ritratta.
    Loredana ha postato il mio articolo senza chiedermelo, come invece avviene, ad esempio, su Nazione indiana, dove certo poi l’autore del pezzo si sente in dovere di intervenire a discutere dei contenuti proposti con i commentatori del web. Io in questo caso non solo non mi sono sentita in dovere di intervenire, ma non ho tratto, per larga sua parte, interesse da una discussione monotona e cabarettistica (almeno fino all’intervento deleuziano di Cortellessa, col quale per fortuna posso parlare fuori dalla canea), anche perché del mio pezzo si tradisce pretestuosamente sin da subito lo spirito iniziale, con la solita attitudine delegittimante. Ho inteso, nel mio pezzo, dar conto ai lettori del manifesto dei temi affrontati dal documentario di Cortellessa-Archibugi, essendo tra i pochi fortunati ad averlo già visto, e, solo in subordine, della discussione su di esso (meglio: sulla discussione relativa a un articolo di commento ad esso) prodottasi nel web: se chi ha partecipato a quella discussione non ha sentito l’obbligo preliminare di documentarsi (tratto tanto più paradossale, nel commento a un documentario…), figurarsi se il critico, quando abbia dichiarato espressamente la propria, peraltro costituzionale, parzialità (non io: Franco Fortini)e persino il proprio diretto coinvolgimento nella discussione avvenuta, ha l’obbligo di dar conto interamente delle posizioni ivi espresse: non foss’altro perché a ciò aveva già provveduto, o sbaglio?, il famigerato pdf. (Una differenza di metodo, tra l’altro, è che pur negando, insieme ad altri, il consenso alla diffusione del pdf medesimo, mi ci sia dovuta piegare per forza. Il mio articolo, viceversa, lo avevo ampiamente preannunciato all’interno della discussione – grazie al pdf sarà immediato documentarlo-, nel vuoto assoluto di reazioni. E dunque ora qual è il problema?) Scrivo sul manifesto da 5 anni (quando esperire altre forme di scrittura, per quel che mi riguarda, era in mente Dei: questo per @Claudia B. che continua incomprensibilmente ad abbaiarmi contro nei pochi spazi in cui le è dato far sentire la propria voce, altrimenti ignota ai più: ovvero qui, e su Fb), con attenzione privilegiata ai temi dell’editoria e del mercato (cui ho dedicato una dozzina di articoli almeno e un libro teorico di imminente pubblicazione per l’editore Carocci). (Ri)scrivo qui, a questo punto, solo perché intendo rivendicare l’assoluta serietà del giornale con cui collaboro, che ha, per fortuna, redattori ancora in grado di distinguere tra discorso critico e autopromozione, come non mi pare sia sempre possibile in altri contesti.
    Ha un bel citare Pasolini (che tanto si sfiduciò della capacità di discernimento delle masse popolari, da infilare in successione l’Abiura della trilogia della vita e Petrolio, a non dir altro), Stefano Jossa: facile contrapporgli l’avversario di sempre, Edoardo Sanguineti, che a Pasolini guardò sempre come al fiero reazionario che probabilmente fu davvero. Al popolo devi mostrare l’abiezione della propria miseria, perché abbia voglia di emanciparsene: grande lezione brechtiana, che Sanguineti fa sua in modo davvero “impopolare”. E come si deve rispondere a @Valeria che chiede come mai il critico non sappia (più) svolgere quella funzione di diffusione e promozione della qualità, aggirando il Gran Supermercato Globale? La risposta in negativo, Valeria, è, ancor prima che nei contenuti proposti dal documentario di Cortellessa (che mi auguro possa avere presto larga diffusione), in questo thread. In positivo, però, posso ricordarti come, nella precedente discussione, la proposta di leggere Ottonieri sia stata salutata da una persona a me ignota, che si è detta responsabile a sua volta di un blog, come “rivelatrice”. Ho conquistato almeno un nuovo lettore, un lettore non esperto, non specialista, non asservito, non accademico, non manutengolo, a un autore ostico e quasi per definizione illeggibile come Ottonieri. Poco, pochissimo, ma è un passo, io credo. Però se il critico ci prova con insistenza, a dire Ottonieri, e il coro fanatico ti risponde Wu Ming e solo Wu Ming, se suggerisci di leggere l’incipit delle Strade che portano al Fucino (Sei, sotto il centro di un piano. Nella sacca di terra, nel cuore di zolla, grasso: e cito a memoria, perché è memorabile), e poi di valutare dov’è la bellezza, dov’è la ricerca sulla lingua, dov’è lo stile (che non è questione di SOLA paratassi, evidentemente), ti si può, legittimamente, rispondere che Ottonieri non esiste per la maggior parte dei lettori “popolari” (e quelli sì, sarebbero in grado di attestare la qualità? Ahi, ahi, Jossa, che hai dimenticato di rileggerti Ideologia e linguaggio, prima di questionare su intellettuale e mercato). Come se ne esce? Qual è la pars costruens che deve seguire l’analisi del documentario di Cortellessa? Proprio perché sto per pubblicare anch’io un libro che non è di critica (poi dirlo “romanzo”, se l’accezione è quella wuminghiana, proprio non va) e ho conosciuto dall’interno, pur limitatamente a un editore che non fa i grandissimi numeri delle major ma che non è nemmeno pizza&fichi, certi meccanismi di selezione e promozione, posso esprimermi sulle dinamiche editoriali dall’ottica privilegiata di svariati punti di vista: com’era già effettivamente per Sanguineti e per Pasolini, la cui critica, certo, è stata anche attività di autopromozione: promozione di un’idea rivendicata nel concreto dell’opera, a sostegno di una linea piuttosto che un’altra e anzi contro un’altra (avanguardia vs sperimentalismo, ovvero torsione linguistica contro stanca ripetizione di forme, a dirla in soldoni: e mi meraviglia ancora una volta che Jossa si dica ostile alle contrapposizioni categoriali e ideologiche, venendo da quegli studi umanistici in cui tali contrapposizioni sono il motore dell’espressione artistica) mettendoci la firma e la faccia. Qui si va coi nomignoli puntati: la differenza mi pare, una volta per tutte, abissale.

