La prendo da lontano.
Molti anni fa, Oreste Del Buono assicurava a un intervistatore che il neorealismo era morto e sepolto: “l’ha ucciso la televisione, né mai lo resusciteranno quei giovanotti presuntuosi e senza talento che osano definirsi neorealisti”. Decadi dopo, la frase resta vera per il neorealismo propriamente detto, ma non per il realismo.
E quando ci si interroga sulla crisi dell’editoria, questo aspetto viene regolarmente lasciato indietro: quando si rimprovera la mancanza di mondi narrativi, ci si riferisce sempre ai mondi reali, relegando l’aspetto fantastico ai libri per giovani adulti, ed è un errore gravissimo, e sono quasi stanca di ripeterlo.
Passo indietro, prima di cominciare: chi si è interrogato sull’importanza di trasformare in storie fantastiche il flusso di avvenimenti quotidiani, e dunque di raccontare proprio il benedetto reale attraverso l’irrazionale, ha trovato alcune consolazioni, italiane e non, negli ultimi tempi. Intanto, in uno dei romanzi più belli del 2024, ovvero Gli uomini pesce di Wu Ming 1, straordinario esempio di perturbante dentro un romanzo storico e insieme contemporaneo che racconta il fascismo a Ferrara, la cementificazione del secondo Novecento, la crisi climatica e la secca del Po fino ad arrivare al post covid. C’è tutto quello che si cerca in un libro: la storia, il territorio, la prospettiva e persino lo sconfinamento nella fantascienza, con un io narrante femminile, cosa non frequentissima nella scrittura maschile, e con la partecipazione speciale, fra gli altri, di Lovecraft, alchimisti, scrittrici e dell’Eliot di Terra desolata (“But who is that on the other side of you?”).
Poi, un romanzo che è insieme distopico e realista, ovvero Diluvio di Stephen Markley, apertissimo omaggio a The Stand di Stephen King: come King, Markley usa gli avvenimenti grandi e piccoli del quotidiano per farci capire il mondo, dallo stress post traumatico dei soldati americani (come in Ohio) alla dipendenza diffusa dall’Oxycontin (come in Ohio, di nuovo), alla formazione sentimentale e non dei protagonisti e alle fascinazioni per i nuovi culti religiosi. Ci vuole tempo per farlo? Markley ci ha impiegato più di dieci anni. Ci vuole lo sguardo rivolto al resto del mondo? Soprattutto. Ci vuole il superamento dell’introspezione? Decisamente sì, laddove l’introspezione, almeno, diventa chiusura (ma questa è una vecchia storia).
Torniamo a Ferrara, e questa volta parliamo di realismo, ma un realismo molto particolare.
La più famosa delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani è Una notte del 43, scritta nel 1955. Il protagonista è Pino Barilari, farmacista: malato, trascorre lunghe giornate dietro la finestra della sua casa, in corso Roma. Risolve cruciverba, guarda fuori. Nella notte del 15 dicembre 1943 assiste all’eccidio del castello Estense, con la fucilazione di undici oppositori del fascismo. Alla fine della guerra, quando si tratta di processare il responsabile (Carlo Aretusi detto Sciagura), Barilari dirà che non ha visto nulla. Dormivo, afferma.
Bene: ci sono diverse storie, di segno diverso, che riportano alla mente Barilari. Ne scelgo una, non vicina, ovvero la vittoria di Trump alle elezioni americane. All’epoca Roberto Saviano ha scritto su Instagram un lungo intervento contro lo spostamento del dibattito politico sui social, contro la diminuzione della nostra attenzione e l’inquinamento della discussione. Anzi, il suo azzeramento. Ora, ad anni di distanza, neanche un esercito di analisti è riuscito a spiegare fino in fondo quello che è accaduto: possiamo provare a farlo con il paradigma della paura e con quello del rancore, possiamo provare a farlo con la povertà, la rabbia e l’impotenza delle persone che non riescono a vedere un futuro. Ma con ogni probabilità i meme, le battute folgoranti, il credere di muoversi restando fermi sui social non solo non bastano più, ma è tempo di buttare alle ortiche la convinzione che servano. Va bene giocherellare, va bene diffondere informazioni, va bene provare a condividere pensieri. Ma poi basta, si va oltre, si esce, si incontra, si parla, si agisce.
E, ancora una volta, si prova a inventare mondi, che su quel che siamo dicono molto più delle storie di famiglia. Che, come scrive Claudia Durastanti in Falsi amici (leggetelo), rischiano di ottenere l’effetto Barilari. Dormivo. Sognavo, anche. Non ho visto nulla.