La cronaca. Su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, esce un articolo di Mauro Covacich dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima (ci sta, son gusti, se elenco le mie idiosincrasie non finiamo più), ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. E, temo, l’errore grave è qui, perché la fantascienza non ha questa vocazione, non vuole immaginare il futuro ma creare mondi, e in quei mondi raccontare il nostro. L’ho detta semplice, altri la diranno meglio, perché a partire da oggi apro il blog agli interventi di scrittrici, scrittori, lettrici e lettori sul punto.
Lo faccio per due motivi. Primo, non amo le tempeste social, che prevedibilmente si sono scatenate su Mauro, che stimo come scrittore e come persona. Secondo, chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.
Anzi, parliamone. Perché in questo schifare tutto ciò che non è realista (non è il caso di Covacich, ma del collega difensore e di molti altri sì) si perde non soltanto l’opportunità di leggere libri meravigliosi, e molto più letterari dell’ennesimo memoir. Ma ci si dimentica un particolare. Tutta la letteratura è fantastica. Anche se non vogliamo dircelo.
Dunque, comincio da qui, con il primo intervento. Il mio, che riporta qui parte degli articoli che da sei anni scrivo per l’amato Linus.
Il fantastico e lo specchio
Ci piace pensare che la fantascienza abbia previsto il futuro: per meglio dire, ci piace pensarlo in determinati casi. Leggere nell’immediato dopoguerra The World Set Free dove Wells previde già nel 1914 l’invenzione della bomba atomica non rassicurava, così come molti di noi, con l’irredimibile fascinazione che la paura ci riserva anche in circostanze realmente terrorizzanti, hanno ripreso in mano L’ombra dello scorpione di Stephen King, quasi consolandoci per la devastazione di Captain Trips nei giorni della reclusione da coronavirus, o abbiamo creduto che davvero, nel 1981, Dean Koontz abbia previsto la pandemia in Abisso, dove il virus si chiamava Wuhan 400, oppure che Steven Soderbergh abbia avuto doti sovrannaturali nel girare il film Contagion nel 2011. Non funziona così, o dovrebbe essere un medium anche David Quammen con il suo saggio Spillover: semplicemente, scrittori e divulgatori conoscevano le possibilità che poi si sono sviluppate. E’ una vecchia storia, questa. Carlo Fruttero (e altri con lui) ha ripetuto più volte che la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”.
Il punto, insomma, non è capire se davvero Aldous Huxley pensasse al venturo Ritalin quando, ne Il Mondo Nuovo, descrive un’umanità resa felice e quieta da una droga che si chiama soma. Semmai, il tentativo di chi scrive è quello di usare la narrativa per raccontare le nostre debolezze di esseri umani, e il modo in cui gli scrittori di letteratura fantastica le hanno viste e restituite. Capire le nostre paure, anche, che si inanellano indietro nel tempo e si somigliano tutte. Questo, del resto, fanno i precog: se ricordate, sono stati immaginati da Philip K. Dick in Minority Report, in un anno, il 2054, che a lui appariva lontano e che oggi non lo è poi tanto, e sono persone con doti di precognizione amplificata, in grado dunque di sapere anticipatamente chi e quando commetterà un delitto. Dunque, i colpevoli che ancora tali non sono vengono arrestati senza ancora aver fatto nulla, solo per averne eventualmente avuto l’intenzione. Tutta invenzione? Ehm, no, gli algoritmi predittivi esistono e sono parecchio usati in quello che viene chiamato “pre-crimine”.