  23. Volevo aggiungere una cosa: a chi si immaginava i membri del nostro collettivo tutti omologati nel modo di comunicare, e dunque si stupisce che ognuno abbia una personalità diversa: se non fossimo stati *diversissimi* tra noi, se questa non fosse stata un’alleanza e un’amicizia tra caratteri differenti (persone che riescono a lavorare insieme facendo delle loro differenze punti di forza anziché di debolezza), secondo me non avremmo mai combinato niente. Se tra di noi non vi fossero anche salutari tensioni e fruttuosi conflitti, non riusciremmo a buttare giù una riga. E ognuno di noi (ma penso valga per chiunque) ha a disposizione più voci, più registri, più toni, e decide quale usare a seconda del contesto, dell’interlocutore, di dove si vuole andare a parare. A volte va bene una pacata dissertazione, a volte è meglio spingere il gomito dell’interlocutore (l’On. Trombetta) e dire: – Ma mi faccia il piacere! (esclamato in una specie di rauco falsetto)
    (Non prima di aver buttato giù dal treno i suoi bagagli, of course.)
    http://bit.ly/9sZJyF

  24. Wu Ming1
    capisco perfettamente. Lungi da me voler convincere chicchessia che come faccio io è “giusto” o sia la “maniera migliore”. Anzi, è proprio il contrario. Come capisco perfettamente la vostra strategia nel corso del tempo, il ritagliarsi spazi importanti da cui poter operare meglio, ritengo, però, ma non voglio davvero dilungarmi oltre su questo, che se 10 anni fa il discorso del cavallo di troia era comprensibilissimo oggi meno. Ritengo che dieci anni di libri venduti per conto dell’einaudi siano controproducenti alle vostre stesse battaglie. Qui il discorso si amplia e copre la figura del fare lo scrittore come mestiere, sul quale io nutro fortissimi dubbi, in quanto ritengo che i compromessi a cui si debba sottostare non valgano la candela, ma qui siamo nel personale. Per dire, gli scrittori mi sembrano un po’ come i calciatori a cui dicono a che ora devono allenarsi, cosa devono mangiare, dove si devono far trovare, come comportarsi ma, se i calciatori hanno il loro tornaconto economico, gli scrittori, che non si fanno una domanda una su come venga spartito per dire il prezzo di copertina dei loro libri (non sto parlando di voi) con le loro briciole di diritti d’autore se non ottengono gradissimi numeri se lo sognano di farlo come mestiere. (se in nord america uno scrittore ha un potenziale di circa 400 milioni di lettori in italia è tutt’altra cosa, eppure la percentuale sui diritti è la stessa) una disfunzione questa che costringe anche voi a stare in einaudi, volente o nolente. Io sarò ingenuo, lo confesso, ma ragiono in soldoni, e penso che se su 15 euro di libro 5 andassero all’autore, visti i numeri che si fanno in italia, magari la cosa sarebbe diversa. Questa sarebbe una battaglia che sarei pronto a sostenere anche se io “ho deciso” di non affidare il mio pranzo e la mia cena alle mie parole. Lo so, sono discorsi lunghissimi e che coprono vari livelli, e sono sicuro che li abbiate analizzati e abbiate scelto la forma di resistenza che in base alle vostre esigenze è la migliore. Non voglio sindacare su quello che fate voi, e anzi, ritengo che facciate più di tutti gli altri a livello di comunicazione, trasparenza e onestà verso i lettori, lo dico sinceramente.
