LE OSSA DI D’ARTAGNAN E IL QUARTO ESCLUSO

Due giorni fa ho letto, sul New York Times, la storia di Wim Dijkman, olandese, archeologo comunale, curatore di museo in pensione, ladro di ossa: ha infatti tenuto per sè due denti e un omero che potrebbero appartenere a D’Artagnan, o per meglio dire a Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan, confidente di Luigi XIV e capitano dei suoi Moschettieri della Guardia, morto durante l’assedio di Maastricht nel 1673. E, naturalmente, divenuto protagonista del romanzo di Dumas.

Dijkman è come Achab: è ossessionato non da una balena ma da uno scheletro, perché il suo sogno, e dunque la sua ossessione, è restituire al mondo i resti di uno straordinario personaggio, non solo letterario. Fatto sta che ha cominciato a indagare, e infine, senza richiedere permessi e accampando scuse presso il diacono, ha scavato nella chiesa di San Pietro e Paolo, vicino Maastricht. Copre gli scavi con un tappeto. E, infine, trova effettivamente uno scheletro, mette le ossa in un po’ di sacchetti e prova a cavarsela. Viene arrestato. Resta in cella per qualche ora e infine consegna le ossa. Che sono tuttora sotto esame.

Mi piacciono le storie di ossessione. Anche se l’ossessione è la deformazione del desiderio, è già un passo in più rispetto alla stagnazione che mi sembra di vedere nel nostro tempo. Stagnazione e insieme divisione. Su tutto, e non solo sulle parti visibili e discusse della politica: sulla storia recente, come si è visto e scritto in questi giorni, sugli orrori delle guerre che premono e non passano e anzi, sulle nostre vite che almeno da sei anni a questa parte sono all’insegna della dicotomia.

E allora, con una certa tenerezza nei confronti dell’archeologo in pensione che scava in gran segreto dietro l’altare di una chiesa, mi viene in mente che D’Artagnan stesso è il quarto escluso in quella trinità formata dagli altri moschettieri, ed è lui infatti a formulare il  giuramento “Tous pour un, un pour tous”.
Ho ricordato altre volte un saggio del 1998, decisamente ambizioso e meravigliosamente astratto (uno di quei libri in cui si affonda con piacere, non a caso, matematico). Si chiamava D’Artagnan, il quarto escluso, uscì per Feltrinelli nel 1998, lo scrisse un filosofo tedesco, Reinhard Brandt.
Il sottotitolo fornisce la misura dell’ambizione di cui sopra: “Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1,2,3/4″. Ovvero, in parole per forza di cosa povere, Brandt sosteneva che nei miti, nelle religioni, nella letteratura occidentali (ma non solo), ricorre la struttura del tre più uno: dove uno, due, tre sono elementi fra loro omogenei, mentre il quattro, l’estraneo, quello che a volte si oppone addirittura ai primi tre, serve però a definirli. Per usare le parole di Francesca Rigotti:” L’idea di Brandt è che sia presente nella cultura europea una modalità di riduzione della complessità che la contrae a una triade (Athos, Portos, Aramis), al quale si aggiunge una quarta posizione (D’Artagnan) che incide come unità dei tre elementi, oppure come momento di riflessione o di superamento e simili”.
Esempi sparsi: oltre al romanzo di Dumas, la religione cristiana con la triade divina cui si aggiunge o si oppone un indispensabile quarto che è creatore e positivo (la vergine) o distruttore e malvagio (il diavolo). Ma si toccavano, nel saggio, anche Platone e Marx.

E’ un libro che non ho mai dimenticato, e di cui parlai con l’autore in una lontana e scintillante puntata di Lampi su Radiotre in cui, insieme a Brandt, sciorinavano sequenze numeriche e teorie filosofiche Piergiorgio Odifreddi e Paolo Fabbri.
E proprio in questi giorni penso che ci sarebbe bisogno del quarto escluso, o quanto meno un terzo escluso, dal momento che sembra impossibile uscire da uno e due. O uno o due. Qualunque sia l’argomento della discussione non si esce dalla contrapposizione: se  sei contro la guerra, non puoi che essere un amico di Putin, se omaggi Emma Bonino sei necessariamente liberista e capitalista e via così a seconda della questione che si affronta al momento.

Il che funziona su un social, non funziona per il Noûs, qualunque sia il significato che diamo alla parola (intelletto, esperienza, anima). Ci deve essere sempre un terzo o un quarto escluso da prendere in considerazione: anche perché, in una contrapposizione uno a uno non si produce dubbio, non si producono varianti. Non si produce un bel niente. Ed è quello che ci sta succedendo: con tutte le giustificazioni possibili, sarebbe ora di piantarla, tutti noi, tutti.

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