IL PIACERE DELLA CATASTROFE/2

Può darsi che qui si sia sbagliato tutto.
Può darsi che, per distrazione, ci si credesse su una barca piccola, magari una canoa, a cercare di guardare cosa accade dalla cima di qualche onda: mentre ci si trovava, in realtà, dove non avremmo voluto essere, in bruttissima compagnia sul Titanic ad ascoltare l’orchestrina. Ma può darsi anche che chi, dalla riva, sta esercitando un esercizio assai amato dai tempi del  De Rerum Natura a quelli della Talpa, compiacendosi di guardare la nave che affonda e felice di non esserci, sia in realtà inconsapevole del terremoto che si sta svolgendo sotto i suoi piedi, aprendo crepacci che il profeta di turno non vede, intento com’è a gridare insulti verso il mare.

Non possiedo verità assolute. Possiedo soltanto un po’ di scoramento che si deve alla lettura de La fine del postmoderno di Romano Luperini (Guida editore). Nei fatti, la versione extralarge dell’Antica Polemica, quella che circa un anno fa rimbalzò dalle pagine dell’Unità alla rete, coinvolgendo fra gli altri Tiziano Scarpa, Giuseppe Genna, Carla Benedetti, Lello Voce e parecchi altri. Allora come oggi, Luperini sostiene, in sintesi, che in Italia non ci sono scrittori, che se ci sono restano fra loro isolati, che probabilmente la letteratura sta saltando una generazione. Ai tempi, gli risposero (male) in parecchi.

Nel libro si mette a fuoco il colpevole: appunto il postmoderno e la sua “superficialità” e “leggerezza” (qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarmi come sia potuto accadere che le due parole più usate in proposito siano queste e non altre, più interessanti). Di più: il postmoderno, per Luperini,  è stato l’anestesia degli intellettuali, che “hanno mescolato vecchio idealismo e nuove tecnologie annullando la materialità e sostenendo la linguisticità del mondo, la riduzione delle cose a simbolo”.

Nel particolare. Per colpa del pensiero debole, entra in crisi la critica, si sopprime il dibattto culturale, si estinguono le terze pagine, le recensioni, le riviste, i gruppi letterari. E ancora: “Gli esordienti che ogni anno si presentano a Ricercare si dilettano in racconti ginecologici o ombelicali, a basse di cazzo e di vomito, gli scrittori di mezza età si attardano in uno stanco manierismo postmodernistico…Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni di persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese, mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta, gli intellettuali italiani (se non tutti, certo, quasi tutti) sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati”. La diagnosi finale è: genocidio culturale. Curiosamente, le stesse parole che ha usato Carla Benedetti in una recente e ormai nota polemica, dopo essersi giustamente opposta alle tesi di Luperini, un anno fa.

Ora, a me non turba tanto che il colpevole del massacro sia indicato nel postmoderno: mi turba, invece, che ci si continui a deliziare della Catastrofe, che ci si infili con tanta voluttà nel saio e nei sandali del vaticinante ignorando completamente quanto di positivo e propositivo si sta facendo, qui e ora. Mi turba che la crisi reale e il probabile tramonto di una certa critica letteraria debbano portare con sé necessariamente la crisi e il tramonto della letteratura tutta. Mi turba la negazione, quella sì inconsapevole e cieca, di tutto quello che non si condivide: il “con me o contro di me” che sembra serpeggiare con sempre maggior insistenza, negli ultimi tempi, non soltanto in letteratura (ma molto spesso, comunque, proprio in letteratura).

Se volessi difendere il postmoderno direi che è esattamente questo che con quel pensiero veniva messo in crisi: in modo salutare, direi. Perché la via dell’incertezza permetterebbe anche di insinuare in coloro che dalla riva lanciano anatemi il dubbio che a ballare sul Titanic, invece, siano loro.

114 pensieri su “IL PIACERE DELLA CATASTROFE/2

  1. … mah, non mi sembra così madornale l’errore di prospettiva di Luperini. Io credo che il senso di quell’articolo su “L’Unità” non fosse: “Intellettuali – datevi da fare invece che stare a guardarvi l’ombelico!”, piuttosto: “Quelli che si guardano l’ombelico NON sono intellettuali, e per piacere non prendete scuse parlandomi del filtro dei mass media, perché Se Pasolini ha scritto sul Corriere, voi potete tutto: se non ci riuscite io vi giudico per quanto NON riuscite a fare”.
    E’ un discorso completamente diverso.
    E secondo me, parla proprio di quella introiezione di modelli sub-culturali, di strage (o genocidio) dei valori legati al ruolo dell’intellettuale italiano che assomigliano molto proprio ai concetti della “Restaurazione” di Moresco-Benedetti.
    La dico grossa: secondo me, Luperini e la Benedetti non hanno capito di meritarsi vicendevolmente.