Bene, la fantascienza ha sempre agito così: intuisce ciò che non è avvenuto. C’è una serie televisiva che si chiama Altered carbon, di Laeta Kalogridis, e che è tratta dalla trilogia cyberpunk Bay City di Richard K. Morgan, pubblicata nel 2002 e ambientata nel 2384. L’idea di fondo è che la coscienza umana possa essere trasformata in un codice, detto I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su un supporto, una “pila corticale” inserita nella colonna spinale, e trasferita da un corpo all’altro quando il precedente si logora: significa l’immortalità, quasi per tutti. Quasi, perché la tecnologia è costosissima, e di fatto nel romanzo si avvera quello che documenta il giornalista Mark ‘O Connell in Essere una macchina, la bella inchiesta che ha condotto sui transumanisti, siano essi seguaci dell’ibernazione o, come in Altered Carbon, stiano sperimentando davvero il download dell’anima, o quel che sia. Nella serie, e nell’inchiesta, si ipotizza che nel futuro la lotta di classe potrebbe essere una lotta per l’immortalità. Ed è quel che avviene nella storia di Morgan,, dove i “Mat”, ricchi e potenti, sono simili agli dei perché hanno a disposizione custodie illimitate e relativi backup delle proprie IDU. La resistenza sarà annientata facilmente: viene da un gruppo capeggiato dalla stessa donna che ha ideato le IDU e che ha compreso che l’immortalità uccide l’essenza stessa dell’umanità.
Ancora. L’esistenza di dimensioni altre in cui entrare e da cui (forse, con fatica) uscire è faccenda antica. Precede la meccanica quantistica, se si pensa che Jorge Luis Borges ha usato il concetto di universi paralleli molto prima (Il giardino dei sentieri che si biforcano). E prima di lui ci fu il filosofo Auguste Blanqui, che nel 1872 indagò gli aspetti teorici e filosofici di un universo a infinite dimensioni nell’opera L’Eternité par les astres. Non si tratta solo dei viaggi nel tempo cui da ultimo la fantascienza scritta (Ted Chiang) e cinematografica (Interstellar) torna a dedicarsi, ma di quei mondi paralleli che Stephen King ha sempre prefigurato, nella saga della Torre nera e in tutti i romanzi che ne derivano, o che la precedono.
Mi fermo, perché altri continueranno. Ma voglio soffermarmi su quell’antico disprezzo, o sospetto. Che si attenua solo quando un autore “letterario” usa dichiaratamente il fantastico. Ma non sempre.
Ricordo quando uscì Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro, la quest dei due coniugi bretoni Axl e Beatrice per cercare le origini della propria amnesia in un paese smemorato, e con ogni probabilità i due innamorati non sono altri se non Lancillotto e Ginevra divenuti anziani. Allora, molti miei amici che vivono nel mondo dei libri protestarono. Non un fantasy, dissero, passi per la distopia di Non lasciarmi, ma un fantasy no. Non leggeremo mai un romanzo dove c’è un drago, dissero ancora. Anzi, una draga. Pure femmina, aggiunsero.
Era il 2015, e molto sta cambiando: non solo perché Ishiguro ha, nel frattempo, vinto il Nobel per la letteratura nonostante la draga, ma perché il disprezzo verso la narrativa fantastica sembra essersi incrinato. Anzi, avviene sempre più spesso che si tenti di nobilitare i romanzi fantastici e che si rintraccino ascendenze letterarie e filosofiche in Stephen King, per esempio, o che qualcuno ammetta di aver evitato fin qui la lettura di Tolkien credendo che si trattasse di un trastullo per ragazzini (di destra, per di più), oppure ancora che si levighi il genere e lo si pieghi e lo si spinga come la vera culla degli sperimentatori e dei cesellatori del linguaggio, che spesso cambiano appena la cornice e si dedicano alle torsioni della struttura narrativa, perché sono interessati alla propria lingua, ma non al contesto.
Quel che non accade ancora, volendo essere pretenziosi, è che si riconosca valore all’intera storia del fantastico così come è arrivato fino a noi. Inclusa la parte sporca, quella dei pulp americani del secolo scorso, quella che James Ballard chiamava, con convinto affetto, la “discarica di immondizia”. Ecco, in quella montagna puzzolente della serie zeta, linguisticamente improbabile e spesso ingenua nella costruzione, non solo non si sono mai affondate le mani, ma si è distolta la faccia col naso tappato, senza considerare che, come diceva un fine studioso come Antonio Caronia, “i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio”.
