UNA RIFLESSIONE IN OTTO PUNTATE SUL CONFLIGGERE, SUL PROGETTARE

La polemica, fin qui, è durata otto giorni. E’ partita dall’intervista a Erri De Luca riportata dal Foglio, dalle dichiarazioni di Francesco De Gregori e si è espansa fino a toccare il ruolo degli intellettuali, scivolando nel frame antico (e, se permettete, di destra) dell’intellettuale come pavido, custode del presente, incline a proteggere i propri simili.
Dunque, andando fuori fuoco.
Ho provato, in otto puntate, a raccontare da dove nasce tutto questo e perché rappresenta un pericolo (non per gli intellettuali). Le puntate erano su Facebook e Instagram. Come promesso, le riporto qui.
Non è un proclama, evidentemente, ma una considerazione su di noi (pure io, ovvio) e sulla necessità di guardare lungo, di non autocelebrarsi, di non presentarsi come buoni e bravi e unici depositari della battaglia. Spero sia utile.

Prima puntata: L’aspra stagione

Non è di me che voglio parlare, bensì del modo di stare insieme, di comunicare fra noi, anche e soprattutto di confliggere. Perché confliggere bisogna, ma temo che sia sempre più difficile farlo nel modo più adatto a non portare acqua ai mulini altrui.
Perché questo è il punto: non evitare che le persone vengano ferite (che pure sarebbe importante, secondo me: si può confliggere senza darsi reciprocamente del mostro), ma far sì che le posizioni diverse si chiariscano, e che soprattutto arrivino a formulare un progetto (faccio un nome su tutti: è quello che in anni e anni ha fatto, con passione e pazienza, Paola Caridi, e non ringrazierò mai abbastanza la Dea per avermela fatta incontrare).
La prendo dunque da lontano. Come lontano è il libro che cito, “L’aspra stagione” di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale: la stagione va, grossomodo, dalla “mattina del 16 marzo 1978, quando viene rapito Aldo Moro, e l’11 luglio del 1982, quando Dino Zoff alza la coppa d’oro col globo per celebrare la vittoria della nazionale italiana al mondiale di football in Spagna. In quel lustro si compie – almeno a nostro avviso – la fine della prima Repubblica, della Repubblica uscita dalla Resistenza, con i suoi partiti di massa, la grande fabbrica, la centralità operaia, un preciso statuto del politico e via dicendo”.
Qual è l’eredità di quegli anni, e qual è il problema soprattutto che ci grava addosso? Uno: la dicotomia del reducismo o dell’abiura, che sembrano ancora oggi le sole due ipotesi da percorrere, e sarebbe importante capire cosa spinga, ancora oggi, ad agitare gli spettri di quel decennio a ogni protesta collettiva.
Mi fermo qui.
Cosa c’entra con quanto discusso nelle ultime ore?
Moltissimo.
Seconda puntata: Il V-Day
Tra le altre considerazioni che Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis facevano in “L’aspra stagione”, una riguardava proprio la catena di eventi che diventa “l’origine dell’oggi” e “la dannazione di un’idea di società”.
Intanto, Valerio Evangelisti aveva fatto un’altra analisi su Carmilla: fu quando l’8 settembre 2007, durante il primo V-Day a Bologna, Beppe Grillo lesse una lista di politici condannati. E in quel discorso mise sullo stesso piano politici collusi con la mafia e Daniele Farina, uno dei fondatori storici del Leoncavallo, presentandolo come terrorista.
Scrisse dunque Evangelisti: “Che la piazza reclami i suoi diritti è positivo. Che se ne serva a fini di generico “giustizialismo” non lo è, e rischia persino di risultare infame. Secondo la stampa locale, molti di coloro che hanno partecipato al V-Day abbracciavano un concetto astratto di “legalità”, e dirigevano la loro ira, in egual misura, contro i politici come contro i lavavetri, i rom, i rumeni e gli altri bersagli dei sindaci di Bologna, Verona, Firenze, i comuni del Pavese ecc. (volutamente, e provocatoriamente, li metto tutti assieme). Bisogna stare attenti a chi si riempie la bocca del termine “legalità” e, rimboccate le maniche della camicia, arringa le folle”.