  2. Ma sì, Luperini falsifica le cose in maniera enorme. E poi gli sfugge una cosa madornale: ammettiamo pure che sui media si possano leggere e ascoltare meno intellettuali impegnati di quanto accadeva trent’anni fa. Ebbene: ma questo non significa forse che è colpa dei media che non danno spazio? Che cosa crede, Luperini, che se un autore telefona a un giornale per scrivere un articolo, la redazione gli dà spazio automaticamente? Crede che gli intellettuali abbiano il potere di autoinvitarsi in televisione per fare controinformazione? Non gli dice nulla il fatto che un grandissimo numero di scrittori, artisti, studiosi, intellettuali noti e sconosciuti abbiano dovuto fare volontariato culturale in rete, in questi anni, per poter pronunciare una parola controcorrente? Insomma, oltre al danno (la chiusura conservatrice dei media, che semplificano tutto, che presentano le cose, le scritture, le opere, gli autori sempre e solo in forma di “moda”, la qual cosa scandalizza Luperini, che ingenuamente ci cade, credendo a quella vetrina falsificante, modaiolizzante), oltre al danno la beffa (la reprimenda del critico che tira gli orecchi a scrittori e intellettuali). Ma insomma! Un po’ meno di ingenuità. Eppure Luperini ce li avrebbe tutti, gli strumenti marxiani e gramsciani, per vedere che si tratta di questioni di egemonia, di potere e gestione dei discorsi pubblici e della circolazione della parola, estetica o politica che sia.

  3. @andreac, io ci provo a scrivere angela scarparo. e col tempo ci riuscirò, grazie per l’aiuto ti volevo dire, con un po’ di pratica ci riuscirò, ma ci vuole tempo. 🙂 questo è un OT.
    il post prima invece non è un OT.
    è che penso: togliendo la cicoria al menu di luperini, mi immagino che lui voglia dire, sorridente, “Perchè non mi parlate di più di voi? perché non mi ‘raccontate’ dei vostri anni?”.

  4. Purtroppo Luperini ha un concetto di letteratura molto ristretto, non capisce il cambiamento e credo non sia a conoscenza delle dinamiche dell’informazione e del gatekeeping. Dice la stessa cosa da anni: ora in italia gli scrittori non esistono. Sbaglia e lo sappiamo tutti. Basta ignorarlo. Capirà da solo che il suo tempo è andato

  5. ma che mangia Luperini mane e sera, se non cicoria amara?
    ora dopo aver fatto l’involontaria rima del disturbando però a me, angela mi viene anche da fare una domanda, agli/alle scrittori/ici che amo, che leggo, che ci sono: sono troppo bianciardiana, o moraviana, o testoriana, o cespedisiana, e poco dickiana, ellroyana, se chiedo: perchè qualcuno – fra i tanti scrittori esistenti oggi in Italia – non ci mette fra i soggetti, romanzi, i racconti che i scrive, anche le “storie”, la trama (in filigrana, per carità, non voglio sapere i fatti suoi) della sua vita?
    prendiamo biondils (o io, perchè qualcuno potrebbe dire comincia tu), che so che non si offende (io no a parlare di me non mi offendo). come gli entrano i soldi (ci ho provato, non mi entrano)? cosa succederebbe se desse un calcio al suo lavoro di architetto per fare solo lo scrittore (ve lo racconto al prossimo romanzo, però non faccio l’architetto)? con quali lup(erin)i si scontrerebbe (tanti, o uno. tutto nello stesso romanzo)? come sono divisi i suoi affetti (posso parlare di come non sono divisi)? e se entrasse un nuovo amore nella sua vita (qui, devo favolizzarla molto la mia vita. non mi frega dei romanzi d’amore, ma sono un modo – politico anche quello – di raccontare una realtà)? che cosa è l’amore o il non amore nella sua vita (può essere un figlio, una figlia)? e quante “chiacchiere” (tante ma caratterizzano la nostra epoca, mi piace raccontarla) si (ci) racconta. ma lui di certo quando resta da solo lo sa. perchè non ce ne parla? ma distanti, distanti, dalle cronache giornalistiche, tenendosi sempre e solo a regime letterario.
    non la “descrizione” della sua (mia) vita. ma la favolizzazione della sua (mia) vita.

  6. Scrive Andersen in ‘La fiaba della mia vita’, a proposito della ***catastrofica*** accoglienza riservata inizialmente alle sue fiabe:
    “Alcuni si lagnarono che fossi regredito a un genere così infantile. Laddove mi aspettavo elogi e complimenti per la nuova direzione impressa alla mia attività letteraria, ricevetti soltanto biasimo. Diversi miei amici, al cui giudizio tenevo assai, mi consigliarono caldamente di abbandonare il campo delle fiabe, adducendo che me ne mancava il necessario talento, e che non era un genere adatto alla nostra epoca. Altri suggerirono che, se proprio volevo cimentarmi in quel settore, avrei fatto bene a studiare prima i modelli francesi. La rivista letteraria ‘Dannora’, redatta e diretta da J.N. Höst, pubblicò una recensione che mi afflisse non poco. Diceva, infatti: ‘Queste fiabe potranno divertire i piccini, ma è talmente improbabile che essi ne siano edificati, che chi scrive non può assolutamente garantire l’innocuità di una simile letteratura. Nessuno vorrà sostenere, infatti, che nel bambino si affini il senso delle convenienze a leggere di una principessa che nel sonno si reca cavalcando un cane da un soldato che la bacia. Quanto a «La principessa sul pisello», essa appare non solo indelicata, ma addirittura sconveniente, in quanto il bambino può derivarne la falsa idea che una dama di così alto lignaggio debba essere così ridicolmente insofferente’. Il critico terminava augurandosi che l’autore non sprecasse altro tempo a scrivere fiabe per bambini.”
    Il tempo, naturalmente, dette ragione ad Andersen. Magari la funzione della critica è paradossalemnte questa: far impennare per reazione, con i suoi spesso miopi attacchi, l’amor proprio letterario dei talenti lì per lì meno compresi.
    Che ne sa Luperini, per fare un esempio banalissimo, di “Grande, Grosso e Giuggiolone”?:-)