Quel che avviene quando il fantastico diventa accettabile e le barriere si incrinano (alcune: quella critica, con virtuose eccezioni, resta non espugnata) e quando anche gli innamorati del realismo scoprono territori in cui non si sarebbero mai addentrati, è che la narrazione cambia. Perché uno dei fattori determinanti nella mutazione collettiva si deve all’impatto e al successo delle serie televisive, che negli ultimi anni hanno rilanciato e amplificato il punto di vista del possibile. Avviene in forme diverse e anche con risultati diversi, da Game of Thrones a Black Mirror, da Dark a Lucifer, da Russian Doll al Racconto dell’Ancella. E, naturalmente, a Stranger things, col suo carico emotivo da nostalgia canaglia.
Avviene anche in letteratura, sempre più spesso. Raccontava Ursula K. Le Guin a Neil Gaiman, nel 2014:
“I miei libri si muovono liberamente tra realismo, fantascienza, fantasy di vari tipi, storia romanzata, fiction per giovani adulti, realismo magico, parabole e altri “sotto-generi”, tanto che in larga parte non sono classificabili in alcun modo; ma sono stati sbattuti in blocco nella pattumiera fantascientifica, o etichettati come sotto-letteratura infantile. Le etichette restano appiccicate. Anche oggi i pregiudizi sui generi sono molto diffusi. Mi capita di incontrare certe matrone che mi parlano molto gentilmente di quanto i loro figli apprezzino i miei libri, ma loro naturalmente non li hanno letti. No, quando mai! Leggono letteratura realistica, tipo The Help o Cinquanta sfumature di grigio . Ma i muri contro i quali mi sono battuta per tanto tempo ora sono crollati. Sono felice di vedere autori come Michael Chabon o Kij Johnson, David Mitchell o Jo Walton – e soprattutto il compianto José Saramago! – che volteggiano ovunque nel paesaggio letterario, usando liberamente frammenti di generi per costruire i loro bellissimi racconti, trovando forme che sfuggono a ogni classificazione per le loro storie irresistibili. E noto con piacere che la reputazione letteraria di grandi non realisti come Jorge Luís Borges o Italo Calvino è stabile, o anzi in ascesa – come del resto quella del “creatore degli Orribili Orchi”, o di qualche oscuro autore di storie di astronavi come Philip K. Dick, mio ex compagno di classe alla Berkeley High School. Vive la Révolution!
Stendhal, da quell’austero realista che era, si vantava di aver creato coi suoi romanzi «uno specchio al lato della strada» per riflettere la realtà. Che però non può fare ciò che invece fa la fantascienza: mostrarti il mondo, o te stesso, da un punto di vista mai conosciuto prima. Perché la fantascienza, quando è seria, descrive il mondo reale e gli esseri umani, né più né meno della letteratura realistica (anzi, a volte anche molto più delle storie trite e ritrite di qualche famiglia scombinata del ceto medio-alto della East Cost).”
Le cose stanno cambiando, aveva ragione Le Guin. Ma non solo nella direzione “slipstream” di Chabon e Mitchell, e di tutti coloro che sanno che il realismo, in letteratura, è solo una deviazione, una necessità della borghesia, prima, e poi di tutti coloro che intendono essere rassicurati su come sono e su cosa fanno. Uno specchio tranquillo, in cornice d’ottone, o anche d’oro, per carità, che non deforma l’immagine come avvenne, nel 1948, ai lettori del racconto La lotteria di Shirley Jackson, che tempestarono il giornale di lettere di protesta perché in quello specchio avevano visto la loro faccia orribilmente distorta. Giorgio Agamben usò un’espressione bellissima che riguarda il modo in cui la parte più nobile dei narratori fantastici agisce: sapeva, cioè, “ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo”. Lo fece la narrativa fantastica di Dick, di Ballard, di Burroughs, che riuscivano a vedere il futuro che si stava preparando, e che ancora Antonio Caronia definì un futuro privo di futuro: un “onnipresente presente”. E’ esattamente il punto in cui siamo ora.