E aggiunse:
“Evitiamo di enfatizzare la lucidità politica di un attore che, in nome di uno slogan vecchio come il cucco (“la politica è sporca, facciamo pulizia”), sembra sollecitare, certo in buona fede, i più bassi istinti della massa quanto Berlusconi.
Prima e seconda Repubblica sono finite malissimo, c’è bisogno di una terza? In quanto a democrazia diretta, personalmente mi auguro qualcosa di meglio”.
Cosa c’entra con quanto è avvenuto in queste ore? Se andiamo in cerca, come sto provando a fare, dell’origine del presente, in realtà c’entra, e anche molto.
Terza puntata: La crisi dei movimenti e il grillismo
Eravamo rimasti al primo V-Day di Beppe Grillo. Sarebbe quasi consequenziale citare ora il post del 2014 in cui Grillo medesimo chiedeva “Che fareste in auto con Laura Boldrini?”, con tutto quello che seguì, e fu molto brutto.
Ma no. Perché alcuni di voi staranno già pensando: “Ah, mascalzona, vuoi parlare di populismi e ridurre tutto quanto si è detto in queste ore alla rivolta contro i personaggi visibili”.
𝐍𝐞𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐨’.
Vado invece indietro di un anno, al 2013, quando Wu Ming, in varie occasioni, fa un’analisi lucidissima sul grillismo, che, dice:
“è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. (…) Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra”.
E dice una cosa importante:
“il grillismo non è la causa principale dell’assenza di movimenti radicali, ma crediamo abbia un certo rilievo. Come minimo, è una conseguenza che retroagisce pesantemente sulle cause, aggravandole.”.
E inoltre:
“Uno dei motivi principali, sui quali abbiamo più volte insistito, è, per quanto possa sembrare strano di primo acchito, l’antiberlusconismo, ovvero l’interpretazione destoricizzata (e quindi «berluscocentrica») dello sfascio italiano.
A partire dal ’94 quest’interpretazione si è diffusa a macchia d’olio nella sinistra, facendo scambiare l’effetto (l’avvento di Berlusconi) per le cause, che invece risiedono nella sconfitta dei movimenti di emancipazione degli anni ’60-’70, con conseguente toga party reazionario, vero e proprio festival trentennale di controriforme, privatizzazioni, concentrazioni di potere, corruzione, riduzione dei partiti a cosche mafiose etc. Berlusconi è figlio di quella temperie. Di più: è l’antropomorfosi degli anni Ottanta, guardi lui e vedi gli anni Ottanta. Ma non te ne accorgi, perché credi che dei mali d’Italia abbia colpa principalmente lui.
Berlusconi non è una causa, ma una conseguenza. Aver concentrato tutta l’attenzione su di lui e sulle sue malefatte ha disarmato concettualmente la sinistra e i movimenti, impedendo di aggredire i nodi di fondo che generano i Berlusconi”.
Dunque:
” 𝐕𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐚𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢𝐦𝐨 e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione”.
Le due cose si sono avverate solo parzialmente: il duro di lavoro di ricostruzione è stato fatto, per esempio, dai “senzapotere” di cui parla spesso (la ricito, perché è giusto) Paola Caridi. Però l’incantesimo non si è spezzato del tutto: perché il frame di cui parla Wu Ming è stato amplificato dai social. Che confondono le acque, parecchio, perché generano quelle che molti chiamano, ma io sto pensando in questo caso a Girolamo De Michele, le passioni tristi. E sempre Girolamo sostiene che passioni tristi e società del controllo vanno molto d’accordo.
Significa che non bisogna usare i social? Neanche un po’. Significa che non si è liberi di esprimere la propria opinione con forza, durezza, impeto? Neanche un po’, di nuovo.
𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐞𝐜𝐜𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐦𝐞𝐝𝐞𝐬𝐢𝐦𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐥𝐞, 𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐥𝐨 𝐟𝐚 𝐢𝐧 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐟𝐞𝐝𝐞, 𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢, 𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐥𝐭𝐢, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞̀ 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐧𝐨𝐛 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐠𝐨. 𝐄’ 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨. 𝐄 𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨, 𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐢. 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐟𝐫𝐚𝐦𝐞.
So che è ancora poco chiaro, ma prometto schiarite domani e dopodomani.
Quarta puntata: Il wrestling e i lavoratori Gkn
Care e cari, quarta puntata del discorso lungo e noioso (sapete già dove trovare le prime tre: su questa bacheca, scorrendola verso il basso con un po’ di pazienza).
Ieri, cercando la famosa origine del presente, siamo arrivati al grillismo. Ci sono, poi, i social, ma per parlarne decentemente qui devo fare un passo indietro fino al 1970 (o per meglio dire il 1957, la prima edizione). Quello è l’anno in cui Roland Barthes scrive “Miti d’oggi”, e nella parte dedicata al wrestling, o al catch come lo chiama lui, scrive:
“nel catch non c’è problema di verità come non c’è a teatro. In questo come in quello, quanto ci si aspetta è una raffigurazione intelligibile di situazioni morali abitualmente nascoste”.
La questione è che i social ci hanno abituato al wrestling, ovvero alla raffigurazione delle passioni e non alle passioni medesime. Perché nella maggior parte dei casi la passione è fuori di qui. Per dire, mentre qui sopra ci si accapigliava, succedeva qualcosa di enorme in Toscana, e lo racconta Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze: un’assemblea gigantesca con il figlio di Marwan Barghouti (con 30° all’ombra) e poi il 20° Urlo per Gaza. Andate a vedere il resoconto, loro e di Arci Firenze. Migliaia di persone, roba da concerto pop. Come dice Gkn: “E’ una questione di convergenza, di metodo, di resistenza, di progetto”.
Allora, io ho la sensazione che in queste ore, come dice una cara amica, continuiamo a elaborare il lutto per l’intellettuale organico che sostituisca la politica che ci ha deluso: e se è importantissimo che le persone visibili si spendano, ognuna come può, è molto più importante che noi “vediamo” quel che ci succede intorno.
Perché succede, eccome. Noi abbiamo molto più bisogno di sapere che i movimenti esistono che di affidarci alle parole di un cantautore, di uno scrittore o di quel che volete. Perché rischiamo di trasformare in segno, direbbe Barthes, una persona, al di là del suo testo o delle sue canzoni. E i segni si sgretolano, e le persone falliscono o ci deludono.
La convergenza, il metodo, la resistenza, il progetto magari falliscono ugualmente, ma incidono sul mondo molto di più
Quinta puntata: James Holden
Perdonate se almeno all’inizio parlerò un po’ (poco, giuro) di me, per chiarire dal punto di vista personale quello che ho scritto nelle puntate precedenti. Ovvero, che ritengo che i maestri non solo si mangino in salsa piccante ma che forse (forse) non servono, o non a tutti.
Non che non li abbia incontrati: Ida Magli, negli anni dell’università e prima, diciannovenne, Marco Pannella. Ma proprio per questo ho osservato il meccanismo di fascinazione, apprendimento e dipendenza che può darti un maestro (o una maestra), e anche la facilità con cui si uccide, metaforicamente. Inoltre, sono stata viziata dall’aver avuto un padre meraviglioso, che pur essendo figlio di un ciabattino e di una contadina sapeva scrivere sonetti e dipingere a olio e ti apriva mondi facendoti semplicemente vedere come si fa (con un’unica eccezione, il tressette: non me lo ha mai insegnato e infatti non ci so giocare). Insomma, sapeva insieme stimolare e mostrare dissenso, spingerti a fare meglio senza mai sminuirti. Quindi, il mio modello paterno, o di maestro, era quello, e lo è ancora. Infine, sono molto refrattaria a entrare in un circolo, vizioso o virtuoso non importa: diciamo che sono una testa dura, e questo, nei suoi ultimi giorni, l’ha capito benissimo Michela Murgia (nel cui cerchio ristretto di amiche e amici non ero, anche se l’amavo con tutta me stessa).