    Sull’ultima parte del tuo intervento, concludo, ho riconosciuto che la vostra strategia è per certi versi simile a quella di banksy, non venite fuori da luther blisset a caso, immagino.
    Io sarei molto più felice se sapessi che il vostro lavoro non facesse guadagnare una lira a Marina Berlusconi, te lo dico francamente, ma la capisco la vostra posizione, anche se non la condivido e sono d’accordo che mille strategie possano co-esistere, se l’intento è comune, che è “salvare le cose che amiamo”, alla fine.
    Ma la strada è lunga, e spesso appare controproducente o insensata, come nel mio caso. Ma voglio dire, anche la vostra battaglia sulla carta riciclata è una goccia nel mare (sapevi che nonostante l’avvento della tecnologia la richiesta di carta continua ad aumentare ogni anno?) che non salverà le foreste della terra ma non per questo è meno sensata.
    Mi spiace aver portato la discussione fuori dai binari, l’avevo fatto per cercare di farvi trovare in terreno comune, ma in ogni caso questo lungo dibattito estivo qualche frutto l’ha dato, almeno a me.

  25. Gilda Policastro, contracambio volentieri il ‘tu’.
    Per me è molto difficile intervenire in questa discussione, perché mi pare che ci siano dei punti su cui si è tutti d’accordo e sui quali si torna incomprensibilmete a discutere.
    Ci siamo incartati in un loop, e non so sinceramente come uscirne.
    Ribadisco i punti su cui sono intervenuta e che mi stanno più a cuore.
    Riconosco il diritto ai critici di criticare anche nel modo più severo un libro ma non il fatto che io, lettore, legga quel libro.
    Non mi fa fatica riconoscere alla critica, tra le altre, la funzione di mediazione tra libri e lettori, ma non mi pare che in questo momento sia svolta nel migliore dei modi possibile. Spesso le recensioni che leggo sui giornali sono stanche scie delle schede editoriali (era anche questo che diceva Cortelessa nel suo documentario? Se sì, sono d’accordo con lui, ma io il documentario non l’ho visto e dunque non posso dirne niente).
    La mediazione, secondo me, non dovrebbe essere fatta con tono intimidatorio e terroristico, ma in modo da invogliare i lettori, e pure i non lettori, ad avvicinarsi ad alcuni autori. E anche questa modalità non mi pare faccia parte della prassi comune.
    L’opposione Ottieri/Wu Ming la trovo inesistente. Per quanto non abbia partecipato alla discussione precedente, non mi pare che ci sia stata questa specie di gag surreale.
    E questo è tutto. Mi spiace che tra persone che, da quello che pare a me, perseguono gli stessi obiettivi si verifichino tanti equivoci e, soprattutto, che vengano portati avanti con ostinazione.