Pensate alle molte distopie che leggiamo o che seguiamo al computer, alcune molto belle peraltro, ma quasi tutte a un passo da noi, come se quel mondo da immaginare e restituire fosse troppo, troppo vicino, e fosse dunque una replica appena smarginata del nostro. Quando guardiamo Black Mirror vediamo già noi stessi e la nostra ossessione per i social o i videogiochi o per il controllo: la distorsione è leggera, la prefigurazione è già il nostro reale. Il fantastico questo racconta, sia nella meravigliosa discarica della serie zeta e nelle visioni di Ballard e Dick.
Cos’è questa, se non letteratura?
Grazie per questo intervento. Da lettrice appassionata, aggiungerei solo, anche la fantascienza che analizza il passato libera dai vincoli del realismo, proiettandolo in un futuribile o un parallelo che permette di esasperarne le vicende (la rilettura della conquista del west americana di Cronache Marziane, o dei meccanismi del crollo dell’Impero romano ne Il ciclo della findazione di Asimov). La Le Guin scrisse un articolo molto bello su questo, difendendo il genere da chi lo considerava escapista, affermando proprio che lo slancio in avanti, la possibilità di proiezione in mondi altri e immaginari, permettesse a volte di raccontare la realtà presente e passata i suoi vizi, le sue storture, in modo più intenso che nel racconto realista.
…che stanchezza.
Non si pretende che Covacich sia infallibile, ben venga il suo limite che ammette lui stesso, tutti ne abbiamo uno e cocoliamolo perché paradossalmente ci rende liberi.
Ma l’istigazione alla caciara? Perché parlare di qualcosa che non sai e non ti piace e non ti interessa davero? Il motivo che ti spinge, quale sarebbe? Un pezzo da consegnare e una scadenza imminente, il caldo che dà alla testa, una forma di antipatia personale che non sai più gestire, un trauma irrisolto (la prima cotta dell’asilo ti ha mollato per andare a vedere Blade Runner con un altro, da qui lo strazio che perdura), o cosa?
Me lo immagino che per trovare un argomento mette i post-it sul pavimento poi gira la bottiglia e alè, povera fantascienza, stavolta tocca a te. Diversamente non me lo spiego.
Ma in ogni caso, anche no ragazzi. Anche no davvero. Cerchiamo di essere meglio di così, per favore.
Cara Loredana,
anch’io non sono in sintonia con il poco interesse di Mauro Covacich per la fantascienza, che ho sempre letto con passione. Però mi sembra che una delle (sottolineo: una delle) caratteristiche della fantascienza sia stata e continui a essere anche (sottolineo: anche) la sua “vocazione predittiva” (cito un tuo post).
Giusto per fare un esempio, incollo qui la quarta di copertina di un numero di Urania dell’estate 2025, intitolato “Tecnologie del futuro”, che presi in edicola e trovai molto interessante.
«TECNOLOGIE DEL FUTURO
Cosa succede quando un autore di fantascienza si lascia ispirare dalle idee di uno scienziato? Se lo è chiesto il curatore di questa antologia tutta italiana, Marco Passarello, parlando con tredici scienziati dell’Istituto Italiano di Tecnologia per poi proporre gli argomenti emersi dalle sue interviste ad altrettanti autori del panorama fantascientifico del nostro paese. Dalla robotica alla conservazione dei beni culturali, vi presentiamo un’antologia che spazia dai temi classici della fantascienza all’elettronica stampata e commestibile, affidati alla penna di autori che non hanno esitato a cogliere la sfida. Quindi mettetevi comodi e benvenuti nelle scoperte del prossimo futuro.»
