FESTA DI COMPLEANNO (PER MICHELA, ANCORA)

Oggi piove, sembra novembre e al solito l’umore scende. Oggi è il compleanno di Michela Murgia,  in qualsiasi curva della lemniscata si trovi. Di fatto, sono molte e molti coloro che si chiedono ancora oggi “cosa avrebbe detto Michela di” (la risposta, o una delle possibili, è: rileggetela o leggetela, ci sono tanti libri e scritti suoi in circolazione, per fortuna). E io invece mi auguro che se per un incantesimo o uno scambio equivalente Michela fosse fra noi, avrebbe fatto uno dei meravigliosi colpi di testa che alcune anime lucenti riescono a fare, uno scarto di lato, una fuga improvvisa che l’avrebbe liberata dal peso di dover dire, dover fare, doversi esporre in luogo degli altri.
In questi giorni mi sono riferita alla sua biografia postuma “Ricordatemi come mi pare”, dove nelle pagine finali dice:

“Non era sempre necessario essere magnifica, eroica. Sarebbe bastato anche meno. A cinquantun anni mi sento come se avessi bruciato troppo. Troppo tempo. Troppa energia. Come fossi stata una candela con due stoppini…Forse sarebbe bastato che non fossi io ogni volta quella che parlava per prima, quella che gridava più forte”.
Questa è una lezione che non abbiamo imparato, perché in questi tempi di disincanto continuiamo a cercare maestri, magari dimenticando cosa significhi davvero: forse, portarti sulla strada della conoscenza e sospingerti nel profondo di te e poi in avanti. In Guerre Stellari,  l’ultima prova del padawan prima di diventare cavaliere jedi, è quella di guardarsi allo specchio nella “prova dello spirito”, laddove lo specchio è quello della propria anima, lato oscuro incluso.
Fra l’altro, la gran parte dei maestri del nostro immaginario, che siano da mangiare in salsa piccante o da sospingere al seppuku, sono maschi. Michela, in Chirù, ricordava che la parola “maestra” evocava non saggezza e forza e che non c’era, in questo termine, l’immagine di  un vecchio Jedi, né un Albus Silente, né un Gandalf, né un Pai Mei. Maestra. Al massimo maestrina, e dunque supponente, inopportuna, presuntuosa: perché alle donne, in fondo, si chiede di essere rassicurati, e non messi alla prova, come i maestri fanno.
Ma mi piace pensare che, se fosse viva, Michela sarebbe sfuggita anche alla definizione di maestra, e che magari oggi sarebbe in una casa su un fiordo a scrivere,  o a fare birdwatching in Ontario insieme a Margaret Atwood, o un corso per pilota di astronavi. Ma non per scappare da un ruolo: semplicemente, perché avremmo dovuto imparare, noi, a prendere parola, e non delegarla ad altre e altri. Perché, come si vede, quando quell’altro o altra prendono una posizione che non ci piace fino in fondo, è facilissimo giustiziare il maestro o la maestra o l’idolo o la dannata immagine che ci rassicura che sì, siamo bravi.
Ricordo di quando eravamo a Firenze, Michela e io, per presentare L’ho uccisa perché l’amavo, dunque era il 2013. Ci siamo comprate insieme un cappello di paglia. Poi siamo andate in albergo, il suo, perché lei rimaneva e io sarei ripartita in serata: c’era il suo pc aperto sul letto, sulla pagina della posta elettronica. Le mail visibili erano tutte in grassetto, quindi non erano state aperte. “Ma come fai?”, le ho chiesto, “Non ti viene l’ansia? Se non rispondo subito io mi sento male”. “Impara a non sentirti male”, mi ha detto. Non ho imparato, per la cronaca, rispondo sempre, anche se con una risposta breve. E allora, come mi disse Michela, scatta uno dei tradimenti possibili: vieni percepita come formale, e la sensazione dell’altro è che il tesoro  che ha depositato nelle tue mani non sia stato accolto come si doveva. Ma può essere percepita come un tradimento la stessa risposta: perché in un certo senso tradisce l’immagine che l’altro si è fatta di te, e non corrispondere a quella percezione è considerato grave.
Lei aveva capito già allora quello che poteva accadere ed è accaduto a tutti noi. Poi, ovviamente, se fosse viva continuerebbe nel 99% dei casi a fare e scrivere quel che ha sempre fatto e scritto, e probabilmente si sarebbe imbarcata sulla Flotilla o starebbe meditando un pamphlet su Trump. O chissà.
Ma mi piace pensare, oggi, all’amica perduta. E dunque mi piacerebbe pensarla sempre appassionata ma anche liberata dal peso di dover essere un punto di riferimento. Si abusa molto della parola identificazione: identificarsi in qualcuno, idolatrarlo, non sempre comporta il conoscerlo, e il volergli bene. L’amicizia, credo, è altro: è conoscersi. Io conosco le risate, il modo di bere da un calice di vino, il profumo, i passi  delle mie amiche e dei miei amici. Non posso sapere le stesse cose di altri: né gli altri sanno di me che quel che pensano di sapere: non sanno – se non sono io a renderlo pubblico – delle mie malinconie mattutine, non conoscono la mia voce mentre parlo ai miei figli, non ascoltano i miei dialoghi surreali con i gatti, o con i fantasmi delle persone che ho perduto. Dunque, non sanno.
E oggi voglio pensare soprattutto all’amica che sapeva, e sa. Auguri, cara.

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