  7. ANGELA, ti rispondo (perdonate se “parlo tanto di me”, non lo faccio mai, ma sono stato chiamato in causa): io credo di avere la coscienza a posto.
    Luperini ha tutto il sacrosanto diritto di non leggermi. Tutti lo hanno, io, d’altronde, mica leggo tutto, Luperini compreso.
    Ma sta di fatto che nei miei romanzi non si leggono “racconti ginecologici o ombelicali, a base di cazzo e di vomito”, né mi attardo “in uno stanco manierismo postmodernistico” (che cazzo vuole dire, poi?).
    Nei miei libri (scritti male, malissimo, figuriamoci, non sto facendo un discorso di “valore”) si parla di vecchie immigrazioni, di periferie urbane, di extracomunitari, di traffico di schiavi, della fine del moderno, della scomparsa degli operai, di città-territorio, di omologazione linguistica e di multilinguismo, si racconta di vite ai margini, della plebe non ancora popolo, di pensionate, giovinastri, panettieri, fruttivendoli, barboni, militari, professori, sbirri.
    Ma, oh… già… me ne ero dimenticato… io faccio “genere”, mica letteratura. Che sbadato… che pretese ho? Io faccio intrattenimento, mica analisi sociale… e poi (onta delle onte) pare che siano divertenti i miei libri. Insisto: che pretese ho, insomma?
    Meno male che faccio un altro mestiere, mi viene da dire. Cosa che reputo la mia massima libertà. Nel senso che così non ho neppure il “dovere” di scrivere per mangiare. Quindi scrivo quello che voglio. Questa è la mia libertà, e anche la mia onestà nei confronti del lettore, che sa che quello che legge, è esattamente quello che voglio scrivere, e non un ruffiano ammiccamento desideroso di vendere qualche copia in più.
    Ma Luperini questo non lo sa. E ne ha tutti i diritti. Come non lo sa nessuno all’Unità, al Manifesto, a Liberazione, dove non ho MAI ricevuto una recensione, neppure una stroncatura, per intenderci.
    Che sia anch’io un autore di destra? E pensare che non me ne ero mai accorto!
    Forse dovrei mettermi anch’io a parlare di sborra, di sangue, di vomito. Così i “compagni” si accorgerebbero di me, mi taccerebbero di ombelicarismo, scatenerei una polemica sulle terze pagine che contano, vincerei uno Strega, o un Viareggio. E, al culmine del mio potere cultural-politico, mi lamenterei, finalmente, del “vergognoso deserto culturale” attorno a me.
    Io credo che, per costituzione sociale, l’uomo abbia bisogno di “storie”, di “miti”. Non è detto che queste storie ci vengano raccontate sempre dallo stesso medium. Quando il romanzo non ha più risposto a questa esigenza le storie le si sono cercate altrove (cinema, fumetti, tivù, etc.).
    Oggi, però, si è tornati, eccome, a raccontarle (chi bene, chi male).
    Basta saperle cercare in libreria.

  8. apocalittico post-post-moderno…
    solo a scriverlo puzza…
    forse il problema è che non ho letto il libro, ma riassunta così la questione mi pare di quelle antichissime, le prime testimonianze scritte delle idee di luperini si hanno su tavole di argilla incise con scrittura cuneiforme, ma si ha ragione di credere che risalgano a tempi più remoti.
    dunque, io non so quali siano i caratteri post-moderni (o postmodernisti, qui ci si dovrebbe mettere daccordo…) che luperini ha individuato come ‘deleteri’, ma se sono, come al solito, l’autoreferenzialità della scrittura, l’uso di linguaggio ‘basso’, le furberie pop di una certa letteratura allora non ne vale nemmeno la pena di mettersi a discutere.
    non vale nemmeno la pena mettersi a discutere sulla crisi dell’immaginario, sulla permeabilità del reale ( e viceversa) o sulla colonizzazione del territorio del simbolico da parte dell’esercito esurpatore delle icone. c’è chi, molto meglio di me, ha affrontato la questione.
    semmai, ma anche qui, meglio di me lo spiega slavoj zizek, c’è la questione della ‘distanza cinica’ dal modo dell’intellettuale (o dell’uomo in generale), della rinuncia all’ideologia. quell’atteggiamento paranoico, che vede, o pensa di vedere, le oscene leggi non scritte che regolano il mondo e, da una parte, rifiuta di integrarsi, e, dall’altra si rifugia nella bolla della ‘conoscenza’ a guardarsi l’ombelico.
    ma questo non mi pare sia un problema così specificamente post-moderno.

  9. consiglio tecnico non richiesto ma gratuito Loredana(is better to stop to smoke):usa la metà delle parole per i post,e vedrai crescere in maniera esponenziale i lettori(ti troverai bene anche quando scriverai il tuo grande incendiario romanzo)

  10. Andrea..il tuo consiglio non era così gratuito.Mi ha fatto male.Piangerò tutta la strada fino alla Adelphi(scherzo).
    “SoS summer of Sam” di Spike Lee è un film meraviglioso mai volgare.E “gronda di sangue,vomito,lacrime,sesso,violenza”

  11. anche ho un consiglio tecnico non richiesto:
    in inglese si mette sempre il soggetto, quindi, ‘IT’S better…’
    ed eccone un altro:
    usate le parole che vi servono a dire quello che avete da dire…ve la ricordate quella scena di amadeus di milos forman in cui il re pur di dire qualcosa a mozart dice: “troppe note!”
    un altro consiglio, se uno è preoccupato perchè non vede crescere in maniera esponenziale i propri lettori può sempre mettere un bel paio di tette sulla propria homepage.
    come sono belle le cose gratuite!

