Giustamente, il bravo Gianluca Mercuri apre la newsletter del Corriere della Sera con una constatazione amarissima:
“In un Paese medio – un Paese che pur in un momento di crisi fluttua con contegno tra gli accadimenti e si interroga in modo serio sulle cose serie – questo allarme degli industriali (la crisi energetica più spaventevole della storia, ndl) sarebbe la notizia del giorno.
Invece siamo il Paese di Nicole Minetti”.
Già, e aggiungo che siamo ancora il Paese di Berlusconi. Qualche settimana fa sua figlia Marina ha smentito seccamente le ipotesi sulla sua discesa in politica accusando il giornalista che l’aveva ventilata di misoginia e rivolgendosi in tono sprezzante al Fatto Quotidiano (lo stesso alle cui inchieste si deve il probabile stop della grazia a Minetti) come quotidiano malato di ossessione antiberlusconiana.
Il punto è che auspicabilmente la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo paese è stanca di Berlusconi, della sua famiglia, delle sue protette e dei suoi araldi, di cui non riesce, dopo decenni, a liberarsi: per paradosso, i vecchi partiti novecenteschi sono crollati prima di questo devastante avvelenamento collettivo. E il paradosso è che non discutiamo abbastanza di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui Berlusconi fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana, ma anche nel nostro immaginario. E questo è il suo maggior successo.
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Ecco, l’Italia berlusconiana. A due anni meno un giorno dalla sua morte, mi chiedo quanto si discuta ancora di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana. Quanto lo ricordiamo? Quanto discutiamo degli effetti che ha avuto? Secondo me poco, e questo è il suo maggior successo.
Quando Berlusconi morì, provai ad analizzare gli effetti di anni e anni di berlusconismo sulla letteratura. Ovvero: la mutazione del linguaggio dopo le televisioni commerciali, e dopo il tentativo di abbattere letterariamente l’antagonista, lui, attraverso i romanzi, e infine il ritrarsi in se stessi e nelle vite personali, perché quel che c’è là fuori è irredimibile. Il tutto, ovvio, con le dovute eccezioni.
Questa riflessione venne per paradosso scambiata per elogio, mentre è la conseguenza più spaventosa che si possa immaginare: essere cambiati, chi scrive, chi legge, chi vive in questo paese, senza rendercene conto. Adottare un pensiero binario (o si insulta o si celebra). Svuotare le parole di significato. Non comprendere i testi. Rifiutare il dialogo in favore dell’aggressività.
Il peggiore degli scenari possibili, ed è vero, tangibile, ed è oggi.
Per esempio. Pensiamo ai discorsi sulle donne. L’inferno è una buona memoria, ma gli archivi di questo blog sono ancora meglio. Era normale, all’epoca, che si insultassero le femministe, e il brutto è che oggi è ancora più normale, anche se c’è maggiore rivolta quando lo si fa. Ma la narrazione di Berlusconi era quella. Qui le belle tuse, di là il settore menopausa. O anche, qui la libertà sessuale, l’allegria, la felicità, di là le bigotte, le noiose, le moraliste. Questo è il frame, e in questo frame, ahimé, siamo caduti.
Se abbiamo pensato di esserne immuni, o di aver superato quella fase, abbiamo commesso un errore mortale. Chi è nato all’epoca del primo governo Berlusconi ha oggi superato i trent’anni ed è vissuto immerso in quella palude: certo che se ne può uscire, ma se ne esce solo ricordando, analizzando, chiedendoci cosa possiamo fare.
A volte, guarda un po’, persino chiedendo scusa per quello che non abbiamo fatto, faccenda che non mi sembra molto di moda nella politica.
Immaginate. Immaginate che da un varco fra i mondi Silvio Berlusconi osservi l’Italia che commenta la sua morte, e che nella grandissima parte dei casi lo fa in due modi: celebrandolo, o insultandolo, ma limitandosi, in quell’insulto, a reiterare parole messe in fila, che – purtroppo – si esauriscono pochi minuti dopo averle pronunciate, o scritte. La stessa cosa avverrà per le celebrazioni, che saranno dimenticate prestissimo.
E’ il suo maggior successo, un successo che rallegrerebbe l’osservatore da altri mondi. Perché nei due casi ci si rivolge al passato non per farne preziosa memoria, ma per sfogarsi. E quando ci si sfoga, si dimentica subito.
Chiacchierando un tempo con Andrea Camilleri disse che il problema non era il Cavaliere, ma il cavallo. Ovvero noi, che gli abbiamo permesso di salirci in groppa e ci siamo abituati al peso. Non so se la frase fosse sua, ma è vera.
E’ questo il punto su cui chi prende parola pubblica, dunque tutti e tutte ai giorni nostra, deve concentrarsi. Il resto è un soffio. E, come diceva Javier Marìas, “il caso dell´Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l´imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano”.