Tag: Letteratura

La domanda è semplice, e forse anche inutile, perché nel momento stesso di porla si presume che esista sempre e comunque una letteratura che sopravvive a chi la scrive, e come è noto e pure giusto tutto questo è imponderabile almeno dai tempi in cui Oderisi da Gubbio, nel canto XI del Purgatorio, mette in guardia Dante dai pericoli dell’ambizione e dal desiderio di fama.
Però questa mattina ho letto un articolo scritto da Carlo Pizzati per Repubblica: Pizzati è un giornalista, un reporter, un viaggiatore e uno scrittore, giustamente – mi sembra, almeno – lontano dalle infinite discussioni sul romanzo e la letteratura di questi anni. Che però stavolta affronta il tema dell’autofiction (o memoir, o chiamatelo come volete) intesa come salvezza:
“Se l’originalità è morta, se le grandi narrazioni sono esaurite, è ancora possibile dire una verità parziale ma autentica: quella di una coscienza specifica che trasforma la propria precarietà esistenziale in strumento di conoscenza. È l’unica forma di resistenza rimasta”.
Sul punto, ripetendomi, scrivo un paio di cose. Ma quello su cui non concordo è la sintesi con cui si liquidano oltre vent’anni di letteratura italiana: i cosiddetti cannibali non erano tutti giovinotti di buona famiglia privi di disperazione autentica. Bisogna intendersi su chi si intende per “cannibali”, al di fuori della famosa antologia, ma dire che tutta la letteratura degli anni Novanta, e Zero, non sia stata vitale è sconcertante. Fare l’elenco è sciocco (ma tanti nomi mi frullano per la testa e ne faccio uno solo, uno: Vitaliano Trevisan non è stato vitale? Ma veramente?), così come è purtroppo ininfluente notare che fra i grandi nomi letterari non appare una sola scrittrice (Morante? Ma davvero? Ortese?), anche se so che scrivendo queste precise parole tutto questo lungo post sarà ridotto a “eccola là, la solita femminista che mi attacca sulle quote rosa”. Pazienza, ci ho fatto il callo.
E’ un peccato che di quell’epoca vitalissima, invece, che sono stati i vent’anni tra la metà dei Novanta e la fine degli anni Zero rimanga solo la definizione di scopiazzatori cinici: ma chi ha attraversato di persona quel momento dovrebbe forse interrogarsi su quanto la nostra percezione sia diversa da chi la osserva oggi.
Ma poi, pazienza. Come diceva Oderisi,
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

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