VIVA LA FANTASCIENZA: LORENZA GHINELLI, SILVIA BOTTANI E I CIGNI NERI

Sì, vi aspettate un post sul Premio Strega e, sì, c’è un articolo su Lucy.Sulla cultura. Però proseguire la discussione sulla fantascienza ha molto senso nella giornata di oggi, soprattutto grazie alle due autrici di questo intervento, Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani, cui si deve un bel romanzo appena uscito per Aboca, La roccia dalle radici di stelle. C’è un paese, Valle Fratta, che viene spezzato e distrutto da un’alluvione e da una frana spaventosa. Pochi i sopravvissuti, e non tutti umani. Ma c’è una roccia che spunta dal terreno, e c’è una possibilità comune: quella di un’unione fra specie per costruire quella che davvero potrebbe essere una comunità, che superi le dicotomie e restituisca speranze. Perché a volte, grazie a chi scrive, si può anche attraversare lo specchio e trovare luce. Ed è anche questo il compito degli intellettuali: non i gossip. Tutto vostro.

 

REALISMO E CIGNI NERI

di Silvia Bottani e Lorenza Ghinelli

Mentre il pianeta Terra è al collasso per cause antropiche che una parte dell’umanità continua a negare, e i diritti delle persone, delle piante e degli animali risultano sacrificabili in nome del profitto di pochi, interrogarci sul principio di realtà diventa imprescindibile. La realtà, sempre che questa parola possa essere declinata al singolare, non può erigersi a paradigma conservativo della stagnazione, del cinismo e della passività.

In fondo è così che le vecchie generazioni umiliano le nuove: riducendo le loro richieste di assunzione di responsabilità collettiva con un «Eh, ma non si può mica cambiare dall’oggi al domani, non è realistico». Il punto è che è comunque necessario. Perché non c’è più tempo. Perché il cadavere del capitalismo sta già crollando e puzza, e non è il caso di praticargli una respirazione bocca a bocca. Ma prima di riprendere da qui, forse si rende necessario un restringimento del campo: l’ambito di cui ci occupiamo sono le storie e la nostra riflessione si colloca necessariamente sul piano della letteratura. Torneremo poi a ragionare di realtà in termini estesi.

Ci troviamo a scrivere da un punto preciso nel mondo e nel tempo. Noi, nello specifico, dall’Italia di inizio secondo Millennio. Apparteniamo quindi a una definita prospettiva culturale, che per quanto contaminata e influenzata, vede il realismo come forma letteraria dominante della propria tradizione, a cui si affianca l’antirealismo, con tutte le sue sottocorrenti. Strade che appaiono parallele ma separate.

Sarebbe bene sgombrare subito il discorso da un malinteso: i realismi hanno prodotto romanzi straordinari, così come memoir e autofiction. Quello che ci sembra significativo è però evidenziare il pregiudizio diffuso in ambito editoriale riguardo a un genere – nello specifico la fantascienza – ma che riguarda poi da sempre tutta la letteratura del fantastico, a partire dal vituperato horror. Se ogni genere ha una sua specificità, che qui non affronteremo, osservando da vicino la fantascienza colpisce come il pregiudizio letterario che affligge l’editoria italiana, da parte di molti scrittori, editor, agenti e professionisti del settore, riguardi essenzialmente la pagina scritta. Sì, perché la fantascienza, al cinema, invece gode di ben altro rispetto.

Possiamo affermare che la sci-fi sia il genere cinematografico che in assoluto ha rappresentato il massimo grado di spettacolarità visiva. Non di per sé un valore, ma è certo che la fantascienza sul grande schermo ottenga un riscontro di pubblico straordinario.

