I libri degli altri, anzi, i pensieri e le proposte degli altri. Sabato scorso a Bologna si è svolta la seconda edizione degli Stati Generali dell’Immaginazione (qui trovate gli interventi di due anni fa): scrittrici e scrittori si sono confrontati su un manifesto, Scritture Degeneri (proposto da Patrick Fogli e Massimo Carlotto e firmato da molti altri e altre, fra cui la sottoscritta), ovvero quelle che si discostano dai filoni, quelle che ” in un mondo di assimilazione e di mass market rivendicano una strada diversa, alternativa, personale, non elitaria, popolare, accessibile, ma non consolatoria, non accomodante. Sovversiva, disturbante, sistemata in quella fessura fra il reale e il possibile, lo spazio in cui si vedono cose che altrimenti sfuggirebbero, il punto di vista migliore per portare uno sguardo diverso e aprire scenari”. L’idea è quella di un’alleanza che non pretende di cambiare una macchina editoriale ormai difficilmente scalfibile ma provi a portare linguaggio e resistenza. Come ha detto Valerio Varesi, uno dei firmatari, è “un patto di qualità per difendersi da un’editoria che sforna titoli a ripetizione seguendo strategie di mercato al posto di quelle culturali”.
D’accordo, e come si fa?
Intanto, ci si parla, come è avvenuto sabato. E come due anni fa, Lipperatura si mette a disposizione per pubblicare tutti gli interventi. Cominciando da quello di Patrick Fogli.
“Man mano che si avvicinava questo giorno mi sono chiesto sempre più spesso perché siamo qui, noi, le persone che hanno parlato, quelli che hanno firmato il documento. E voi che ci ascoltate.
Non presentiamo libri, non c’è un banco per comprarli, non parliamo di personaggi, disegniamo un presente demolito e un futuro ancora peggiore.
Allora perché siamo qui? Perché siete qui?
A meno che non siamo tutti parte di una setta millenaristica, il senso di questi incontri sta tutto nella risposta alla domanda.
Fra qualche mese uscirà nei cinema di tutto il mondo l’Odissea di Christopher Nolan. Per quelli più distratti, non è una sceneggiatura originale, la storia che passerà sugli schermi è seicento anni più vecchia della nascita di Cristo.
Trentadue anni fa uscì nei cinema un meraviglioso cartone animato. Era la storia di un cucciolo di leone, il figlio del re della foresta. Il padre veniva ucciso dallo zio per usurpargli il trono dopo aver sposato la vedova. Il cardine di questa storia è stato scritto oltre quattrocento anni fa in Inghilterra da un signore di cui ogni tanto, per gioco, ancora discutiamo la vera identità.
Duemila e seicento anni per l’Odissea. Oltre quattrocento per Amleto. Eppure chiunque ha sentito nella sua vita “essere o non essere” e sa chi era Polifemo e usiamo ancora Circe come sinonimo di donna molto affascinante e pericolosa.
Da allora sono nate la macchina a vapore, la stampa, l’elettricità, i computer, il telefono cellulare, l’intelligenza artificiale, siamo andati sulla luna, abbiamo debellato malattie e ne curiamo altre. Da Omero a oggi si sono fondate religioni e sono crollati imperi, c’è stata la rivoluzione francese, tragedie indicibili, due guerre mondiali, abbiamo superato di sette anni il 2019 della Los Angeles dei replicanti, tecnologie sono scomparse e altre sono nate e molte, forse tutte, di quelle che vediamo erano state ipotizzate in qualche storia che un essere umano aveva inventato chiuso in una stanza, in momenti in cui nulla faceva pensare che fossero possibili.
A volte, invece di un oggetto, si profetizzava un futuro. Pensate a Ballard, a Gibson, a Dick.
Perché è questo che fa l’immaginazione, guarda il presente e il passato e crea.
È cambiato il mondo, alla lettera.
E fra le poche cose che non se ne sono andate, che hanno resistito alla morte, agli anni, al progresso, ci sono le storie. E non sto parlando di un oggetto di carta, anche se so che in questo ambiente il feticismo è diffuso.
Parlo del racconto. E ha resistito, perché ne abbiamo bisogno.