  12. Allora Biondils, se Luperini non vuole dire “Raccontatemi di più di voi!”, visto che di “altro” già si parla, -postomoderno, e altre trame…- non ho capito che cosa Luperini voglia. Forse essere protagonista di un romanzo in cui lui fa la parte dell’eroe, quello che indica il processo di “desertificazione”. E lui, ehm, è sempre molto solitario, e pensono anche, ma a tratti irritato…solo che sua moglie non gli dice mai, “tesoro, ti sei purgato?”. ma questo è meglio per tutti, perchè alla fine poi i tre quattro protagonisti dicono, “Meno male che c’era Romano!”, “Sì, meno male!”. Baci. Baci.
    ci riprovo col nome, eh? 🙂

  13. E va bene, lo ammetto.
    ho usato Luperini come schermo. (maestra la colpa non è mia, è lui che si è ritagliato quello spazio. per me dice cose in-interessanti, e allora ho approfittato per fare altre domande)
    va bene, gli scrittori ci sono. e sanno raccontare (non mi metto a fare l’elenco. io personalmente come lettrice ho letto tante buone cose e le obiezioni che posso fare sono diciamo ‘marginali’: forse c’è troppo, non troppo poco, tutto in una volta. e i critici non si orientano. ma che ce ne importa?
    io però posso fare una domanda (lu)pere(g)rina? ma perchè scrittori, non mi raccontate un po’ di voi?
    come sono le vostre case? quando eravate piccoli/e anche i vostri sussidiari sparavano cazzate della serie, “Siamo in dicembre. per tutti arriva la neve…”. per tutti? a brindisi la neve non c’è mai stata. chi siamo mamma, noi? no, figlia è che i sussidiari li fanno tutti a milano e a torino.
    come vi divertite?
    come non vi divertite? (luperini, in Italia si ballava, nei rifugi, anche mentre c’erano i bombardamenti sopra. mi sembra una risorsa degli esseri umani, questa, non qualcosa da condannare!)
    ma non raccontatemi partendo dai giornali. “il probblema del precariato, il probblema delle periferie, dei disoccupati”.
    non adesso. così, è una proposta, in generale. perchè mi piace molto leggere.
    ci riprovo ancora, eh con a.s. ci metto dieci minuti. mi esce ‘scarapro’, perchè non lo scrivo mai, qua. 🙂

  14. quando ero embrione scrissi valanghe di phamplet in puro stile zen che non riesco a scordare(esempio di postmoderno,per i riottosi)

  15. Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni di persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese, mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta, Luperini scrive del postmoderno, che in Italia non c’è mai stato. Complimenti.

  16. Beh, Nicolò: perchè non più di tre mesi fa Giulio Ferroni ha scritto sul Corriere della Sera che il genere è paraletteratura.

  17. Nicolo’,
    un mesetto fa Nico Orengo, su Tutto Libri, diceva che il genere è paraletteratura perché utilizzava stereotipi.
    Io ho conosciuto insigni scrittori che mi hanno dichiarato di NON leggere libri di genere perché paraletteratura. E, attenzione, non vecchi bacucchi, ma giovani rampanti.
    Quello che per te è scontato non lo è affatto per gli altri, te lo assicuro.
    😉

  18. Faccio un esempio: mi aveva tanto divertito (e detto “delle cose”) quel pezzo di Michele Monina dove parlava di lui (che poteva anche non essere lui)di “questo”, che andava a presentare all’ipermercato il libro di Costantino. (parlava di editori, di sentimenti, di libri, di impiegati del supermercato) va be’ poi c’era Dado che diceva, “Non li devi vendere i libri all’ipermercato!”, ma quello è a “margine del racconto”. quella è un’opinione.
    lipperini dimmi che è luperini ad essere OT, ti prego!

  19. D’accordo, ci sono ancora delle sacche di resistenza, però il genere oggi ha (per fortuna) ben altra considerazione che in passato. Che poi il genere in realtà non esiste, nel senso che tutti i romanzi hanno un genere, un canone. Ma vado troppo di fretta, sono al lavoro 😉

  20. D’accordo, ci sono ancora delle sacche di resistenza, però il genere oggi ha (per fortuna) ben altra considerazione che in passato. Che poi il genere in realtà non esiste, nel senso che tutti i romanzi hanno un genere, un canone. Ma vado troppo di fretta, sono al lavoro 😉

  21. @ Biondillo. Scusa, Gianni, ma quelle cose sul genere non le dice o scrive più nessuno! Dai, basta con questo vittimismo. Una volta sì, una volta il genere era attaccato, a destra e a sinistra, subiva ostracismi di tutte le categorie, ma adesso… dai. Adesso ha tutti i crismi in regola, nessuno si sognerebbe più di ghettizzare il genere. Perché insistere con questi vittimismi 🙂