Se diamo addosso a Mauro Covacich, dovremmo farlo anche con i redattori di Urania, non ti pare?
Un’ultima osservazione: non sono d’accordo con il tuo passaggio dall’esempio singolare al plurale generalizzante.
Ti cito: «chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.»
Be’, a me risulta che a usare quegli argomenti in difesa di Mauro sia stato solo uno scrittore, in un unico commento su Fb: mi sbaglio? Perché allora lasciar credere, con quel tuo ripetuto plurale “scrittori letterati”, che ci sia stata una sollevazione di gruppo dei presunti “letterati” contro la scrittura “di genere” e i suoi sottogeneri ecc. ecc.; non credi che così si alimentino contrapposizioni di categorie “sindacali” inesistenti?
Un abbraccio!
Esiste certo il filone della credibilità scientifica, soprattutto nella prima fantascienza, e della tensione alla predittività. È uno dei filoni, presto sfilacciato in mille rivoli che hanno ampliato quel solco, e che Urania ha accolto accanto al modello classico. È come parlare del giallo, oggi, pensando solo a Simenon e Agatha Christie. Da lettrice, mi aspetterei che uno scrittore, che mi piace anche molto, sia in grado, se proprio deve esprimersi su una cosa che non apprezza, di indagare un pò meglio i temi che tratta, o di restituire un punto di vista più acuto di così.
Io risponderei con una delle considerazioni più profonde di Solaris “Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi.” Cosi è per tanti lettori, che non si appassionano a storie di mondi immaginati, anche se poi tutte, sono uno specchio distorto del nostro. Non ci si spiega altrimenti l’imperversare, in Italia soprattutto, del memoir, dell’autofiction. La maggior parte dei lettori vuole ritrovare se stesso nelle storie che legge, vuole specchiarsi, vuole che l’io dell’autore validi il suo, le esperienze narrate innalzino le sue a qualcosa di collettivo. Non sa che farsene, di altri mondi.
Grazie del suo ottimo approfondimento. L’articolo di Covacich si commenta da solo ma non mi sembra giusto fermarsi solo alla vetusta polemica tra sub cultura di genere e cultura alta. Nella la seconda parte lo scrittore apre ad un tema interessante e forse davvero impossibile da immaginare se non nel nostro oggi, una frammentazione del pensiero che raggiunge una parcellizzazione inimmaginabile solo dieci anni fa. Persino nello straniante “Ghost in the shell” di Momoru Oshii non si poteva percepire questa disintegrazione del contesto culturale come quella osservata sui nostri social.
Covacich, nel suo commento sembra un boomer fermo ai tempi di Star Trek mentre le invenzioni letterarie e scientifiche ipotizzate da una moltitudine scrittori, gli arti bioingegnerizzati e le reti neurali mostrate da disegnatori e registi fin dagli anni ’70 ci hanno portato ad immaginarci un futuro distopico e alienante che mai come oggi mi sento di vivere. Mi sembra quasi di essere come l’apatica Mildred di Fahrenheit 451, assuefatta e soddisfatta della sua interfaccia di piacere, disinteressata al perché delle cose perché le cose non si incontrano più.
Anche io ho avuto un certo prurito e ho scritto un commento a mia volta. Approfitto dello spazio aperto che ha creato.
L’attacco di Mauro Covacich alla fantascienza sulle pagine della Lettura del Corriere è tanto polemico quanto fondato su un equivoco.
L’equivoco emerge già nelle prime righe, quando lo stesso autore ammette di non essere mai stato un appassionato del genere. È una premessa onesta, ma anche significativa. Perché il problema del suo articolo non è che esprima un giudizio negativo sulla fantascienza. È che le attribuisce un obiettivo che la fantascienza non ha mai avuto.
Partiamo da un punto fondamentale.
La fantascienza non serve a prevedere il futuro.