Inoltre possiamo concordare sul fatto che alcune tra le pellicole più stimolanti dal punto di vista della riflessione sulla contemporaneità siano state proprio opere di sci-fi, spesso tratte da romanzi di cui la maggior parte delle persone ignora l’esistenza: se il cinema di finzione nasce con il viaggio sulla luna di George Méliès, sembra superfluo ricordare l’impatto che hanno avuto sull’immaginario collettivo la fantascienza psichedelica di 2001: Odissea nello Spazio o quella metafisica di Solaris di Tarkovskij, e poi L’invasione degli ultracorpi (e il remake Terrore dallo spazio profondo), Fahrenheit 451, la serie Star Wars, Alien, titoli come Brazil, Blade Runner, Incontri ravvicinati del Terzo Tipo, E.T., La cosa, e ancora Gattaca, Avatar, Minority Report, Jurassic Park, Armageddon, Interstellar, Hunger Games, Arrival, Matrix, AI, Dune (compresa la versione da sublime fallimento di Lynch), fino a Crimes of the future, Black Panther, Mickey 17, Ghost in the Shell, Hope, Disclosure Day. Per non parlare dei fumetti (rimanendo in occidente pensiamo a L’eternauta, ai mondi di Moebius, di Battaglia e Milani, di Enki Bilal e Tanino Liberatore) e delle serie tv (solo per fare qualche titolo citiamo Black Mirror, Il racconto dell’ancella, Westworld e Il problema dei tre corpi). E non abbiamo menzionato il radiodramma La guerra dei mondi, architettato da quel genio di Orson Wells. Perdonateci la vertigine dell’elenco, ma davvero mettere in fila i titoli restituisce l’importanza che il genere ha nella costruzione dell’immaginario collettivo della contemporaneità. Scorrendoli, si nota come le grandi domande metafisiche siano sempre state centrali nella sci-fi, un genere che peraltro ha una naturale propensione a ibridarsi ad altri quali il racconto epico, l’avventura, l’horror con tutti i suoi sottogeneri, il melodramma, il western, il noir, il fantasy, le eco-narrazioni e le atmosfere eerie e weird. Se, semplificando, il pensiero narrativo risponde a un naturale bisogno umano di mettere ordine in una realtà caotica e incomprensibile, la mitopoiesi non può che avvenire attraverso l’elaborazione di elementi fantastici. Pensarci come esseri razionali non significa rinunciare al contributo che un’immaginazione libera può offrirci in termini di elaborazione della nostra esperienza esistenziale, individuale e collettiva. La fantascienza, in questo senso, sembra ancora in grado di fornirci ottimi strumenti per aprire squarci nella realtà e immaginare l’altro e l’altrove.

 

Perché allora il cinema di sci-fi incontra il favore del pubblico e la letteratura no? Posto che crediamo sia vero solo in parte, sospettiamo che il punto riguardi una diseducazione generale verso la letteratura di genere. Complice per esempio la scuola, con tanti insegnanti che rifiutano qualsivoglia narrazione che esuli dal perimetro del realismo e che guardano con snobismo altre forme narrative, giudicandole senza frequentarle. Un pregiudizio vecchio di secoli, fondato su una precisa visione politica eretta su un pensiero razionale che ha espunto gli elementi magici e l’immaginazione, in una prospettiva utilitaristica che ha impoverito la relazione tra individuo e realtà. Complice anche un mondo letterario italiano per lo più borghese e velleitario, che sembra apprezzare il genere solo quando proviene da autori esteri ed è refrattario a proporre al pubblico tutto ciò che è ibrido, commisto o esce dai parametri rassicuranti della produzione realista di un autore, rendendolo così “sospetto”. Un mondo letterario smemorato, che sembra troppo spesso dimenticare la tradizione italiana del fantastico, di cui basterebbe nominare Dante e Ariosto per restituirne grandezza e centralità. Compiendo un brusco salto in avanti, possiamo davvero escludere dai grandi romanzi del ‘900 Kafka, Borges, H.G.Wells, Tolkien? Non lo crediamo, e non servirà citare sul versante italiano Calvino, Landolfi, Gadda, Buzzati, Malaparte, Ortese, solo per rimanere su nomi storicizzati.

Un mondo letterario che spesso dimentica come realismi e antirealismi si siano intrecciati, dando vita ai capolavori su cui ci siamo formati, e che dovrebbe ormai considerare come un retaggio del passato la divisione tra “einaudiani” e “adelphiani”. D’altronde, la letteratura del presente porta su di sé segni ben diversi, e malgrado ancora fatichino a entrare nelle vituperate classifiche di vendita, gli autori che alimentano con ostinazione la biodiversità del mondo editoriale sono tanti e i titoli che spaziano in territori fantastici di varia natura non mancano (a cercarli).