  26. @Gilda Policastro:
    se si liquidano gl’interventi degli altri come quelli degni di cabarettisti (senza niente togliere alla categoria) poi non ci si deve però lamentare se i toni della discussione vanno a farsi benedire.
    Continuate coi monologhi, va bene così.

  27. E brava Professoressa Policastro, che rivendicando rivendicando, la serietà assoluta del giornale su cui scrive, consegna Pasolini alla destra scrivendo: ” facile contrapporgli l’avversario di sempre, Edoardo Sanguineti, che a Pasolini guardò sempre come al fiero reazionario che probabilmente fu davvero “. E brava Professoressa, casa Pound e simili le saranno riconoscenti. Cos’altro vogliamo dargli alla destra? Rino Gaetano se lo sono pigliato da soli. Pinocchio? Mazzola e Rivera? La Callas? Coppi e Bartali? Walter Chiari? Tognazzi Vianello? Nuvolari? Berlinguer non aveva qualcosa di destra nel rivendicare altèro la propria diversità? E l’aristocratico Carmelo Bene? E il pingue Manganelli, ce lo vogliamo tenere noi? Sanguineti sarebbe d’accordo? Mi domando se c’è una scuola per imparare tutto queste capacità critiche o se sono nel genio di ognuno di noi, e solo in pochi le scoprono.

  28. p.s.
    “Sotheby’s le aste (a noi) non le avrebbe organizzate”.
    Dai retta che se vedevano il simbolo del possibile dollarone le organizzavano a voi e anche a me, nonostante mia madre facesse la bibliotecaria e mio padre il compositore di stornelli 😉

  29. Naturalmente la risposta non entra nel merito del quesito che ponevo, ma al solito reitera termini offensivi come “abbaiare”, “cabaret”, “fanatismo”, ecc. Personalmente non ho interesse a confrontarmi con ottiche che non condivido in partenza (vedi il discorso su Pasolini), però mi chiedevo per quale motivo il manifesto affidi a chi non sa gestire un dialogo in rete, se non in maniera spregiativa del prossimo e sancendo una distanza sulla base del parametro “questo qui lo conosco, questo qui no”, cioè la negazione della comunicazione in rete, pezzi scolastici sull’utilizzo di facebook, per leggere, presumo con vago riferimento al quesito, “scrivo sul manifesto da 5 anni”; ne deduco quindi che lì sopra si possa scrivere di qualsiasi cosa, anche di argomenti con cui si ha scarsa familiarità. Poco male, il manifesto già non lo leggo da anni, questo mi conferma che faccio solo bene.

  30. Remix con annotazioni.

    Esiste un regime della lamentazione acrimoniosa usata come corpo contundente, nonché della nostalgia per presunti “bei tempi” in cui la parola del critico, dell’intellettuale, del Maestro non incontrava contraddittorio se non in un mondo di suoi pari, un mondo che *comunque* la legittimava e avvalorava. Oggi questo non avviene: i media non sono rarefatti, molte più persone leggono e possono rispondere, la presa di parola è più diffusa (nel bene e nel male!), nessun “vaticinio” è accettato a scatola chiusa, l’autorevolezza uno deve sudare per guadagnarsela, sporcandosi le mani nel “flusso”, facendosi il mazzo, ricominciando ogni giorno (quasi) da zero. Non c’è rendita di posizione che tenga, non c’è cattedra che tuteli dalle pernacchie. “Questo krahl è pieno di lupi” [N.d.A. Gioco sulla frase che scrisse sulla lavagna T.W. Adorno quando fu contestato a lezione dai giovani del ’68, capeggiati dal suo ex-allievo Hans Jurgen Krahl: “I lupi ululano fuori da questo kraal”. I kraal, in Afrikaner, sono i recinti che proteggono il bestiame dagli animali selvaggi].