E, aggiungerei, nemmeno i Futures Studies, che del futuro fanno il proprio oggetto di studio, hanno questa ambizione. È una precisazione che mi trovo a fare continuamente quando parlo di scenari futuri.
Lo scopo non è indovinare cosa accadrà.
Lo scopo è esplorare possibilità, mettere alla prova ipotesi, riflettere sul presente, prendere decisioni migliori oggi ed essere più preparati quando il mondo cambia in modi che non avevamo previsto.
La fantascienza non serve a prevedere il futuro. Serve a renderlo pensabile.
Ed è proprio la dimensione narrativa a renderla così preziosa. Dove uno scenario resta astratto, un romanzo riesce a mostrarne le conseguenze concrete attraverso la vita dei personaggi. Immagina dettagli, relazioni, emozioni, conflitti. Ed è spesso proprio in quei dettagli che gli autori colgono intuizioni straordinarie.
Naturalmente esistono molti modi di scrivere fantascienza. Alcuni autori costruiscono mondi con rigore scientifico quasi maniacale, altri usano la scienza come metafora. Entrambi gli approcci possono produrre grande letteratura. La maggiore o minore aderenza alle conoscenze scientifiche è una scelta narrativa, non un criterio di valore.
Per questo rimproverare la fantascienza di non aver previsto correttamente il futuro è un po’ come rimproverare Tolkien per aver descritto gli elfi in modo poco realistico o Rowling per aver inventato incantesimi che non funzionano.
Significa aver frainteso il patto che quell’opera propone al lettore.
In fondo ogni racconto sul futuro parla sempre del presente. Lo osserva da una prospettiva diversa, lo esaspera, ne porta alle estreme conseguenze tensioni, desideri e paure. Lo rivolta come un calzino per mostrarne ciò che normalmente non vediamo.
E qui c’è un altro punto importante.
Innovazione e immaginazione non vivono in mondi separati. Si alimentano continuamente a vicenda. Le invenzioni influenzano le storie e le storie influenzano le invenzioni. Stephen Cave e Kanta Dihal hanno mostrato con grande efficacia quanto gli immaginari collettivi abbiano plasmato il nostro modo di progettare e sviluppare l’intelligenza artificiale. A volte certe tecnologie esistono anche perché, prima ancora, qualcuno le aveva raccontate.
È facile, ad esempio, ridere dei Jetson perché non abbiamo ancora le auto volanti o perché non guardiamo con passione partite di calcio giocate da robot (anche se qualcuno lo fa, ma questa è un’altra storia), ma significa perdere di vista il resto. La famiglia ideata da Hanna-Barbera vive circondata da smartwatch, telemedicina, robot domestici, aspirapolvere automatici, videocall, strumenti per il monitoraggio della salute. Molte di quelle idee oggi fanno parte della nostra quotidianità.
Ma anche questo è, in fondo, il punto meno interessante.
Perché la vera forza della fantascienza non è aver anticipato qualche gadget.
È aver anticipato domande.
Pensiamo ad Asimov e ai dilemmi etici delle macchine intelligenti. A Lem e ai limiti della comunicazione tra intelligenze diverse. A Orwell e ai meccanismi della sorveglianza. A Philip K. Dick e al confine sempre più sfumato tra autentico e artificiale. A Ishiguro e alle implicazioni affettive delle tecnologie.
O ancora a Calvino che, nelle Cosmicomiche, immagina un personaggio perseguitato per sempre dalle conseguenze di un evento registrato nel cosmo e destinato a diventare visibile a tutti con il passare del tempo. È difficile non pensare, oggi, a chi vorrebbe cancellare per sempre un contenuto diventato virale su internet.
Sono opere che non ci colpiscono perché “ci avevano preso”.
Ci colpiscono perché continuano a offrirci strumenti per interpretare ciò che stiamo vivendo.
Ed è questo il punto.
Leggiamo la fantascienza non perché vogliamo sapere come sarà il 2050.