E allora? E allora per me la via è quella di James Holden, il protagonista dei romanzi e della serie di The Expanse. Che è cresciuto leggendo Don Chisciotte, ed è utopista quanto basta, anzi, utopista fino alla fine: ha solo tre membri dell’equipaggio con sé, che inizialmente non si fidano nemmeno troppo e infine formeranno quello che King chiamerebbe un Ka-Tet. Ma nell’ostinata, continua, ricerca della pace Holden riuscirà a ottenerla, e a realizzare quello che nessuno, nella galassia, avrebbe immaginato. La ottiene perché non vuole essere un leader, ma creare una comunità.
D’accordo, queste non sono che storie. Ma io alle storie credo, perché le storie possono generare realtà.
Naturalmente, segue
Sesta puntata: I Pokémon
Perché insisto? Perché noto che da ultimo la parola “complessità” viene desemantizzata fino a coincidere con l’indifferenza: ovvero, se si invita a considerare la complessità di una situazione, automaticamente si giustifica chi ha commesso un errore e si lodano gli indifferenti mentre si sorbisce la tisana e via stereotipando (il salotto per ora ve lo risparmio). L’idea che si possa non giustificare un bel niente e contemporaneamente sostenere che non basta scrivere un post (o anche dieci al giorno, non importa) per fare la differenza e salvare il mondo, non viene contemplata.
Allora, cosa si intende per complessità? Banalmente, l’idea che non è semplicissimo destreggiarsi in un mondo accelerato e facile alla dimenticanza. Per prenderla come sempre alla lontana, un amico scriveva che oggi uno spettatore ibernato trent’anni fa e poi risvegliato troverebbe astrusi e ansiogeni i film di Nolan, avrebbe serie perplessità davanti a Lost e sgranerebbe gli occhi leggendo i nomi dei Pokémon. Stiamo parlando di cultura pop: che è infatti diventata sempre più complessa. Ma se è complesso il pop, è ancora più complesso il mondo, e pensare che le reazioni possano essere facili farebbero inarcare le sopracciglia di Gandalf: certo che ci vuole il cuore, certo che ci vuole la passione. Ma ci vuole anche la capacità di capire cosa abbiamo davanti, e come ci siamo arrivati: questo significa complessità.
Sei o sette anni fa, uno scrittore di grande acume come Fabio Chiusi raccontava la sua desolazione, se non disperazione, davanti alla facilità con cui sui social ci si lasciava travolgere dalla rabbia (che si dimenticava subito) comportandoci “come clienti al supermercato della democrazia”.
Respingere la complessità significa proprio entrare in quel supermercato a danno di altro: e l’altro è una cosa che dovrebbe essere chiara, ovvero che il mondo (Gaza in particolare, ma non solo) non si salva con i post, ma con i corpi. E grazie al cielo, come ho scritto l’altro ieri, quei corpi ci sono e scendono nelle piazze, solo che tendiamo a dare più importanza ai post, almeno qui, e a non vedere le piazze, almeno qui.
Segue, naturalmente
Settima puntata: Giardino con casa rossa
Care e cari, se non siete ancora stremati, settima e penultima puntata della cosa lunga e noiosa.