  22. @ Biondillo. Scusa, Gianni, ma quelle cose sul genere non le dice o scrive più nessuno! Dai, basta con questo vittimismo. Una volta sì, una volta il genere era attaccato, a destra e a sinistra, subiva ostracismi di tutte le categorie, ma adesso… dai. Adesso ha tutti i crismi in regola, nessuno si sognerebbe più di ghettizzare il genere. Perché insistere con questi vittimismi 🙂

  23. Lo so, lo so, Lippa, era una battuta. stavo solo cercando di tirar su il morale del “truppone”! dai. se no fra un po’ ci mettiamo a piangere 🙂

  24. Luperini parte da presupposti che non condivido ma coglie nel segno quando dice che una generazione di scrittori (ma io direi meglio: scritture, perché dei nostri scrittori ho idea che siano intelligenti e capaci) ha imputtanito, mescidato, mescolato una poltiglia globale che, linguisticamente, trova la sua massima e insuperata vetta nel BLOB televisivo. Perché di lingua e linguaggi si tratta, al fondo, non di argomenti. Uno scrittore di fiction fa fiction (e a quel punto vado a leggermi i classici del ‘700), uno di realismo non supera il naturalismo di metà ‘800, uno di costume non viene meglio di D’Annunzio. Solo in questo senso riesco a parlare di Restaurazione, intesa come dittatura del mediocre (e in questo i blog sono il trionfo), il resto dell’analisi mi sembra obsoleto. Condivido il “warning”: una intera generazione rischia di vendersi alle patatine, e di meglio non c’è che Aldo Nove. I cloni di questi, miei coetanei, sono solo cloni, patatine e pop corn di seconda fila.

  25. piangere aiuta a risolvere le migliori costipazioni dell’anima.”i fantasmi esistono quando un morto non è stato seppellito bene”(lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.l’unico testo che parlasse di filosofia che abbia mai letto)

  26. Gius, forse io sarò immemore e cieca come sostiene Luperini, ma questa orda di venduti alle patate io non la vedo. O meglio, mi viene da pensare prima a quelli che con le medesime non hanno nulla a che vedere. Ribadisco quello che ha scritto ieri Nicola Lagioia: i romanzi andrebbero letti, prima di giudicare, no?

  27. Sul sito dei Wu Ming c’è questa recensione di “54” fatta a suo tempo da Luperini:
    Nel romanzo postmoderno vanno distinte due generazioni diverse. La prima generazione è quella di Eco, di Vassalli di Malerba, di Tabucchi ed è una generazione in cui il recupero della storia avviene su uno scenario ontologico cioè la storia insegna che la storia non può insegnare nulla, perché il comportamento umano dipende da una condizione esistenziale eterna. Quindi scenario ontologico e filosofico. C’è poi un recupero della tradizione letteraria come quella dei promessi sposi. Nella seconda generazione, dei giovani, viene meno sia l’elemento ontologico e filosofico, sia il recupero della tradizione. Se prendiamo anche 54 di Wu Ming non c’è tradizione letteraria. C’è soltanto una serie di stereotipi filmici, fumettistici, presi da film western, film giallo, gangster e così via. Semmai questi Wu Ming somigliano ai cannibali dai quali però prendono le distanze. Loro prendono le distanze dai cannibali perché si impegnano sulla storia, si impegnano sulla politica cosa che i cannibali invece non farebbero. Però a me sembra che la politica sia per oro solo un argomento e non una passione. Un tema come potrebbe essere l’horror, non c’è molta differenza. Sono uniti ai cannibali da uno scopo sostanzialmente edonistico, cioè loro si divertono e vogliono far divertire i lettori. E la maggior apertura ai temi politici e alle tematiche storiche, sembra soprattutto un modo per conquistare un posto sul mercato, una novità, cioè un marchio. Come dire noi ci distinguiamo per questo. Ma non è una vera passione né politica né storica; con questo ’54’ manca del tutto l’intento di capire cosa è stato davvero questo ’54. Cioè manca l’intento di capire e individuare un senso delle vicende e degli avvenimenti raccontati. Quello che conta è la pura avventura, quello che conta è far seguire fatti a fatti, incastrare i fatti tra di loro, riuscire in qualche modo a far tornare il bandolo della matassa narrativa, riunendo i diversi fili che magari all’inizio sembravano non aver nessun legame. Quindi puro divertimento. Il ricorso alla storia quindi da questo punto di vista è sostanzialmente strumentale, serve semplicemente per essere un ingrediente in più. Questo ’54’ è fatto di pezzi cuciti insieme più o meno abilmente. Si direbbe che gli autori abbiano voluto strafare. Stipano un fumo non verosimile di personaggi storici, quasi volessero raggiungere con la quantità, quello che evidentemente non sanno raggiungere con la qualità. E quindi abbiamo sulla scena Tito e Cary Grant, Serov capo del KGB, l’imperatore del Vietnam, le sezioni emiliane del PCI, e i mafiosi italo-americani, partigiani e narcotrafficanti, Hollywood e i bassifondi marsigliesi e così via con un effetto continuo del dejà vu dello stipato dell’accumulato, di sovrabbondanza, un po’ come è tipico del postmoderno che è caratterizzato dalla sovrabbondanza della merce. Il mondo tragico della storia e quello della cronaca bassa hanno lo stesso tipo di trattamento desublimato con ovvio effetto di appiattimento. I personaggi sono stereotipati, monocordi, privi di qualsiasi profondità psicologica e umana. L’unico personaggio che ha un briciolo di risalto è quello di Pierre e quello del padre, ma anche qui poi, pur costituendo l’incontro tra i due, l’episodio più efficace del romanzo, tuttavia anche questo episodio è introdotto da colpi di fucile con cui il padre diffidente accoglie il figlio sconosciuto come accade in troppi film di cowboy. Insomma, troppa grazia Sant’Antonio direi eh?
    Romano Luperini, 8 maggio 2002