Un terzo fattore da considerare potrebbe essere anche la prevalenza del racconto individualistico, autoriferito, che occupa buona parte degli spazi della letteratura odierna. La scomparsa delle grandi utopie e lo spazio lasciato vuoto dalla politica si traduce forse in una minore spinta verso racconti collettivi, nei quali la comunità è per lo più rappresentata in assenza o nella sua disgregazione: se la dimensione del “noi” è crollata, allora la prospettiva è quella dell’individuo ripiegato sul proprio mondo privato, e il realismo in questo senso offre una rassicurante opportunità di rispecchiamento e di aderenza a una realtà apparente che, tuttavia, appare sempre più instabile e la cui complessità tende a soverchiare le capacità cognitive di ognuno.

Ed eccoci alle storie, anzi alle scrittrici e agli scrittori. Forse dovremmo chiederci con più serietà cosa comporta il gesto di narrare e a cosa serva, ammesso che serva.

La presunzione di realtà ci rende vulnerabili, miopi, cinici, manipolabili. Valerio Evangelisti lo scrisse chiaramente: «Il neoliberismo è stato in grado, attraverso un uso quasi scientifico dei mass media, di penetrare nei cervelli e svuotarne gli angoli più riposti di ogni contenuto non funzionale. In pochi anni ha condotto un assalto senza precedenti alla sfera dell’immaginario, infettandola di non-valori, false certezze, distorsioni ottiche ispirate a una logica mortifera, che vede il più forte avere non solo il diritto di vincere la gara per la vita, ma anche quello accessorio di calpestare lo sconfitto, ignorandone l’umanità». Questi stralcio è tratto da un articolo che pubblicò su Carmilla nel 1995, e ancora oggi è di un’iperstizione e di un’attualità abbacinanti che non possono non farci pensare al genocidio del popolo palestinese in mondovisione, col bene placito di un mondo connivente piegato a logiche finanziarie, e al generico impoverimento culturale e umano in cui versiamo tutti, con le nostre solitudini e alienazioni. Abbiamo bisogno di storie che ci traghettino fuori dalla violenza di questa realtà che non è più accettabile e che ci strutturino per affrontare cambiamenti irrimandabili. Le nuove rivoluzioni costituiranno l’alba di nuove restaurazioni? Probabile, ce lo ha mostrato persino Karel Thole, il poderoso illustratore di molti numeri di Urania: quando illustrò Le primavere del mostro, di Piero Zanotto, disegnò un vecchio e un bambino che procedevano insieme, tenendosi per mano, verso una ghigliottina illuminata da una luce sinistra che sarebbe ingenuo definire alba. Chi porta chi, a morire? Non moriremo forse tutti? Che sia dunque l’utopia a gonfiare le vele, a illuminare strade che non esistono, affinché ci sia possibile costruirle.

La fantascienza e l’horror ci offrono strumenti e tropi in grado di inceppare il meccanismo perverso che chiamiamo realtà, per poterne osservare gli ingranaggi arrugginiti e modificarne struttura, significato e direzione.

I danzatori di Noyo, che danno il titolo all’omonimo romanzo di Margaret St. Clair, non sono mai esistiti nei termini in cui li ha descritti, ma assistiamo ogni giorno alla squallida danza del potere che ci costringe tutti a ritmi insostenibili e oppressivi piegando a questi anche le nuove generazioni e il futuro stesso.

La realtà ci viene narrata da chi ha saputo immaginarla prima, e se non si hanno strumenti per decodificarla saremo destinati a stagnare nell’immaginazione di qualcun altro che difficilmente avrà la nostra etica. Ammesso che ne abbia una.

Oggi più che mai ci sembra quindi necessario riconoscere il valore di tutta quella letteratura che offre una palestra immaginativa ai lettori. In un momento storico così complicato, costruire mondi alternativi, allenare la mente a visioni che non siano un mero esercizio di escapismo ma la progettazione di un futuro alternativo, coltivare domande filosofiche e scegliere di incardinarle dentro speculazioni narrative che aprano scenari immaginativi inediti è un lavoro prepolitico quanto mai necessario. La fantascienza nostrana può dialogare con altre scritture di futuri possibili – pensiamo per esempio agli autori del cosiddetto afrofuturismo o alla sci-fi cinese, che molto hanno da offrire in termini di contributi immaginativi. Ci auguriamo perciò che anche i lettori abbiano voglia di ampliare lo sguardo e accogliere narrazioni meno rassicuranti ma più feconde.

Entrambe, per strade differenti, ci siamo scontrate con il sessismo e il classismo che travolge qualunque autrice decida di alzare la testa validando se stessa, la propria voce e il proprio immaginario. Abbiamo scelto di non temere il talento dell’altra sovvertendo in questo modo vecchie narrazioni che ci avrebbero visto rivali. Alleandoci e immaginando più forte, abbiamo scoperto che le rivoluzioni si fanno insieme. Ed è facendo rete che si costruisce una realtà abitabile per la comunità intera.

Quando abbiamo scritto La roccia dalle radici di stelle abbiamo scoperto che la nostra intuizione era giusta: scrivere insieme non è una somma, è qualcosa di molto diverso e più prossimo alla meccanica quantistica. Comporta un allargamento degli orizzonti e il principio di nuovi paradigmi.

Dissentire da ciò che ci hanno insegnato a chiamare realtà significa offrirsi la possibilità di rifondarla, diversamente ci travolgerà con tutti i cigni neri che cela nel suo lato in ombra. Un lato che solo l’immaginazione è in grado di illuminare.

Lunga vita alle narrazioni di genere. Lunga vita alla fantasia.

Lunga vita a tutte le creature indocili.

 

Un pensiero su “VIVA LA FANTASCIENZA: LORENZA GHINELLI, SILVIA BOTTANI E I CIGNI NERI

  1. Un breve appunto e un ricordo.
    Il cinema di “fantascienza” ha avuto senz’altro un enorme impatto sul medium. Non so se tutti i titoli qui presentati (vedi “Avatar” o “Star Wars”) siano da considerarsi davvero di fantascienza, in realtà non furono per forza dei successi commerciali. “Blade Runner”, ad esempio, fu un mezzo flop al botteghino. E non è casuale, perché i grandi film di sy-fy diventano di “culto” più che dei blockbuster.

    Ma ciò che vorrei sottolineare è che nell’elenco non figura nessun titolo italiano. Giustamente. Abbiamo avuto dei buoni film di fantascienza anche in Italia, ma di numero esiguo e tutto sommato ininfluenti per l’immaginarium.
    Questo significa che da noi c’è una resistenza “strutturale” che passa dalla letteratura e finisce al cinema – ma tocca anche altre forme d’arte – nei confronti del “fantastico”. Lascio ad altri più esperti capire i motivi di questa chiusura. Per la settima arte, il nostro imprinting deriva dal neorealismo e in seconda battuta dalla “commedia italiana”, e ancora oggi basta vedere le trame dei film per capire che gli altri generi sono mal tollerati.
    Mi è sempre stato risposto che in Italia esistono problemi di budget, per cui è più economico girare in camera e cucina. Ma non è vero. E’ una scusa, anche palese, perché il sy-fy non è necessariamente ricostruire astronavi e vita su altri mondi.
    Molto più verosimile che si abbia paura di non incontrare i favori del pubblico, andando incontro ad insuccessi commerciali, e che gli autori – per la maggior parte – abbiano la puzza sotto il naso quando si parla uscire dal “realistico” (che poi non esiste).

    Il ricordo.
    Loredana, ma quanti anni sono che su questo blog si lotta perché il fantastico in Italia sia considerato senza stigmi? Quando facemmo quell’elenco di libri, qui su Lipperatura, e scoprimmo che in realtà la nostra vita di lettori era costellata di fantastico in ogni sua diramazione?

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