Ancora una volta la prendo alla lontana. C’è un quadro di Edvard Munch che si chiama “Giardino con casa rossa”. Munch lo dipinse a 21 anni, nel 1882, e non sembra esserci traccia dei lutti che portava nel cuore, della malattia e della morte della madre e della sorella Sophie che saranno lo straziato soggetto di altri quadri. Qui c’è semplicemente un giardino incolto e verde, con le erbacce che fanno da sfondo a quelle che sembrano cianfrusaglie abbandonate, come spesso avviene in campagna. Un vecchio tavolino. Una panca di legno. Anche la casa è sbilenca, e polveroso è il cielo che la sovrasta.
Non esibisce nulla, e dice tutto. Magari sbaglio, e non ho mai preteso che quello che penso io valga per gli altri, ma credo che a volte l’efficacia passi per il cercare di vedere oltre l’apparenza, e che senza appuntarsi medaglie sul petto si possa fare molto di più che ergendosi sulle barricate dicendo “guarda che bravo/a”. E’ quel che dice una frase da “La peste” di Camus: “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”.
Per me, e ripeto per me, conta molto più la determinazione che la proclamazione: la parola “eroe”, o “eroina”, è ancora una volta pericolosa. Qualche anno fa Stefano Jossa scrisse un libro molto bello, “Un paese senza eroi, L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano”, dove diceva fra l’altro:
“Il Galileo di Brecht sa che la natura non prevede l’esistenza degli eroi: dove si lavora con passione e fiducia per la verità, non c’è bisogno di simboli da seguire e bandiere con cui identificarsi. Il modello che fornisce un esempio vale infinitamente di più dell’eroe da mitizzare e idolatrare: la terra che ha eroi ha costruito una cultura populista, in cui la massa s’identifica con un’astrazione impersonata dal simbolo eroico, mentre la terra che non ha bisogno di eroi privilegia l’etica dell’impegno e della partecipazione”.
Non fosse chiaro, non è un atto di accusa verso gli altri e le altre, non il mio: ancora una volta, come spero di aver chiarito, significa che Francesco De Gregori, con tutto il rispetto che nutro, non ci serve in questa veste.

Naturalmente, continua.

Vedi meno
Ottava e ultima puntata. La battaglia di Maldon
Credo di aver detto quanto potevo sulle dicotomie, e sulla poca utilità di scagliarci gli uni contro gli altri quando gli antagonisti sono altrove. Sbaglierò, ma certo: non pretendo di avere la verità in tasca.
Ma resto convinta che le dicotomie non servano. Ce lo ha insegnato fra gli altri il professor Tolkien, facendo soccombere il gentile Frodo al potere dell’anello e, prima ancora, cambiando senso a un aggettivo del poema “La battaglia di Maldon”, dove si narra del conte inglese Byrthnoth che nel 991 manda a morire i suoi uomini «for his ofermod». «Audacia», si era tradotto fino a Tolkien. «Smisurato orgoglio», corresse il professore.
Di Maldon si occupò anche Borges, in un breve frammento del 1976 che si intitola 991 A.D. Racconta di quel che avviene dopo, quando l’esercito dell’orgoglioso Byrhtnoth è stato distrutto e di come un gruppetto di reduci intenda vendicare il suo condottiero. E’ il vecchio Aidan a guidarli, e Aidan lascia fuori dal gruppo uno dei suoi figli, Werferth, il cui compito sarà quello di scrivere il romanzo della battaglia. Werferth non ne ha nessuna intenzione, ma alla fine deve cedere. E subito, mentre gli altri si allontanano, si trasforma in poeta:
“Werferth li vide perdersi nella penombra del giorno e del fogliame, ma le sue labbra stavano già modulando un verso”.
Per me, e solo per me, dovremmo raccontare quello che vediamo, provare a capire quello che non comprendiamo. E, ovvio, certo, prendere posizione ogni volta, sapendo che ci sarà sempre non tanto qualcuno che non la pensa come noi, ma qualcuno che prova a ridicolizzarci, a schernirci. A usarci. Come è avvenuto stavolta e sicuramente avverrà.
Ma se continuiamo a parlarci, e a vederci, avrà meno importanza.
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