La leggiamo perché ci aiuta a immaginare come cambiano gli esseri umani quando cambiano le tecnologie, le istituzioni, il linguaggio e il potere.
In questo senso la fantascienza non ha fallito.
Anzi.
Ha anticipato domande prima ancora che risposte.
Ci ha insegnato che il futuro non arriva all’improvviso. Cresce dentro il presente. E che ogni innovazione è, prima di tutto, una trasformazione culturale.
Che bella questa riflessione.
Grazie per questa riflessione. Bellissima. Le chiedo da lettrice. Perche un quotdiano nazionale affida in articolo sulla fantascienza a uno scrittore, che per sua stessa ammissione, ne ha letta poca e non se sa molto? Questo disturba spesso, noi lettori: uno scrittore, il più bravo degli scrittori, non può esprimere opinioni su tutto solo in quanto tale. È un meccanismo molto consueto negli articoli, a volte, molto fastidioso pure, perchè da qualcuno che si presuppone abbia uno sguardo affilato sulla scrittura, visto che la pratica, e sulle sue espressioni, noi lettori ci aspettiamo ci si dica qualcosa che non sappiamo già, o ci si apra una prospettiva significativa, una lettura che da soli non avremmo fatto. Sempre più spesso, invece, ci troviamo a leggere banalità.
Tanto per cominciare, in molte culture c’e una visione della realtà, e dunque una produzione letteraria che noi definiremo fantastica. Il celebre realismo magico sudamericano ne è un esempio. Ma poi…difficile trovare un libro più realistico di Farehneit 451 che racconta il nostro presente in modo stupefacente. la letteratura fantastica è allegorica, ricordo il mio professore di liceo che diceva di amare la Commedia di Dante come grande opera di fantascienza..per tacere di Ariosto. Se c’è una cosa di cui sono sicura come diceva Italo Calvino, è che le fiabe sono vere. C’è stata la psicoanalisi e ovviamente il Surrealismo, non bastano per superare i pregiudizi verso i meravigliosi mondi di carta della fantasia?
Da qualche parte su FB devo aver lasciato il commento: “discussione stupida, tipicamente estiva”. Ma se ho sentito la necessità di lasciarlo (cosa rara da parte mia) evidentemente vuol dire che qualcosa deve pur aver suscitato dentro di me, e visto il dibattito che ne sta seguendo verrebbe proprio da dire che Covacich, in qualche modo, ha fatto centro.
Siamo poi così sicuri che la fantascienza non abbia avuto in sé, anche, la vocazione di voler predire il futuro? La mia generazione di boomer che ha visto la fantascienza crescere fino a putrefarsi, come è destino di ogni frutto arrivata a maturazione, ha condiviso non solo l’ansia ma anche l’aspettativa di un futuro che ci prometteva le meraviglie del possibile, con ovviamente tutti gli incubi che ne derivano. Ma il mondo fantascientifico ha esultato quando la profezia della scissione dell’atomo è avvenuta e la bomba è esplosa. Certo, poi è subentrata la paura, e la vergogna. Ma la scossa dell’eccitazione c’è stata.
La fantascienza prevede e lo shock del futuro diviene un best seller mondiale (tanto che perfino potrà mostrarsi sul tavolino dell’albergo di Capri nel film di Billy Wilder Cosa è successo tra tuo padre e mia madre, solo tre anni dopo l’epico sbarco sulla Luna).
Sbaglia Covacich ha fare l’elenco delle previsioni mancate perché in realtà la fantascienza le ha azzeccate tutte, a tal punto che alla fine il cielo dell’immaginario non ha retto più ed è crollato sulla terra, su tutti noi. Isabelle Stengers nel descrivere la cattura che il moderno capitalismo fa dei giovani più promettenti coinvolgendoli in quei giochi finanziari tanto astratti, quanto terribilmente concreti nelle conseguenze, dice che “sembra fantascienza; ma d’altra parte siamo nella fantascienza.”