  28. Rispondo a Loredana e Angela: ad entrambe dico che il libro di Lagioia “Occidente per principianti” è effettivamente un bel libro, specie nella prima parte, e sono contento per lui e per noi lettori; ad Angela dico che purtroppo, avendo a disposizione poco tempo e pochi soldi, tocca pur scegliere, e non è che faccia piacere comprare letteratura e ritrovarsi patatine! Stiamo parlando di critica letteraria a libri, non di gusto o idiosincrasia verso persone, sia chiaro, io sono abbastanza rigido su questa distinzione (che pare sacrosanta ma non lo è affatto). Ancora: non è obbligatorio porsi in termini “comparativi”, come ho fatto, tra libri, specie se di epoche diverse, ma non è vero che a metà anni ’90 sia stato inventato un nuovo modo di scrivere che sta cambiando la percezione del presente e bla, ri-bla, ri-ri-bla; è vero invece che sono emersi giovani scrittori promettenti che si sono appoggiati (e sono rimasti) ad un linguaggio del quale BLOB resta miglior esempio, e che il migliore di quei scrittori sia (a mio umile e piccolo parere) Aldo Nove.
    Ma la questione bomba è questa: chi paga, chi tira fuori gli eurini che oliano la macchina? Perché io lettore devo correre il rischio di comprare patatine spacciate per letteratura e alimentare questa mediocrità? Se i libri non li legge la critica (che pur li riceve regalati), perché devo comprarli io? Il meccanismo è di truffa bella e buona, e il lettore abbastanza competente è stufo di farsi truffare. Perché leggo di grandi capolavori quando si tratta di operazioni commerciali ben studiate a tavolino o di onesti libri di “genere” (che hanno cioè un ben preciso segmento di fan) spacciati per universali al solo scopo di vendere in altri segmenti di pubblico?

  29. ma, lippa, ecco… e anche lagioia (il cui occidente peraltro è bello) Franco ha postato un esempio di “lettura luperinesca” di un romanzo a mio parere molto convicente (non esageriamo nei complimenti, no?). qui non è che non si legga, scusate!
    i romanzi vengono letti. ma vengono letti con quell’atteggiamento di dire, “ecco, vedi, flaubert è più bravo…ecco, e qua? calvino avrebbe fatto meglio…ecco, non sei brava come Dostioevskij”. la lettura cioè è di tipo suoceresco (il suocero) – secondo un canone da commedia -e per l’appunto: “Io mi meritavo di più! Io meritavo quanto meno di recensire putacaso un Nabokov!”
    Il “disinteresse” reale sarebbe meglio. almeno uno lascerebbe il posto, come sull’ autobus, dando un’indicazione certo con il disinteresse, ma lasciando ad altri la possibilità di recensire. non è vero che non leggono i romanzi.
    ho letto troppe brutte recensioni e posso contraddirvi in qualsivoglia momento! purtroppo.
    🙂

  30. Sei Ariete, Angela? Il segno di Hitler…;-) A.p.g.s. (a parte gli scherzi) credo di si, che significhi che non molli mai la presa. Come diceva uno che parlava come un libro stampato: “Me ne compiaccio”. Io sono dello scorpione, così per la cronaca (nera?).

  31. sono ariete, franz 🙂
    talmente ariete che sono figlia di un’ariete e madre a mia volta di un’ariete.
    il che vuol dire, immagino, nel linguaggio dei segni che “mollo la presa solo causa paresi(a)”?
    condivido la tua visione romanzesco-cosmologica.
    e, ma volevo chiedere a biondils. tu che non te la prendi mai, perchè ti incazzi così tanto se qualcuno dice, “Biondillo, ah sì quello che fa romanzi di genere!”, che te cambia? Che te frega?
    stai qua, c’hai la lippa, così gentile tutti i i giorni ci cambia il post, quattro amici te li sarai fatti, no? fai l’architetto. nei romanzi – con la scuse che fai il genere – il “privato” lo scansi sempre. con andreac te magni la bona pizza, che te frega?

  32. @ gius – a parte che i libri non si comprano a scatola chiusa, anche al supermercato, li puoi aprire e leggere qualche pagina.
    a parte che non so se mi girano più le palle se mi tacci di essere un sostenitore del dittatore o un mediocre.
    ma poi, esiste un qualcosa di sfuggente e difficile che è la contemporaneità. certo, a volte è difficile riconoscere un’opera che gode del favore degli astri ed ‘esce’ al momento giusto, e una che rimarrà immortale, però non è nemmeno questo che mi interessa veramente. se di lingua e di linguaggi vuoi parlare allora avanti, ma non venirmi a dire che d’annunzio avrebbe scritto allo stesso modo se avesse avuto la TV col telecomando. scusa la banalità, ma l’espressione artistica cresce sulla crisi e sui fallimenti del concetto di espressione artistica precedente. questo però mi pare la base da cui partire, se leopardi vedeva la siepe, io magari vedo un palazzo, un cartellone pubblicitario, una finestra con dei begli infissi in alluminio anodizzato, le ciminiere di una fabbrica, la vetrata asettica di un ufficio pubblico, un parco in cui si fanno i tossici, la M di Mc…

