Fabrizio Patriarca è uno scrittore, ed è pure bravo (magari se si spiccia leggiamo presto un suo romanzo nuovo), inoltre scrive di libri, collabora fra l’altro con Snaporaz e ogni tanto facciamo due chiacchiere su Instagram. In genere io sono quella ingenuamente fiduciosa e lui quello più lucido e dunque scontento (e ha ragione).
Mi ha mandato un testo che pubblico molto volentieri e che risuona col discorso sui libri “lineari”, quelli che secondo alcune agenzie, ma anche alcuni autori e autrici di recensioni, distrarrebbero chi legge perché, ohibò, abbiamo il diritto di capire tutto e subito e chi scrive ha il dovere di essere piano, pianissimo, fino al didascalico.
Eccolo qui: non è un testo accomodante, e non doveva esserlo. E come al solito le eccezioni ci sono sempre, per fortuna.
“Se sei partita/o da Sally Rooney senz’altro impari che leggere è una faccenda più impegnativa di quanto credevi, Ma questo non è ancora imparare a leggere. Impari moltissimo sul «leggere» leggendo anche solo una pagina di Cesare Garboli su Elsa Morante. Dunque i nuovi soggetti di discorso sul libro, la specie emergente – qui è dove continuiamo a fraintendere – sarebbero intelligenze senza una capacità di lettura evoluta, educata, «raffinata», tantomeno sincera, e piuttosto portatrici di una capacità prestazionale, performativa: capiscono, capiscono eccome, ma il limite è la monomaniacalità tradotta in monotonalità che erigono attorno alla propria esperienza di lettura – di fatto il modo in cui scelgono di interrogare i libri è paurosamente vicino se non ormai collaterale al modo in cui si interroga un’IA, più simile a un prompt a carattere emotivo che a una sollecitazione critica”.
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Ho cominciato la settimana leggendo, divertendomi ma anche arrabbiandomi, l’articolo di Fabrizio Patriarca su Snaporaz: parla di imbecillità e soprattutto parla di influencer, e di quel che può avvenire quando un improvvido organizzatore decide che l’influencer faccia il moderatore nella presentazione di due libri. Al di là dell’episodio (che pure dà da pensare, visto che capita con frequenza maggiore che gli e le influencer presentino o moderino eventi culturali), quel che forse dovremmo ancora capire, e non è facile, è cosa si intenda e come si muovono le persone che hanno un considerevole seguito sui social.
Perché non sono tutte uguali, ovviamente. Ci sono state e ci sono persone che hanno quel seguito perché hanno fatto e scritto e detto cose importanti, e intendono usare i social per raggiungere il pubblico più ampio possibile. Non faccio i nomi ma credo che sia abbastanza intuitivo capire il concetto. Ci sono però stati e ci sono influencer che con i social lavorano, e dunque i loro video e le loro parole hanno un prezzo che viene pagato dal committente, e tanto. Anche qui, niente di male: sapevamo da anni che saremmo finiti dritti dal no-logo al me-logo, e che saremmo diventati i brand di noi stessi, da mettere al servizio di altri dietro compenso. Che si tratti di vendere libri o limette per le unghie o scarpe o quel che volete non cambia.
Però, cosa succede quando non si vende nulla e si milita nei social come attivisti? Quali rischi corriamo?