    La nostalgia per tempi più “facili” informa un insieme di enunciati e di retoriche. L’adesione a queste retoriche e la gara a chi le propone con maggiore, apocalittica acredine sono le condiciones sine qua non per ottenere un certo status, poter frequentare certi giri (quelli giusti), mettere in fila pubblicazioni, sgomitare nei dipartimenti e nelle scuole di dottorato, vincere eventuali concorsi.

    Il web esiste da quasi vent’anni, innerva di sé tutta la comunicazione contemporanea, contribuisce a regolare tutte le attività di base della nostra convivenza, dalla pubblica amministrazione alla meteorologia, dal turismo alle transazioni finanziarie, dalla ricerca di una casa a quella di un lavoro, dall’organizzazione di manifestazioni e campagne politiche al contatto con amici e parenti, dalla diplomazia internazionale al dibattito scientifico, ma c’è ancora chi ne parla come di un dispensabile “mondo a parte”.
    Finché gli “intellettuali” avranno questo ritardo invalidante e ingiustificabile nei confronti della rete, non c’è “riscossa” o “rilancio” o “ricostruzione” che tenga. Chi dovrebbe fare discorso critico continuerà a dar la caccia ad anime morte.

    Allo stato attuale, è un’impostazione ridicola, da torte di cacca in faccia [N.d.A. shit pie, espressione idiomatica USA per “figura barbina”, vedere qui], contrapporre l’essersi formati “nelle aule universitarie” e l’essersi formati “su Internet”. Solo una prospettiva asfittica e iper-provinciale può creare una simile dicotomia.
    Oggi le più importanti università del mondo mettono on line in podcast video e/o audio tutte le lezioni dei loro corsi più importanti. Ed è tutto gratis.
    Davvero oggi è possibile, attraverso la rete, accedere a uno scibile e a strumenti a cui, fino a pochi anni fa, accedevano soltanto pochissimi privilegiati.
    Già adesso uno può rendersi conto quanto e in che misura la rete abbia permesso di accedere a uno scibile senza precedenti. Io che uso molto lo strumento podcast, e lo uso più per ascoltare parole che per ascoltare musica (quest’ultima la ascolto al computer mentre scrivo, le parole invece nel lettore mp3 mentre cammino), posso tenere una dieta quotidiana di lezioni registrate a Yale (lezioni? Interi corsi!) o in qualunque altra università, conferenze al MIT o in un sacco di altri posti, trasmissioni radio da diversi paesi del mondo, e tutto ciò era inimmaginabile anche solo dieci anni fa.

    Aggiunta: per alcuni/e rimane inimmaginabile anche oggi.

  31. @WM1: visto che hai fatto una sintesi dei punti principali di questa interazione così ostica, quasi quasi sarebbe da trasformarla in un post linkabile, invece di copincollarla ogni volta. Repetita juvant 🙂

  32. > Esiste un regime della lamentazione acrimoniosa usata come corpo contundente
    (Imitando la titolare di questo blog): per favore, invito Rosemarie e tutto il commentarium a non rispondere più a Wu Ming 1 (neo-epico e acrimonioso stacanovista dell’auto-promozione) a non rispondergli più per NESSUN MOTIVO.

