Torna Chatwin, la scuola nomade di narrazione, nel primo week end di ottobre, e torna con un tema che mi è molto caro: le luci e le ombre della maternità. Quelle luci e quelle ombre sono raccontate con la maestria che le è propria da Simona Vinci, che sarà la maestra del primo corso e che ha appena pubblicato Madonna di rabbia.
«Considera se è una madre adatta, questa, che desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare».
Adatta, già. Perché nella narrazione recente sembra tornata l’idea sacra della madre: e non nell’immaginario delle destre, non presso coloro che nel femminile considerano prioritario il ruolo materno, ma un po’ ovunque. Leggete il romanzo di Simona, leggete la storia di Eva e di Alice, e di come il rapporto fra una madre e una figlia possa essere controverso, duro, altalenante, di come manchino gli spazi e l’aria, e di come ci si senta in colpa per questo.
Riflettevo di come le cose non siano molto cambiate, nonostante tutto. Penso a come, per dire, la depressione post-partum sia ancora confusa con l’idea di “cattiva madre”.
Ormai sedici anni fa, quando ho scritto Di mamma ce n’è più d’una, compulsavo le reazioni al maternity blues.
Qua e là. Nel giugno 2010, dopo l’uccisione di un bambino da parte della madre, Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), e Antonio Picano, presidente dell’Associazione Strade Onlus e responsabile del progetto ‘Rebecca’ per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio, propongono al ministro della Salute il Trattamento Sanitario Obbligatorio extraospedaliero per le donne affette da depressione post partum, “a rischio di infanticidio”. “Il trattamento sanitario obbligatorio extraospedaliero, ricorda una nota della Sigo, consente di adottare limitazioni della libertà personale per ragioni di cura, all’interno dell’abitazione del paziente. Un’equipe specializzata potrebbe occuparsi continuativamente 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi”. Giovanni Battista Cassano, padre della Fondazione Idea, uno dei maggiori psichiatri italiani, si dichiara contrario e propone, invece, l’elettroshock: “Speriamo di liberarci presto dai lacci del ’68 in modo da praticare la strada dell’elettroshock anche nella depressione post partum. Non utilizzare questo trattamento è una gravissima omissione perché tutte le linee guida internazionali lo indicano come la cura efficace per prevenire gesti drammatici.”
Quando la scrittrice Debora Papisca raccontò il proprio baby blues in Di materno avevo solo il latte, il critico Giorgio De Rienzo la recensì su Vanity Fair. Così: “Deborah inaspettatamente scopre di essere incinta di una bambina che non vuole, partorisce e va in depressione. Che razza di madre sarà? Si sente colpevole perché non prova affetto per la figlia: ma attraverso peripezie recupera il senso della maternità. Peccato, ci si aspettava un bell’infanticidio.”
Quando Cristina Comencini trae un film dal suo romanzo Quando la notte, riceve un trattamento simile alla Mostra del Cinema di Venezia. Guai raccontare di una madre in crisi, che arriva a picchiare il figlio per uno stress non compreso e non curato e aumentato dal pianto continuo del bambino. Raccontava Comencini: “La maternità può anche essere solitudine, proprio per il legame viscerale tra la donna e la sua creatura. Ma esiste, o dovrebbe esistere, anche il padre, il cui compito non è cambiare i pannolini, ma spezzare quel rapporto simbiotico spesso pericoloso; entrare nel cerchio, dare amore al figlio e alla donna, non facendone una intoccabile Madonna”. Durante la proiezione, sghignazzi e fischi. Non va raccontato che le donne si sentano accerchiate, spaventate, raggelate dal pianto che non cessa mai. Che desiderino tornare indietro. E non necessariamente finisce con la morte, per acqua o lama. A volte è la morte dentro, la sottrazione, l’indifferenza, il raggelamento, la disapprovazione. In alcuni casi, per tutta la vita.
Che siano benedetti i libri che hanno il coraggio di raccontare, e le scrittrici che non temono il giudizio degli e delle altre.
Vi aspettiamo a Bevagna, insomma.