  33. Luperini compie un errore di sostanza quando afferma che in Italia la letteratura sta saltando una generazione. Mi spiego meglio: quando Luperini afferma che “gli intellettuali hanno mescolato vecchio idealismo e nuove tecnologie annullando la materialità e sostenendo la linguisticità del mondo, la riduzione delle cose a simbolo”, espone una sua visione delle cose letterarie. Che io posso anche condividere (in realtà non condivido affatto, non copletamente, diciamo). Ma non può far seguire un giudizio sull’inesistenza di una generazione di intellettuali o di autori di fiction. Infatti, ammesso (e non concesso) che l’individuazione che lui fa delle caratteristiche dell’autore di fiction di oggi siano fedeli, queste avrebbero comunque identificato un ethos letterario ben definito. Poi, se per le sue tassonomie ciò non sia degno di lode è un’altra cosa. Ci accorgiamo che nel corso dei secoli la narrazione ha imboccato polarità diverse. Se pensiamo alla centralità della sorte nel romanzo greco e bizantino, o alla proliferazione di favole nei romanzi latini, o alle miracolose ricreazioni prodotte dal romanzo cortese medievale di Chretien de Troyes, ci rendiamo conto che la scrittura creativa è una pratica che richiede, per essere viva, di dar corpo alle spinte più energiche di un’epoca. L’universo del narrare si nutre di continui cambi di direzione. Ora, queste scritture-blob, che “hanno mescolato vecchio idealismo e nuove tecnologie annullando la materialità e sostenendo la linguisticità del mondo, la riduzione delle cose a simbolo”, non hanno comunque contribuito a un nuovo e possente cambio di direzione?
    Adesso probabilmente se ne sta preparando un’altra, di direzione, non si possono ignorare infatti le esperienze di Nazione Indiana, il genere come discorso sul presente (e non solo), le scritture impegnate che il mondo lo vogliono tirare fuori dalla restaurazione e quelle che comunque vogliono non solo rispecchiare ma dare un senso.

  34. Nicolò, ecco:
    “onesti libri di “genere” (…) spacciati per universali”
    Capisci? E’ in quel “onesti” che si insinua il pregiudizio di GiusCo. Sarete pure onesti, ma siete pur sempre “genere”.
    Persino il giovane Consolo ammise che non capiva come un autore “serio” come Sciascia potesse scrivere dentro la gabbia del “genere”. Poi ha capito. Leggendoli.

  35. Luperini compie un errore di sostanza quando afferma che in Italia la letteratura sta saltando una generazione. Mi spiego meglio: quando Luperini afferma che “gli intellettuali hanno mescolato vecchio idealismo e nuove tecnologie annullando la materialità e sostenendo la linguisticità del mondo, la riduzione delle cose a simbolo”, espone una sua visione delle cose letterarie. Che io posso anche condividere (in realtà non condivido affatto, non copletamente, diciamo). Ma non può far seguire un giudizio sull’inesistenza di una generazione di intellettuali o di autori di fiction. Infatti, ammesso (e non concesso) che l’individuazione che lui fa delle caratteristiche dell’autore di fiction di oggi siano fedeli, queste avrebbero comunque identificato un ethos letterario ben definito. Poi, se per le sue tassonomie ciò non sia degno di lode è un’altra cosa. Ci accorgiamo che nel corso dei secoli la narrazione ha imboccato polarità diverse. Se pensiamo alla centralità della sorte nel romanzo greco e bizantino, o alla proliferazione di favole nei romanzi latini, o alle miracolose ricreazioni prodotte dal romanzo cortese medievale di Chretien de Troyes, ci rendiamo conto che la scrittura creativa è una pratica che richiede, per essere viva, di dar corpo alle spinte più energiche di un’epoca. L’universo del narrare si nutre di continui cambi di direzione. Ora, queste scritture-blob, che “hanno mescolato vecchio idealismo e nuove tecnologie annullando la materialità e sostenendo la linguisticità del mondo, la riduzione delle cose a simbolo”, non hanno comunque contribuito a un nuovo e possente cambio di direzione?
    Adesso probabilmente se ne sta preparando un’altra, di direzione, non si possono ignorare infatti le esperienze di Nazione Indiana, il genere come discorso sul presente (e non solo), le scritture impegnate che il mondo lo vogliono tirare fuori dalla restaurazione e quelle che comunque vogliono non solo rispecchiare ma dare un senso.