E non occorre essere lettori o critici esperti: la mastichiamo tutti i giorni. Accettiamo noi tutti non solo quello che vediamo accadere intorno a noi come una normalità, tra nuovi e vecchi orrori, ma anche, e forse soprattutto, quello che accade dentro di noi.
La fantascienza non ci ha offerto nessun patto; ha sempre giocato con lo stesso mazzo di carte truccate su più tavoli contemporaneamente. Quando si mostrava progressista in realtà cercava di mettere pezze a un sistema a rischio disgregazione e quando reazionaria mostrava lampi di verità, come quando quel destro di Fredric Brown svelava nell’alterità assoluta del nemico, il nostro volto umano.
Dick, da buon vecchio trickster, l’aveva capito benissimo e aveva saputo sfruttare al massimo il genere senza restituire ad esso alcunché. Da quella immondizia (al contrario di Sturgeon e Le Guin) lui non avrebbe buttato nulla, nella consapevolezza che proprio lì si sarebbe potuto trovare il divino.
Di fantascienza Antonio Caronia non si è mai occupato, così come di filosofia, letteratura o altro: “quello che conta non sono la letteratura, la filosofia, ecc. ma sono le trasformazioni attraverso quelle esperienze che facciamo su noi stessi (letterarie, artistiche, filosofiche ecc.). La cosa più importante nella vita di un essere umano è l’essere umano… non è quello che lui è, è quello che diventa.” (Macao, seminario su Arte e Follia, 2012). Oggi il confine tra il fantastico e il reale continua a sussistere ma con ben altri riposizionamenti e contese ben più feroci di quelle che attraversano l’esiguo mondo dei fan.
Ma se da questa occasione scaturisse una discussione… cos’è la fantascienza dopo la morte della fantascienza?
Giustamente si è citato Agamben; e allora con lui dovremmo chiederci oggi nella “fase estrema dello sviluppo capitalistico che stiamo vivendo come una gigantesca accumulazione e proliferazione di dispositivi” quali e quanti tra questi sostituiscono il vecchio e obsoleto dispositivo fantascientifico? E come operano? E soprattutto come creare un controdispositivo capace di profanarli? Di rompere quindi il nuovo incantesimo che al posto della promessa di Dio della vita eterna, ci garantisce di poter fare di meglio: darcela!
Bellissimo la riflessione di Cristina Pozzi.
Solo chi non l’ha mai frequentata può pensare che la fantascienza serva a predire il futuro.
Ma anchw seguendo per un attimo Covacich in questa sua farneticazione, è facile smentire la sua successiva affermazione che la fantascienza non ci abbia mai azzeccato. E basta un solo autore, che tra l’altro cita pure: Arthur G. Clarke. Evidentemente con un occhio leggeva e con l’altro guardava la partita.
Nel saggio Extra-Terrestrial Relays del 1945 descrive accuratamente la rete di satelliti in orbita geostazionaria per le telecomunicazioni mondiali, definendo la quota esatta di posizionamento prima ancora del lancio del primo satellite artificiale.
Nel romanzo La città e le stelle del 1956 anticipa il concetto di Internet, descrivendo una rete globale di dati che collega le abitazioni e permette lo scambio di informazioni a distanza.
Nel romanzo Polvere di Luna del 1961 teorizza il turismo spaziale commerciale, immaginando la Luna come una meta di vacanza per civili e descrivendo le dinamiche dei viaggi di linea extraterrestri.
Nel romanzo 2001: Odissea nello spazio del 1968 inventa il Newspad, un dispositivo elettronico a schermo piatto usato dai protagonisti per leggere notizie aggiornate in tempo reale, fornendo l’esatta descrizione di un moderno tablet.
Nel romanzo Le fontane del Paradiso del 1979 introduce l’ascensore spaziale, un sistema di trasporto orbitale basato su filamenti ad altissima resistenza, concetto oggi studiato concretamente attraverso l’impiego dei nanotubi di carbonio.
what else?