Poi, non è che io sia una santa.
Non sono immune, ovvero, da tutte le passioni tristi che osservo negli altri, dalle chiusure al mondo, dall’essere autoriferita, dal provare quella punta di dolore nel sentirti sottovalutata per colpa – già, per colpa – di qualcun altro che non sei tu.
Lo capisco bene, cosa significhi, per esempio, essere convinti di aver scritto ilromanzopiùbellodelmondo e leggere qualche nuova uscita chiedendosi “ma come? pubblicano questa roba e io ancora non so bene chi, dove, perché?”, oppure “ma come? tutti impazziscono per questa roba e non per quel che scrivo io?”, oppure ancora “ma come? candidano questa roba a un premio e io invece?”.
Capita a tutti e a tutte. Capita quasi sempre, ed è normale che sia così. Con alcune differenze caratteriali, e, sì, anche di genere. Ne parlavamo, con Chiara Palazzolo, nelle solite lunghissime telefonate che tanto rimpiango: succede spesso – ci dicevamo – che quando uno scrittore riceve una critica, o un rifiuto, o una sottovalutazione, si trinceri dietro un’autostima così forte (e salvifica) che lo porta a considerare colpevoli gli autori della critica e del rifiuto e dell’indifferenza. Una scrittrice, ci dicevamo ancora, si colpevolizza: è colpa mia, dice. Non sono abbastanza brava. Ho scritto una vera schifezza. Meglio cambiare mestiere, o buttare via tutto e ricominciare.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di frequentazione del mondo dei libri e altrettanti, direi, del mondo dei social, è contare fino a dieci. Non riesce sempre, intendiamoci, perché appunto non sono una santa, e magari i santi non esistono e neanche, chissà, servono.
Però, ho imparato a riconoscere quando le polemiche vengono avviate con l’idea non di discutere davvero ma di piantare un casino, oppure di sfogarsi e dire apertamente quello che si pensa senza mediazioni. E questa mattina, per un po’, mi sono chiesta se davvero valesse la pena di discutere delle intellettuali frenate dal diktat del femminismo, seguendo l’articolo di una scrittrice e critica a cui voglio bene e stimo. Ma mi sono risposta di no: primo, perché se n’è già parlato infinitissime volte e non sempre si ha voglia di ripetersi, e poi perché si entrerebbe comunque in una spirale di aspettative e conferme che non porta da nessuna parte, così come non porta davvero da nessuna parte il tipo di critica avvelenata, o di postarelli urticanti che altri (non l’autrice dell’articolo) scrivono per avere i riflettori su di sé, e non per contribuire, ancora una volta, alla discussione, perché il sottinteso è che comunque ha sempre ragione l’autore dei postarelli e gli altri sono imbecilli (le altre, nel caso).
E allora non si scrive più niente? E allora ci si lascia andare in questo mondo di ladri e per fortuna almeno non ci sono gli eroi? In un mondo che, ma guarda quanta gente si sveglia adesso, si sta autoavvitando su se stesso?
No, affatto. A parte che, volendo essere pignolissime, di quella crisi e di quel distacco della letteratura della realtà ho personalmente scritto centinaia di volte fin ad annoiarmi da sola. E non mi tiro indietro se c’è da parlarne di nuovo: ma per quel che mi riguarda preferisco scegliermi le cause su cui vale la pena impegnarsi. E sinceramente, quando sento puzza di chiuso, preferisco aprire le finestre.
E ci sono altre due cose nel piccolo mondo dei libri così come in quello grande, che dovremmo imparare: la prudenza e la pietà. Concederci la fragilità dello spavento o della delusione, sempre, ma provare a non alimentare le risse, perché ce ne sono già troppe, e in moltissimi casi non servono. Per dire, la polemica sul trailer dell’Odissea di Nolan mi interessa pochissimo: andrò a vedere il film e dopo dirò la mia, ma adesso, onestamente, accapigliarsi serve solo a passar tempo davanti a uno schermo.
Non mi sto trasformando in cavaliere jedi, gente, sto solo cercando di essere lucida, sto cercando di tirar fuori da me stessa qualcosa di buono, per nascosto che sia: perché questi non sono tempi da trascorrere prendendoci a morsi per delle sciocchezze, direi.