  33. @ eventuali (sedicenti e non) critici & giornalisti sintonizzati su queste frequenze:
    La questione non è “se il critico, quando abbia dichiarato espressamente la propria, peraltro costituzionale, parzialità (…) e persino il proprio diretto coinvolgimento nella discussione avvenuta, ha l’obbligo di dar conto interamente delle posizioni ivi espresse”, ma se ha la sufficiente deontologia per darne conto CORRETTAMENTE.
    A meno che, certo, non abbia capito niente di una discussione, nel qual caso il deficit non sarebbe di correttezza ma di intelligenza. Nell’uno e nell’altro caso il risultato è aver scritto il falso sul giornale e questo dimostra solo che chi scrive sul Manifesto non è poi così diverso da chi scrive sugli altri quotidiani (i tempi che viviamo, del resto, sono gli stessi per tutti).
    Nessuno in quella discussione fiume sulla “Letterarietà” infatti ha mai sostenuto (o salutato con “malcelato entusiasmo”) che “l’idea stessa di letteratura sia divenuta arbitraria o rinegoziabile in nome di altre urgenze (sociologiche, documentarie, o della famigerata «evasione»), sempre secondo i nuovi parametri «popolari», coincidenti, com’è superfluo ribadire, col successo commerciale.”
    E anche chi ha sostenuto che “lo scrittore è pienamente integrato nelle dinamiche di produzione-smercio dei libri” non ha mai affermato che “se non lo è, peggio per lui, perché intanto c’è una pletora di «scriventi» (citando stavolta Malerba) pronti a far valere le necessarie consapevolezze in termini tanto di produzione di una letteratura affabulatoria e accessibile (perché «piatta come un lago»: così un commentatore nel web) quanto di potere contrattuale, e dunque di influenza sul mercato”.
    Al contrario la discussione sulla “letterarietà” si è in buona parte incentrata su idee, proposte, strategie, praticabili per evitare che il mercato appiattisca tutto quanto, ovvero soprattutto la letteratura che non si impone come mainstream (si è parlato di copyleft, free download, entrismo dentro le redazioni di giornali e case editrici, etc. etc.).
    E questo è un fatto riscontrabile con assoluta certezza, visto che la discussione è lì a disposizione di tutti. Basta leggersela.

  34. @Claudia b.: come vedi, Valeria se la cava egregiamente a replicare in modo esauriente. Niente di personale, lascia stare i pizzicotti e leggi solo gli spunti interessanti come scrivi. Non mi va di replicare a chi dovendo raffazzonare un commento si immischia in cosa non sue.
    @ Valeria: abbiamo risolto, grazie. Non di meno pur avendo capito io non sopporto (ma è una mia idiosincrasia su cui è inutile replicare) le tiritere di alcuni ed è lecito che questi non sopportino le mie. Si chiama gioco delle parti. Cordialità

  35. Vincent, avevo capito che non sopportavi le mie tiritere, bastava dirlo una volta per tutte senza diventare il mio tafano personale.
    Non ero qui, comunque, per dire questo ma perché, curiosando sul web (sul web), ho trovato molte cose interessanti di e su Tommaso Ottonieri.
    Dal che mi convinco ancora di più che certe polemiche oltre a essere inutili e pretestuose, producono nebbia e niente altro.
    Scusami, Gilda, ma perché invece di opporre sterilmente e fastidiosamente Ottonieri a Giordano non hai messo un bel link a siti dove ognuno poteva trovare un bel po’ di materiale e farsi una sua opinione personale, ancorché documentata?
    Uno di questi è qui.

  36. @ Gilda Policastro: tu scrivi che “Ha un bel citare Pasolini (che tanto si sfiduciò della capacità di discernimento delle masse popolari, da infilare in successione l’Abiura della trilogia della vita e Petrolio, a non dir altro), Stefano Jossa: facile contrapporgli l’avversario di sempre, Edoardo Sanguineti, che a Pasolini guardò sempre come al fiero reazionario che probabilmente fu davvero”. Bene, facciamo un po’ di chiarezza, magari solo per me. Sanguineti, tra gli esponenti del Gruppo ’63 innescò con Per Paolo Pasolini una polemica violentissima. Oltre che reazionario, come dice la Nostra, lo accusò di essere figlio di un’utopia distorta, perché completamente chiuso a quello che stavo succedendo al modo delle arti e non solo. Di contro Pasolini accusa il poeta e gli altri del Gruppo di essere dei viziati senza consapevolezza storica – ora si direbbe bamboccioni – di fare gli avanguardisti senza uscire al di fuori con testa dal Sistema costituito. Una lettera aperta di Sanguineti risente molto di questa polemica (Una polemica in versi in Una polemica in prosa). Sembrerebbe che è Pasolini a soccombere se anni dopo non fosse proprio l’adorato per Gilda Franco Fortini a scrivere: “Fra Pasolini e Sanguineti, era Pasolini ad aver ragione; ma in quel momento Sanguineti era nel vento o stava per entrarci”.
    Insomma colui che di Pasolini poetava :
    “Ho un po’ ripreso, in falsetto, la tua voce
    morta. Ma ho dolore e furore, soltanto,
    che le tue ceneri si perdono, nei riti
    dei tuoi fedeli, reliquie per altari
    folclorici riconsacrati, mio sacerdote dell’io,
    mio usignolo ecclesiastico, mio estremo
    fantasma cattolico e sadico, mio sterile edipo
    castratore, nostro eterno padre”
    ne esce un poco malconcio.
    Tutta sta menata per dire a mo’ di telenovelas che solo Gilda Policastro crede ancora che Pasolini sia stato solo un reazionario. Ma forse ho capito male e donc aspetto lumi.

