Non da oggi uno dei miei librai preferiti, ovvero Giorgio Gizzi in arte Harry Crum, scrive le cose giuste a proposito della crisi dell’editoria. In un post su Facebook dice infatti fra l’altro:
“I dati diffusi dal’AIE a fine gennaio sull’anno appena trascorso non sono affatto buoni, specie se si pensa che quel 3% di libri in meno acquistati in Italia (-2,1% a valore) si raffronta con un 2024 – definito all’epoca ‘orribile’ e ‘preoccupante’ – in cui il nostro Paese aveva perso un milione di lettori (stessa fonte)”. E aggiunge: “La lettura ha a che fare con la democrazia. Con la capacità di comprendere la realtà. Se non c’è lettura siamo tutti più facilmente vittime delle autocrazie”.
Unisco qualche altra considerazione che riguarda la lettura e la capacità di comprensione: so di arrivare con qualche lustro di distanza, e con molta minore autorevolezza, rispetto a quanto diceva Umberto Eco, ma da ultimo constato ogni giorno di più come molti e molte non riescono a capire quello che leggono.
Qualche giorno fa ho letto un articolo del Post sui trent’anni di Infinite Jest. In fondo, dice la sua Martina Testa: “romanzi così grandi e impegnativi, ma capaci di ricompensare enormemente chi li legge, sono diventati una merce rara”.
Dunque, quella capacità di progettare di cui parla Giorgio Gizzi, capacità preziosa quanto mai, riguarda anche chi scrive e chi pubblica. Ma anche chi scrive online, vorrei dire. E’ una responsabilità comune che diventa urgente applicare, visto lo stato delle cose.
“Per difendersi dal gas grisou, i minatori di una volta portavano con loro una gabbietta con dei canarini, animali molto sensibili al gas. Se i canarini mostravano segni di soffocamento, era il momento di correre fuori dalla miniera”. Così Wikipedia. E’ la parte più debole che muore per prima, voglio dire. E c’è un sacco di gas in giro, da ultimo.
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Sulla vicenda della disillusione degli intellettuali dice la sua un meraviglioso libraio come Giorgio Gizzi/Harry Crum, che in un lungo post interviene su uno dei punti in questione: che riguarda le lettrici, e in particolare le lettrici di romance, da anni sotto accusa per la “pochezza” dei libri che amano e quest’anno alla ribalta delle cronache perché la loro presenza al Salone è stata evidente e importante.
Gizzi ci ricorda che il problema non è solo del romance e delle ragazze che lo leggono.
Le storie non sono semplici. Possono usare un linguaggio semplice, a volte, ma semplici non sono da quando sono nate. Richiedono coinvolgimento, richiedono attitudine a sognare, volontà di entrarci, in quelle storie.
Condannare il romance non serve e non è utile a nessuno. E’ sempre esistito, in mille forme, ma al suo interno sono possibili i ribaltamenti.
Faccio un esempio lontano.
Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro. Che Cenerentola può non solo uccidere la matrigna ma fare a meno del principe, per esempio: “E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Nulla è semplice davvero, se lo si vuole e in senso buono. Basta però essere disponibili a discutere e di questi tempi diventa sempre più difficile, perché mi sembra che la postura sia quella già denunciata da Douglas Adams in Guida Galattica per gli Autostoppisti:
“Se c’è in giro una cosa più importante del mio Io, dimmelo che le sparo subito”.