Settembre sta finendo, i superfestival del mese (Mantova e Pordenone) hanno chiuso i battenti e già si cominciano a tirare le prime somme sui libri che sono usciti negli ultimi trenta giorni, appunto per poter essere a Mantova e Pordenone. Le somme non sono meravigliose: anzi, se vogliamo dire le cose come stanno bisogna dire che sono prevedibilmente negative, quasi tutte. Le eccezioni sono quelle che vedete nelle classifiche: un po’ di saggistica (meglio se l’autore è un personaggio spesso ospite nei talk televisivi), un po’ di romance che male non fa (o forse sì, ma mi astengo perché non ho voglia di entrare in polemica alcuna), un paio di gialli, qualche libro di, come chiamarlo, benessere usa e getta? Consigli per vivere felici? Il trash del vecchio Il primo sorso di birra? Quello, insomma.
Niente di nuovo, niente di non previsto. I libri non vendono, il meccanismo è inceppato, i motivi sono in parte sempre quelli e in parte no. Sempre quelli: i libri non vendono perché, soprattutto, se ne pubblicano troppi e nessuno al mondo riuscirebbe a stare dietro a una produzione simile, dove è evidente che la gran parte di quelli pubblicati in un mese è sacrificabile perché non si riesce (e forse non si può) liberarsi dal meccanismo delle rese.
Sempre quelli: non è con la conta dei like e dei commenti che si vendono i libri: quelli che vendono arrivano nel momento tanto giusto quanto imprevedibile e non calcolabile, quelli che vendicchiano seguono un filone di successo che prima o poi si esaurirà. Poi ci sono quelli che vendono molto ma appartengono a un altro campionato: quello del pop, che cresce e crescerà.
Sempre quelli: non si vende perché molti si sono disinteressati alla lettura, e possiamo anche dispiacercene, ma succede pure questo: succede che si sono moltiplicate le possibilità di intrattenimento, per esempio. Poi ci sarebbe anche l’ipotesi che il libro sia brutto, eh: guarda caso, ci sono autrici che si autoflagellano (quasi sempre autrici) e autori che invece no (quasi sempre autori).
Niente di nuovo, niente di non previsto. I libri non vendono, il meccanismo è inceppato, i motivi sono in parte sempre quelli e in parte no. Sempre quelli: i libri non vendono perché, soprattutto, se ne pubblicano troppi e nessuno al mondo riuscirebbe a stare dietro a una produzione simile, dove è evidente che la gran parte di quelli pubblicati in un mese è sacrificabile perché non si riesce (e forse non si può) liberarsi dal meccanismo delle rese.
Sempre quelli: non è con la conta dei like e dei commenti che si vendono i libri: quelli che vendono arrivano nel momento tanto giusto quanto imprevedibile e non calcolabile, quelli che vendicchiano seguono un filone di successo che prima o poi si esaurirà. Poi ci sono quelli che vendono molto ma appartengono a un altro campionato: quello del pop, che cresce e crescerà.
Sempre quelli: non si vende perché molti si sono disinteressati alla lettura, e possiamo anche dispiacercene, ma succede pure questo: succede che si sono moltiplicate le possibilità di intrattenimento, per esempio. Poi ci sarebbe anche l’ipotesi che il libro sia brutto, eh: guarda caso, ci sono autrici che si autoflagellano (quasi sempre autrici) e autori che invece no (quasi sempre autori).
In parte no: è peggiorata la capacità di comprensione dei testi. Sarà pure banale, ma basta essere sui social da qualche anno e si tocca con mano. Laddove fino a un paio di anni fa un post con frasi appena un po’ elaborate (un po’, giuro) veniva letto tranquillamente, oggi ti si risponde “non ho capito, rispiega”, oppure si commenta come se tu avessi scritto l’esatto contrario di quello che hai scritto. E se questo capita con i post, figurarsi con i libri.
In parte no: non ci rassegna all’idea che le cose stanno cambiando, e che il mondo letterario ha sempre meno rilevanza. A meno che autori e autrici non si trasformino in altro. Tribuni del popolo, performer, intrattenitori.
Però.
Questo non significa che le presentazioni non siano indispensabili, a patto che si abbia davvero qualcosa da dire, qualcosa che riguardi non soltanto quel che si è scritto, ma la vita delle persone che hai davanti. E anche un libro sui gerbilli della Mongolia può essere punto d’incontro, purché tu non lo abbia scritto perché in quel momento il filone editoriale predominante riguarda la vita dei gerbilli (che non mi hanno fatto niente di male, è solo che non mi risulta che a oggi i cari roditori siano protagonisti di romanzi, a differenza dei gatti – che amo ovviamente, ma qui si esagera).
Però.
Questo non significa che bisogna smettere di scrivere o di pubblicare. Per paradosso, l’irrilevanza potrebbe persino essere liberatoria, perché magari ci saranno sempre più persone che scriveranno quello che vogliono scrivere davvero, senza infilarsi in un dannato trend (col rischio di arrivare in ritardo, a trend finito). E non venderanno, d’accordo: ma forse toccherà rivedere pure il principio della vendibilità, che dopo tutti questi anni ci ha fatto molto, molto male.
Ci si torna, ovviamente (ma non prendetemi alla lettera, per favore, e lasciate i gerbilli fuori dalle vostre storie).
In parte no: non ci rassegna all’idea che le cose stanno cambiando, e che il mondo letterario ha sempre meno rilevanza. A meno che autori e autrici non si trasformino in altro. Tribuni del popolo, performer, intrattenitori.
Però.
Questo non significa che le presentazioni non siano indispensabili, a patto che si abbia davvero qualcosa da dire, qualcosa che riguardi non soltanto quel che si è scritto, ma la vita delle persone che hai davanti. E anche un libro sui gerbilli della Mongolia può essere punto d’incontro, purché tu non lo abbia scritto perché in quel momento il filone editoriale predominante riguarda la vita dei gerbilli (che non mi hanno fatto niente di male, è solo che non mi risulta che a oggi i cari roditori siano protagonisti di romanzi, a differenza dei gatti – che amo ovviamente, ma qui si esagera).
Però.
Questo non significa che bisogna smettere di scrivere o di pubblicare. Per paradosso, l’irrilevanza potrebbe persino essere liberatoria, perché magari ci saranno sempre più persone che scriveranno quello che vogliono scrivere davvero, senza infilarsi in un dannato trend (col rischio di arrivare in ritardo, a trend finito). E non venderanno, d’accordo: ma forse toccherà rivedere pure il principio della vendibilità, che dopo tutti questi anni ci ha fatto molto, molto male.
Ci si torna, ovviamente (ma non prendetemi alla lettera, per favore, e lasciate i gerbilli fuori dalle vostre storie).
Ps. La festa non è finita, perché da molto tempo non è una festa. Resta la scrittura: che grazie alla dea non coincide, né dovrebbe, con la fama.