L’essere umano si racconta storie da quando è nato il linguaggio.
Quindi, perché siamo qui?
Non siamo qui per lamentarci, non siamo le prefiche al funerale del passato. Ci piacerebbe essere l’avanguardia della costruzione del futuro. O di una possibilità.
Non siamo qui a celebrare la morte della letteratura, come quegli intellettuali un po’ démodé che fumano davanti a un camino e rimpiangono la fine delle mezze stagioni. Siamo qui a dire che la letteratura è viva, cazzo, smettiamola di seppellirla. Siamo quelli che, per citare un famoso film, credono che parole e idee possono cambiare il mondo. E la realtà, quella massa informe di letame e odio che vediamo ogni giorno, lo dimostra.
Anche se in negativo.
Non siamo qui nemmeno per dire che siamo i migliori. C’è già troppa gente che assegna patenti di letteratura, spesso in modo discutibile, e da scranni molto più prestigiosi del nostro.
Non siamo nemmeno qui per dire che tutti la devono pensare come noi, che tutti devono fare come noi. C’è già abbastanza voglia di unanimismo e repressione.
Siamo qui proprio per il motivo opposto.
Perché la realtà racconta un pensiero dominante e noi crediamo che ci sia posto per tutti.
Siamo qui perché pensiamo che se il mondo avesse più storie raccontate come si deve non sarebbe il posto tetro e impazzito che è, e The Donald sarebbe ancora e soltanto quello che dovrebbe essere, il nome di un papero.
Siamo qui perché pensiamo che la scrittura sia un atto politico, una chiave di interpretazione della realtà. Che lo sia raccontare una storia, che ci sia bisogno di riflettere oltre che svaccare. Perché l’intrattenimento è sacrosanto, ma c’è anche altro. Un mercato diverso da quello che sembra e che il mondo dei libri sta devastando, demolendo le sue fondamenta, il lettore vero, uno che prenderebbe ferie per leggere e che non sa più come scegliere di fronte alla massa informe e spesso identica delle proposte che riceve.
Siamo qui perché non ci arrendiamo. Perché questo sono gli Stati Generali, una chiamata fra simili. Un modo per dire che a quello che facciamo, qualunque cosa sia, crediamo ancora, vogliamo credere ancora. Pensiamo che abbia un ruolo in questo mondo, un ruolo non marginale.
Siamo qui, alla fine, per il significato di una parola.
Comunità.
Siamo una comunità di scrittori, lettori, giornalisti, professionisti dell’editoria, librai, bibliotecari.
E rivendichiamo di esserlo, vogliamo esserlo. Gente che ha investito tempo, sogni, desideri, denaro, che è rimasta sveglia di notte per la preoccupazione e che spesso si sente smarrita, confusa, arrabbiata, avvilita.
Siamo quelli delle storie, non solo quelli dei libri, e siamo qui perché sempre più spesso le storie non sono storie e hanno smesso di lasciarci insonni la notte per la paura o l’emozione e hanno cominciato a farlo per disperazione.
Siamo qui per costruire quella comunità, per darle una casa, perché siamo ancora convinti che pure in un mondo egoista come questo o ci si salva tutti insieme o si finirà per morire uno alla volta, alla spicciolata.
Arriverà un giorno in cui capiremo che tutto quello che abbiamo fatto era inutile, o forse no. Ma proprio perché il mondo assomiglia a Mordor, non è questo il giorno, questo è il giorno in cui continuiamo a crederci, in cui cominciamo a crederci per davvero, in cui vogliamo crederci con voi. Con tutti quelli che non hanno voglia di arrendersi, che hanno voglia di cambiare le cose, che credono che le cose possano ancora essere cambiate.
Siamo di parte e vogliamo gente di parte.
Partigiani nel senso letterale del termine, stanchi di mezze parole e anche di chi si nasconde dietro un dito.
