STATI GENERALI DELL’IMMAGINAZIONE: ANTONIO PAOLACCI E GEORGE ORWELL

Ansia da risultati elettorali? Un piccolo modo per ingannare il tempo è leggere il terzo intervento dagli Stati generali dell’immaginazione. E’ quello di Antonio Paolacci, che nient’affatto casualmente si riferisce a George Orwell.

 

“Nel 1946 George Orwell pubblicò un saggio dal titolo Perché scrivo. Non è un’apologia. Non è un inno alla letteratura. È un’autopsia.

Orwell identifica quattro ragioni per cui si scrive. La prima è l’egoismo: il desiderio di sembrare intelligenti, di essere ricordati, di vendicarsi di chi ti ha ignorato da bambino. La seconda è l’entusiasmo estetico: il piacere fisico di costruire una frase che funziona, di trovare la parola giusta, di far coincidere il ritmo con il senso. La terza è l’impulso storico: il desiderio di registrare le cose come stanno, di lasciare una testimonianza. La quarta è lo scopo politico — inteso nel senso più ampio: il desiderio di spingere il mondo in una direzione, di costruire coscienza collettiva.

Orwell dice che la quarta ragione, per lui, ha finito per dominare le altre. Non perché lui lo volesse. Ma perché il suo tempo glielo imponeva: «Ogni riga di lavoro serio che ho scritto dal 1936 in poi è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo.»

Ottant’anni dopo quell’articolo eccoci qui. Ci sono la crisi climatica, la crisi economica, nuove guerre, nuovi totalitarismi. E una crisi culturale che fatica ancora a riconoscersi come tale.

Io sono in editoria da vent’anni. Scrivo romanzi, lavoro come editor, ghostwriter, consulente. Insegno scrittura, ho diretto collane. Conosco quindi questo mondo da varie prospettive e posso dire a ragion veduta che, tra tutti i ruoli professionali che ricopro, quello che viene meno valorizzato dal sistema culturale di oggi è per assurdo il ruolo di chi scrive.

Chi scrive oggi in Italia può anche aver vinto dei premi, essere tradotto all’estero, aver venduto i diritti cinematografici dei propri libri, ed essere comunque trattato da eterno questuante, come il professionista più facilmente sostituibile, pur essendo la figura in teoria più insostituibile di tutte.

È importare capire che quello di cui parlo è un dato di fatto che non riguarda me o alcune persone soltanto, ma accomuna la quasi totalità degli scrittori e delle scrittrici in Italia oggi.
Un dato che merita di essere guardato in faccia: l’editoria è l’unico settore commerciale in cui chi crea il bene non soltanto non vive del proprio lavoro, ma non viene considerato come un fornitore da tutelare, una professionalità da rispettare, un bene prezioso su cui investire.

L’editoria è infatti anche l’unico settore commerciale dove chi vende affida la promozione del prodotto in gran parte a chi lo ha scritto, e quindi non si preoccupa di vendere la gran parte dei contenuti che produce. Per via di quel sistema complesso che conosciamo, e che ha a che fare con la distribuzione, il catalogo, lo spazio in libreria e – naturalmente – la possibilità di retribuire i fornitori solo se vendono per conto proprio – per caso, per visibilità mediatica, per fortuna, per investimenti personali –, il fatturato delle case editrici si può reggere di fatto sulla vendita di pochissimi titoli l’anno, pur pubblicandone decine di migliaia.

È quindi un settore che abbandona il 99% dei contenuti prodotti, lasciandoli nell’oscurità, considerandolo totalmente irrilevante.

E, dal momento che non promuove la diversità dei propri contenuti, ecco che il mercato insegue la massificazione, puntando su mode passeggere, fenomeni mediatici, subculture televisive.

L’oggetto-libro viene trattato come ciò che di fatto non è; come se un libro valesse l’altro. Come se ogni libro non fosse un veicolo di idee che qualcuno ha faticato a costruire e qualcun altro desidera conoscere.

È per questo che la fantasia stessa si è impoverita. Non è una questione di gusto o di appiattimento culturale. È che la nostra fantasia si restringe, arginata da un sistema che non cerca più l’originalità, non riconosce il potere delle voci diverse e innovative, e anzi le scoraggia prima ancora che nascano.

In tutto questo, il lettore non è solo assente: è una vittima. È stato addomesticato da un’offerta che lo ha deluso sistematicamente, che gli ha venduto promesse e consegnato ripetitive delusioni.

Noi spesso rimproveriamo il pubblico, magari accusandolo di pigrizia, ma a ben vedere il lettore non si è allontanato dalla ricerca dei contenuti. Sta solo smettendo di cercarli nei libri, perché nei libri fa sempre più fatica a trovarne.

Mi viene in mente quello che è accaduto a partire dagli anni Ottanta all’industria alimentare, quando le multinazionali hanno invaso la nostra dieta con prodotti a basso costo e bassissimo valore nutrizionale, fino a quando la scienza ha iniziato a urlare che stavamo avvelenando noi stessi; che dovevamo tornare a considerare il cibo per quel che è: nutrimento e non soltanto un prodotto commerciale. E allora oggi occorre educare le persone a comprare sempre meno i cibi processati, a leggere le etichette, a evitare gli allevamenti intensivi, a cecare altri canali di acquisto…

Non abbiamo smesso di aver fame, perché la fame non passa mai. Né quella del corpo né quella che cerca – da sempre – contenuti, storie, idee, narrazione.

Ecco perché siamo qui oggi. Ecco perché abbiamo deciso di fare rete, fare massa critica, trasformare l’io in noi, rivendicare la diversità come valore. Se per l’alimentazione l’allarme l’hanno suonato i nutrizionisti, per l’editoria tocca a noi suonarlo. A noi che i libri li scriviamo e li leggiamo. A noi che ne conosciamo il valore.

Perché chi gestisce i piani editoriali provenendo da altri settori non ne conosce il valore specifico e, difatti, considera i libri come ogni altro prodotto, con una visione limitatissima, che non va oltre i sei mesi, e uno sguardo che ignora perfino le ragioni per cui il pubblico desidera l’oggetto che si sta vendendo.

Questo approccio porta a credere che il libro venderà di più quanto più somiglierà ai libri già venduti in precedenza. Ma se questo vale per una crema spalmabile, per esempio – giacché le persone vogliono che la nutella abbia sempre lo stesso sapore, che non sorprenda e non dia scossoni –, non funziona con i libri.

Gli uffici commerciali delle case editrici italiane di oggi forse direbbero che George Orwell sbagliava, che i libri non servono a cambiare il mondo e che i lettori comprano secondo altri criteri.

Forse direbbero anche che il suo 1984 non ha impedito alla Storia di ripetere gli orrori che sta effettivamente ripetendo.

Ma noi che il valore dei libri lo conosciamo sappiamo che il lavoro di Orwell — insieme a tanta altra letteratura del dopoguerra — ha forse contribuito a tenere vive le coscienze e quindi a tenere a bada quegli orrori per ben ottant’anni.

Di sicuro sappiamo che i suoi libri fanno luce anche sul nostro tempo. Ci permettono di vederlo. Danno parole a cose che non sapremmo nominare senza di loro.

Quel breve saggio sullo scopo politico della scrittura, George Orwell lo pubblicò poco prima di iniziare a scrivere 1984. E alla fine diceva:

«Da sette anni non scrivo un romanzo, ma penso di farlo molto presto. Sarà di sicuro un fallimento (ogni libro è un fallimento), ma so abbastanza chiaramente che genere di libro intendo scrivere.»”

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