  36. Se posso dire la mia Giusco, (domanda puramente retorica 🙂 lo so), riprendo anche quello che si diceva ieri.
    Perchè continuiamo a sentirci figli, scusate?
    Nel senso: perchè continuiamo a considerare così importante lo “sguardo” di tanti che scrivono di romanzi? (romanzi, non libri qualsiasi)
    “Il mio lavoro merita rispetto!”, molti dicono, più che giustamente (nicola la gioia ieri).
    ma, e qui interviene quello che a me con un termine vecchio viene definito il “sociale”, “Dove è il rispetto, scusate? chi viene rispettato (non so come dire, mi viene solo una parola antica, anche qui, che però mi piace) in questo sistema sociale? I bambini vengono rispettati? (retorica per retorica)
    mi sento molto vicina ai wu ming in questo. se non viene rispettato il minatore, non sarà rispettato neanche l’artista. normale. ma perchè l’artista dovrebbe esserlo di più? perchè?
    Quindi:
    anche anagraficamente. molti di noi (me compresa) dovremmo aver imparato (e dovremmo cominciare a insegnarlo a quelli più giovani) che
    1 la retorica del “libro= oggetto alieno, diverso dalle patatine” è appunto pura retorica; i libri SONO trattati come le patatine. Ma, e quindi sta il NODO. Inutile dire, “Ah, oddio, se i libri sono trattati come le patatine, c’è la restaurazione, allora! E dove andremo a finire?” Proviamo ad andare per adesso.
    E per andare:
    2. Diffidiamo del sistema di diffusione delle informazioni tradizionale. Se trovo recensito il libro da uno/a che SO per esperienza essere AL SOLDO di un editore, non devo più fidarmi di lui, no?
    3. E’ inutile secondo me prendersela e con a) quelli che parlano di romanzi per “fare costume”; b) i critici da commedia (qualsiasi sia la loro disciplina, attività). Secondo me alimentare certe polemiche non serve. accetto che altri le facciano, e mi diverto a leggerle.
    se uno poi è bravo/a a metterle in un “romanzo” che se le coltivi pure, ma senza dare a esse polemiche così tanta importanza.

  37. Ahò, e che state a fà, a travisà er Cornacchione? Quello ha detto chiaro genere = che ha un segmento ben definito di pubblico, perché je volete venne ir punk o l’heavy metal? Perché je volete venne, diciamocemocelo. Giannì, er polizziotto tuo è genere, c’hai da rassegnà, a mi moje polizieschi nun ne garbano e manco al GiuseppeCo. Pace. Cagnate canale. Tutti avete detto chiaro.

  38. Che poi quello dei generi è un po’ il discorso sui segni zodiacali. Scusa Angela, di che segno sei? (Secondo me acquario, sbaglio?). E Gianni? Segno di fuoco! Io sono d’acqua, modestamente… Allora il giallista è cancro ascendente capicorno, mentre il narratore del cane che gli morde le budella è del leone ascendente ariete. Il postmodernista è vergine, ovviamente. Insomma, sempre con questi generi: ne propongo di nuovi, anzi no,seminuovi: il genere similpelle in odore di premio letterario, romanzo ricattatorio, pieno di negatività che però esplode nel positivo, con alto senso della metafora, tra la Jelinek e la Tamaro dopo la cura. Il romanzo “barbogio” scritto dal vecchio arnese, una spataffiata da mal i panza (on y soit…) con 27 reduci della RSI che si fronteggiano nell’estate del 47 con i magnifici sette partigiani… Il romanzo cattolico del nulla che non stimula, ambientato a Roma ma con un protagonista infoiato che pensa a Laurence Durrell mentre si fa una pippa…
    Eh si, i generi abbondano, più dei segni zodiacali. Allora Angelina Jolie del blog, di che segno sei?;-)

  39. sono ariete, franz 🙂
    talmente ariete che sono figlia di un’ariete e madre a mia volta di un’ariete.
    il che vuol dire, immagino, nel linguaggio dei segni che “mollo la presa solo causa paresi(a)”?
    condivido la tua visione romanzesco-cosmologica.
    e, ma volevo chiedere a biondils. tu che non te la prendi mai, perchè ti incazzi così tanto se qualcuno dice, “Biondillo, ah sì quello che fa romanzi di genere!”, che te cambia? Che te frega?
    stai qua, c’hai la lippa, così gentile tutti i i giorni ci cambia il post, quattro amici te li sarai fatti, no? fai l’architetto. nei romanzi – con la scuse che fai il genere – il “privato” lo scansi sempre. con andreac te magni la bona pizza, che te frega? la scuse che fai il genere – il “privato” lo scansi sempre. con andreac te magni la bona pizza, che te frega?

  40. Luperini ormai puzza di morto, bisogna che qualcuno glielo dica. Il suo assunto è questo: negli anni Sessanta a mangiare la pizza assieme ci andavano Pasolini, Calvino, Arbasino e altri (fra i quali l’encomiabilissimo Moravia, che per fare gruppo si scopava anche la Morante). Gli Insigni non solo mangiavano, ma discutevano anche dei massimi sistemi. Ora a mangiare la pizza ci vanno Moresco, Genna, Mozzi e gli altri straccioni della combriccola. Ma: Moresco è un rompicoglioni; Genna è uno schizofrenico con manie di protagonismo; Mozzi…beh, Mozzi è un democristiano, via. Il problema di Luperini, è di molta parte della critica accademica, è che non considera l’attuale scea letteraria italiana non perchè non ne condivida i fini o gli intenti, ma, semplicemente, perchè non la considera letteratura. Se queste mummie provassero a farsi un esame di coscienza, forse arriverebbero a pensare (non dico a capire ed accettare!)che forse sono loro e i loro strumenti interpretativi a non essere più adeguati a comprendere la letteratura e il mondo. Ma così non è. Che restino a marcire nell’accademia.

  41. Angela, sono sempre io, il fu passante, l’ossignùr de’ noantri, er generale de la brigada pseudolica de li tempi belli (www.pseudolo.it). Comunque, ripeto e chiudo: potete scrivere di tutto, ma inventatevi una lingua, ché state a BLOB, non a Conan Doyle, Franz. Buona cena.

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