  37. @Valeria di fastidioso qui c’è solo l’ennesima mistificazione: Giordano, nel mio commento, mai nominato, mi pare, e perciò te lo sei inventato di sana pianta questo opporlo ”sterilmente” a Ottonieri: figurarsi, ordini di grandezza proprio incommensurabili. E prima ti lamenti che il critico non fa il suo mestiere e non invoglia con esempi concreti (ne ho prodotti un paio, qui e nella precedente discussione, che a questo punto non devi aver seguito, o con l’attenzione con cui ora mi fai dire cose che non ho scritto – che abbiano ragione i Wu Ming, che serva un pdf ogni volta che si commenta qualcosa nel web, che i commentatori del web siano ancora poco avvezzi, in fondo, alla pratica della lettura a video?), e poi imputi al critico di non averti indirizzato al sito degli Sparajurij su Ottonieri: chiedevi di leggere qualche buon autore, o ti sta bene continuare a rimestare nel web? Come preferisci, purché siamo chiari.
    @Ghelli per cabaret intendevo, ovviamente, l’insistito riferimento alla bufala campana e altre amenità. Tra l’altro approfitto una volta per tutte per correggere i miei solerti biografi: a Salerno io ci sono solo nata, ho trascorso i miei primi 18 anni in Basilicata e altrettanti a Roma: la mozzarella come referente simbolico mi appartiene dunque molto meno dei gladiatori.

  38. @ Policastro: era meglio Salerno della Basilicata, n’est pas? Le amenità le hai lette allora, ma rispondi solo a chi ti fa comodo. Potevi liberare subito Ghelli e altri dall’incomodo. In ogni caso tu sarai sempre la nostra cara amica salernitana (parenti, zii, cugini?) emigrata in Lucania.

  39. Devo essere onesto: non credo di essere stato oggetto di alcun linciaggio.
    Loredana: è come temevo. Cambi le carte in tavola, sai perfettamente a cosa mi riferivo quando sono intervenuto, ed era proprio per stigmatizzare il metodo e non l’oggetto della discussione, e proprio per segnalare la deriva presa dalla discussione con la discesa nel personale, come ho detto più volte.
    Tu delegittimi il tuo avversario con mezzi scorretti, ed è grottesco che questo comportamento venga proprio da te che hai fatto della denuncia di questo genere di mistificazioni un tema fisso. Tu dici e non dici. Tu cambi le parole degli altri pro domo tua.
    Personalmente mi può anche star bene – figurati quanto può essere alta la posta in gioco, per me – ma tu, tu perdi davanti a te stessa nello spazio di un momento tutta l’autorevolezza che ti sei costruita.
    Dici che ne vale la pena?
    Non so se ne valga la pena.

  40. Gilda, se per te cercare documenti nel web, bibliografie, autori non presenti o difficilmente reperibili nei supermercati montroniani significa ‘rimestare’ come se il web fosse una discarica virtuale per me va benissimo, non ho più niente da aggiungere né da argomentare.
    Tu hai detto ‘Ottonieri’ e io l’ho cercato sul web per averne ulteriori notizie e, magari, leggerne da subito qualcosa. Scusami se non mi sono fidata ciecamente della tua parola.

  41. Roberto, ma come ti permetti? Io cambio le carte in tavola? le tue parole sono davanti agli occhi di tutti. Nero su bianco. E sarei io quella che delegittima? Dopo che tu hai scritto quello che hai scritto? Grazie al cielo, il thread è consultabile, così che ognuno può vedere chi cerca di delegittimare chi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto