In un’altra galassia non troppo lontana prosegue la discussione sul Premio Strega. Avendo detto quanto avevo da dire, proseguo qui la discussione sulla fantascienza. Oggi interviene, e lo ringrazio, Christian Caliandro, storico, critico d’arte contemporanea e curatore, nonché autore di diversi interventi sulla fantascienza medesima su Doppiozero, Minima&Moralia, Artribune.
I Cure e la fantascienza
di Christian Caliandro
Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie tra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla…
GEORGE ORWELL, 1984 (1949)
L’anno scorso, in un’intervista con Matt Everitt, Robert Smith dei Cure ha spiegato che il titolo dell’ultimo album della band, Songs of a Lost World (2024) derivava dalla sensazione che l’umanità abbia raggiunto il suo picco, in un certo senso, a metà degli anni Settanta, e che da lì in poi abbia iniziato a declinare. È partito dal suo ricordo di quando, a dieci anni, assistette all’atterraggio sulla Luna: “Mi sento ancora come quel bambino che guarda la Luna. Sono cresciuto nel glorioso trentennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il mondo in cui sono cresciuto diventava migliore ogni giorno. Sembrava essere su una traiettoria verso, e l’atterraggio sulla Luna era parte di questo intero processo. Ho compiuto 16 anni nel 1975, e a quel punto è sembrato che il mondo intero entrasse in stallo, e che abbia da allora abbia compiuto una discesa. Questo è il nucleo… questo è il cuore pulsante dell’album.”
Ecco, cinquant’anni fa, il tempo ha cominciato ad avvitarsi, a ripiegarsi su se stesso. E questo ‘tornare indietro’ è stato spesso interpretato, da chi c’era anche prima, come una regressione drammaticamente interessante. Philip K. Dick, per esempio, se ne era accorto già da alcuni anni, visto che i suoi romanzi principali degli anni Sessanta (come per esempio Illusione di potere del 1966, e soprattutto In senso inverso del 1967) contengono metafore piuttosto precise di questa trasformazione profonda nella nostra concezione del tempo, tra ricostruzioni fedeli delle città dell’infanzia e biologie intere che scorrono all’indietro.
La nostalgia – vero asse portante della cultura postmoderna – è dunque il vettore principale di questo processo, ma ne è anche la conseguenza maggiore. La nostalgia come sguardo idealizzante sul passato è generata dalla paura del presente e del futuro, ma a sua volta causa questa paura; più ci siamo assuefatti alla continua ri-capitolazione e ri-permutazione del già-noto, più abbiamo trovato difficoltoso scoprire e riconoscere e persino apprezzare il nuovo… E così via.
In particolare, l’ultima opera di Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer (pubblicata postumo nel 1982), è in questo senso rivelatrice: nel romanzo, infatti, la nostalgia non è un semplice ricordo nutrito di rimpianto, ma il desiderio di senso in un passato percepito come più coerente o autentico – più ‘reale’ – rispetto al presente. La nostalgia non serve dunque all’evasione, ma all’interrogazione critica del presente.
La fantascienza non è perciò predittiva in senso letterale – e non potrebbe del resto esserlo, neanche volendo. Ma la migliore lo è in senso più sottile, più perturbante, più interessante, e giunge a cogliere aspetti dell’immaginario collettivo che solo dopo diventeranno centrali. Nel rileggere per esempio oggi La falce dei cieli (1971) di Ursula K. LeGuin, i sogni terribilmente “efficaci” di George Orr non risultano sinistramente familiari in un modo nuovo?
Del resto, il cyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling (e di altri autori come John Shirley, Lewis Shiner, Rudy Rucker, Pat Cadigan, Greg Bear) ha anticipato non solo e non semplicemente internet, ma un intero modo di interpretare la realtà che è quello che regola oggi le nostre scelte e i nostri comportamenti: in qualche modo inoltre, oltre ad anticiparlo, ha contribuito anche a costruirlo e a determinarlo. Quando Gibson, nella fase successiva del suo lavoro, si concentra su un tipo di narrazione fantascientifica sempre più ravvicinata al presente, al punto da renderla quasi indistinguibile da esso (soprattutto con il Ciclo di Bigend, composto da L’accademia dei sogni, 2003, Guerreros, 2007 e Zero History, 2010), compie un’operazione concettuale estremamente interessante e importante: lo spostamento in avanti nel futuro di un mese, o di un anno, può risultare straniante come quello di secoli. Inoltre, un autore che non ha certo bisogno di presentazioni come Alan Moore sta dimostrando nel suo nuovo ciclo Long London (Il Grande Quando, 2024 e Il Mondo Nuovo, 2026) ulteriori, innovative declinazioni del rapporto con il tempo, la memoria, la storia dei luoghi.
Perché il punto centrale, molto spesso, è la dislocazione: una dislocazione che consiste anche e soprattutto nell’isolare gli elementi – a disposizione di tutti – che fanno il presente, e che molto spesso sono quelli più invisibili proprio perché sovraesposti, e di farli crescere, di portarli alle conseguenze più o meno estreme ma sempre logiche. È questa d’altra parte la differenza sostanziale tra la fantascienza e il fantasy, che non a caso conquista il mainstream proprio quando inizia a manifestarsi una ‘crisi’ occidentale del genere fantascientifico, a partire da trenta-quarant’anni fa. Il tempo (e spesso lo spazio) del fantasy tradizionale, infatti, non coincide con il nostro, la società e le sue regole non sono le stesse, e la relazione con la nostra realtà è di tutt’altro tipo.
Del resto, la diffidenza nei confronti della capacità ‘realistica’ della fantascienza nel nostro Paese ha radici lontane e profonde, e altri ne stanno parlando su queste stesse pagine. Basterebbe in questo senso ricordare almeno il rifiuto opposto da Italo Calvino e in generale dal mondo letterario italiano dell’epoca a uno scrittore come Guido Morselli (uno dei pochissimi ad aver frequentato in maniera assidua il genere), o ancora il rifiuto del Signore degli Anelli da parte di Mondadori già negli anni Cinquanta (“un lavoro di questo tipo non può interessare un gran numero di lettori italiani”) fino al parere lapidario su Tolkien di Elio Vittorini, allora direttore della collana Nuovi scrittori stranieri: “il successo del tentativo avrebbe richiesto la forza di un vero e proprio genio (che Tolkien dà prova di non essere) e la convalida di un’attualità (cioè che il libro implicasse la metafora di qualche attualità), ma ciò non si verifica affatto”.
Eppure, per esempio, Valerio Evangelisti ha compiuto nella sua vita un lavoro intenso, profondo e ampio per aggiornare questo quadro che per molti versi sembra essere rimasto tale e quale, con minime variazioni, e negli ultimi anni e decenni sono emerse nuove generazioni di scrittrici e scrittori impegnati a fare letteratura fantascientifica e fantastica che sta alla pari con quella prodotta in ambito anglosassone e in altri continenti, indagandone ed esplorandone le infinite possibilità.
Davvero interessante. Molto. Da leggere e rileggere. Ho cominciato a scrivere come atto di testimonianza e protesta contro questa involuzione per cui siamo passati dal Concorde a Ryanair, da Kubrick a Netflix.
Nel 2003 (anno di uscita del mio primo romanzo) ebbi la terribile visione di un futuro simile a una tomba regale egizia, con un cielo di stelle dipinto che dobbiamo assolutamente tornare a sfondare, come sembrava possibile alla fine degli anni ’60.
Con che droga o che rivelazione non so, ma “se non ora, quando?”.
L’umano ha un potenziale incredibile, nel bene come nel male. Evolversi, mutare, li sembrano alternative migliori rispetto all’estinguersi.
P.S. Ho brindato due volte alla morte di un nemico di classe. Per Margaret Thatcher e per Steve Jobs. Se non siete d’accordo, liberi.