L’inverno sta arrivando, la notte è scura e piena di terrore, il mondo ha il ghigno del Joker e la maggioranza danza felice sulle rovine illudendosi che basti strappare un sorriso e ignorare la tempesta perché tutto vada bene. Non c’è niente di male in un sorriso, niente nello staccare il cervello per un po’, in fondo lo facciamo tutte le notti. Ma l’inverno non passerà se non cominciamo a raccontarlo e con lui le pieghe e le ombre e gli angoli dove la luce arriva meno, fuori di noi e dentro di noi. E quando arriverà, ci travolgerà tutti, anche chi lo ha aspettato a braccia aperte. Perché la complessità, l’inventiva, la profondità, l’emozione, la capacità di vedere un gabbiano in una nuvola, sono proprie dell’uomo e tipiche dell’uomo. Per la replica dello stesso formato che riempie gli scaffali sempre più spesso, basta l’intelligenza artificiale.
E accadrà, sta già accadendo.
Lo abbiamo scritto nel documento. Siamo in un momento fondativo o rifondativo.
Tutto quello con cui abbiamo avuto a che fare sta sparendo o lo farà a breve. Ma soprattutto sta sparendo il lettore. D’altra parte perché dovrebbe comprare un libro a diciotto euro quando con quattordici ha Netflix senza pubblicità? Se la gara è sul materiale di consumo, è una gara già persa. Se tutto si riduce a qualcosa che puoi seguire fra un messaggio WhatsApp, un vocale e una rimescolata del sugo, la battaglia è già persa. Se per vendere un milione di copie vanno bene un milione di libri che vendono una copia, la gara è già persa. Se il lettore è quello che compra il megaseller e magari non lo legge nemmeno, la gara è già persa. Perché sembra un’assurdità, ma non è importante solo che comprino il libro, conta che lo leggano.
Anche noi che siamo del settore ci sentiamo spesso rabdomanti con la bacchetta scarica alla ricerca di qualcosa che sappia ancora stringerci il cuore o il cervello o le viscere. L’Italia è un Paese che non legge, da sempre. Tutto il nostro mondo si è retto su un gruppo di lettori forti, ma se chi sosteneva il mondo del libro non trova più nulla che gli piaccia, se è stanco di comprare l’ennesimo libro dell’anno e chiuderlo per disperazione, se un libro è sempre più una scommessa persa, allora quella gara la vogliamo perdere, ignorando tutti i segnali che arrivano, allo stesso modo in cui la politica si disinteressa della metà della popolazione che non vota più e parla solo a quelli che ancora vanno alle urne.
Scritture DeGeneri è una sfida e vi chiediamo di condividerla con noi.
Siamo degeneri perché rivendichiamo la diversità contro il mass market, il ruolo della cultura, della parola scritta, non solo come materiale di consumo. Degeneri perché crediamo ancora che serva una strada alternativa a una consolazione che non consola nessuno o a una verità che spesso serve solo a solleticare i peggiori istinti, come la televisione del dolore.
Degeneri perché un giallo non è una storia dove muore qualcuno e un prete in bicicletta trova il colpevole. Degeneri perché il genere viene usato come un’etichetta ed è una cosa seria non una trovata pubblicitaria.
Degeneri perché non siamo comodi e non sappiamo stare comodi.
Degeneri perché in un’epoca di gente che impone la propria volontà crediamo che dal confronto possa nascere la proposta e dalla proposta un miglioramento.
Degeneri perché usiamo il plurale e non il singolare. Perché conosciamo le difficoltà, ma cerchiamo un modo per affrontarle.
Vogliamo parlare di lavoro, di scuola, del contributo del pubblico nella cultura, di scrittura, contenuti, promozione, del ruolo degli intellettuali in questo mondo, della capacità di un romanzo di raccontare quello che non si vede, svelare, rivelare, mostrare.
Di diventare la seconda domanda in un’epoca che non fa più nemmeno la prima.
Siamo stanchi di lamentarci, stanchi di vedere sorrisi ironici a sottolineare che le cose funzionano così e non ci può fare nulla. In fondo lo pensava anche Luigi XVI.
Sarà una strada complicata, ma semplificare le cose non serve a migliorarle e stare a braccia conserte sperando che migliori, non ha mai risolto nulla.
Siamo qui per provarci.
Con voi e con tutti quelli che vorranno.
Qualcuno la chiamerebbe poetica.
Qualcuno illusione.
Ma se pensate che siamo degli illusi, restate sulle vostre poltrone di pelle, togliete la ragione e lasciateci sognare in pace”.