“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”.
Non è che muoia dalla voglia di ripescare Sun Tzu, però a volte serve. Mi sembra che fin qui la polemica su Erri De Luca e Francesco De Gregori si sia mossa sui binari della regolarità: indignazione, attacco, picco (l’esclusione di De Luca da Salerno Letteratura) cui seguirà dimenticanza.
Se faccio una semplice ricerca su Google per ottenere le ultime notizie su Gaza mi appare questa storia. Devo rifarla in inglese per conoscere quanti sono gli ultimi morti (e ci sono). Ovviamente sto parlando di informazione generica, chi vuole informarsi su Gaza sa dove farlo, su quali siti e quali profili social, che sono al momento i più affidabili, ovviamente conoscendoli.
Che significa questo? Che la discussione sul mondo culturale italiano è improvvisamente diventa vivace, come mi ha scritto ieri un commentatore a cui sono molto affezionata? Non è vero, secondo me: semplicemente, è molto facile distrarci, e ci sono sempre, come ripeto fin dal primo giorno, alcuni personaggi/testate/altro che sono bravissimi nella strategia della distrazione, e noi ci cadiamo con tutte le scarpe e le pantofole.
Ma dal momento che esistono scrittori e scrittrici che si sono sempre, e con continuità, occupati di come funziona il mondo editoriale, non solo nelle tendenze di pubblicazione e nelle strategie di vendita, ma in tutta la filiera, e nel continuo accentramento di quella filiera nelle mani di pochissimi, riporto le parole di uno di quegli scrittori, Massimo Carlotto. Queste:
“Nel luglio del ’21 un blitz dei carabinieri scoprì lavoratori pakistani in stato di semischiavitù alla Grafica Veneta, dove venivano e vengono stampati buona parte dei libri che arrivano sui banchi delle librerie. A firmare il solito appello furono i soliti scrittori, artisti, intellettuali che, guarda caso, sono i soliti che oggi sono schierati pubblicamente contro il genocidio del popolo palestinese. Nemmeno Papa Francesco riuscì a scuotere il mondo della cultura italiana.
Sono ormai anni che la cosiddetta cultura non conta più nulla nei grandi dibattiti che coinvolgono i destini del mondo e del Paese. La frattura all’interno è evidente: da una parte una maggioranza che ha deciso di adeguarsi a tutto pur di non esporsi e salvaguardare la carriera, le ospitate tv e l’attenzione della stampa. Dall’altra una minoranza malconcia, spezzettata, debole, che ha deciso invece di essere presente nel reale, assumendo precise posizioni pubbliche. Che, secondo me, significa essere a disposizione di tutti coloro che hanno bisogno di solidarietà, aiuto e sostegno.
Per questo motivo il dibattito che si è creato intorno alle dichiarazioni di De Luca e De Gregori non mi appassiona. È storia vecchia. Del tutto legittimamente il cantautore votò all’epoca per Mario Monti, chiamato poi a governare con il compito di peggiorare le condizioni dei lavoratori per “sistemare i conti dello Stato”. Non mi stupisce quindi che critichi Bruce Springsteen che usa le sue canzoni per denunciare Trump e sognare un’altra America.
Siamo liberi di pensare quello che vogliamo e per questo non brucerò i libri di De Luca e continuerò ad ascoltare i dischi di De Gregori, come leggerò i romanzi o vedrò i film di tanti altri che la pensano diversamente. Non voglio cadere nella trappola della censura. L’importante è essere consapevoli della realtà, sapere esattamente da che parte stare. Come sempre è una questione di scelte. lnfatti il mondo della cultura ha scelto, eccetto pochi casi, di ignorare lo scandalo della costruzione del consolato americano a Milano e l’omicidio dei lavoratori migranti ad Amendolara, bruciati vivi per aver osato chiedere un vero contratto di lavoro. Il più giovane aveva 19 anni, il più vecchio 29. Non a caso sono anni che la letteratura italiana non è più capace di raccontare il mondo del lavoro. Nel suo complesso, non solo schiavitù, caporalato, lavoro nero e lavoro povero.
Addirittura ignora beatamente le condizioni, a volte pessime, all’interno dello stesso mondo editoriale, teatrale, cinematografico.
Il prossimo 12 giugno, a Roma, si terranno gli Stati generali dei lavoratori precari in appalto. Mi piacerebbe incontrare attori, registi, scrittori, sceneggiatori disposti a confrontarsi con una realtà sconosciuta, negata, che i media non raccontano.
Nel frattempo, citando liberamente Bertolt Brecht, continueremo a sedere dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono occupati”.
In realtà le eccezioni esistono, e si trovano anche qui su alcune testate e profili social, a volerli cercare. Però quel che vorrei sottolineare è che mentre discutiamo di Salerno Letteratura avviene altro, e su quell’altro dovremmo concentrarci.
Pure rileggendo Sun Tzu, alla fine, perché, come ho detto fin dall’inizio, beccandomi le accuse di indifferenza, eccesso di complessità, difesa del generone culturale e altre nefandezze, è una dannata questione di strategia, e la strategia non esclude la passione.
“Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione”.