QUELLA TOMBA SENZA NOME A TIRO: ANCORA SU GRAZIELLA DE PALO

Israele bombarda Tiro, ed è orrore che si aggiunge all’orrore.
C’è anche una piccola porzione personale in quell’orrore.
Perché ci sono morti antichi che sono stati sepolti in un cantiere. I cantieri sono diversi fra loro. Immaginiamo che questo cantiere si trovi nella città di Tiro, Ṣūr che significa scoglio in fenicio, Ṣur in ebraico, per tutti la città della porpora e del legno che servì a costruire il tempio di re Salomone. Ma il Signore degli Eserciti, attraverso Geremia, la maledisse, ponendo nelle mani del profeta una coppa da cui dovettero bere le nazioni colpevoli, Gerusalemme e le città di Giuda, “per abbandonarle alla distruzione, alla desolazione, all’obbrobrio e alla maledizione, come avviene ancor oggi. E così devono bere tutti i re di Tiro e tutti i re di Sidòne. Tiro fu al centro della guerra civile libanese, fu occupata da Israele e fu cuore della resistenza palestinese.
Oggi Tiro è il nuovo bersaglio di Netanyahu e della sua follia.
Questo è quello che sappiamo.
Ma esiste un articolo, lontano, del 2017. Lo scrive Massimo Numa, giornalista della Stampa, oggi scomparso: lo scrive su una testata online, Torino Star. Riguarda Graziella De Palo e Italo Toni. Racconta di aver incontrato un confidente, un ex dirigente dei servizi segreti italiani di cui è impossibile sapere il nome (e come trovarlo, questo benedetto nome, visto che sono tutti morti?). Gli dice di sapere tutto. Dice che

“un addetto alla reception dell’Hotel Triumph di Beirut, dove De Palo e Toni avevano trascorso una settimana (arrivati il 28 agosto da Roma) era un agente di Settembre Nero e loro erano stati attentamente tenuti sotto controllo. Erano in contatto con un’italiana molto vicina (lo è tuttora) all’OLP, ma quando stavano per partire su una jeep, sotto la scorta dei palestinesi di Al Fatah, furono rapiti da miliziani armati e incappucciati, appena usciti dalla strada dell’albergo, come disse in allora un informatore ai nostri 007, quindi trasferiti in un fabbricato, ben noto alla polizia libanese, interrogati e infine uccisi. nel volgere di poche ore”.

Dice ancora:

“Sapevamo tutti i particolari della morte dei due giornalisti, chi li aveva rapiti, poi detenuti in una base palestinese, infine torturati e uccisi. I corpi furono sepolti sotto un cumulo di detriti, in un quartiere non distante da Tiro, vicino al mare, all’interno di un cantiere non lontano da uno svincolo autostradale.”

Non sappiamo chi sia quest’uomo. Non sappiamo se abbia mentito. Quella rivista online non esiste più. L’allora direttore della Stampa, Molinari, disse che Numa non lo aveva informato su nulla. Possiamo solo ricostruire e immaginare quel che avviene il 2 settembre 1980.
Del prima sappiamo tutto quel che è possibile sapere, ma non tutto. Sappiamo di quei  giorni (trenta? Venti?) prima della partenza di Graziella De Palo e Italo Toni per il Libano, sulle tracce di qualcosa di non nominabile, e che solo ora possiamo attribuire a una spirale oscura  che insinua le sue spire nel nostro mondo di oggi e che ha avvelenato quello di ieri. I proiettili che furono usati dai brigatisti rossi per sterminare la scorta di Aldo Moro venivano dall’estero. Più esattamente dal Medio Oriente. Erano stati fabbricati dalla ditta Fiocchi di Lecco, presumibilmente prima del 1973, ed erano destinati all’esportazione. Si trattava di una partita di munizioni per armi da guerra destinate all’Egitto, ma che probabilmente prese un’altra strada e rientrò in Italia per finire negli arsenali delle Br. Lo scriveva Graziella sull’Astrolabio a giugno, due mesi prima di sparire. Segui le armi, e trovi  tutto quello di cui non si parla più, Gladio e la P2 e le stragi e ciò che non ci interessa affatto, vuoi mettere con il veterinario di TikTok o la shitstorm sull’influencer di Instagram e perché poi mettere le mani sulla carta, le carte, gli appunti scritti a penna, cose di un altro secolo, cose che non hanno più senso, cose di ieri, cose da archivisti, da storici, da ossessionati.
L’esperienza dell’ossessione è però l’unica che conti. E con quella consapevolezza noi seguiamo i passi di Graziella dall’hotel Triumph di Beirut, dove ha dormito, fino a una jeep. Immaginiamo che nella jeep qualcuno cambi direzione. O anche. Immaginiamo che qualcuno fermi la jeep. Uomini che incappucciano e minacciano e portano via la ragazza e l’uomo. E su questo ci arrestiamo, perché non vogliamo vedere quello che succede dopo, perché dicono che è atroce quello che succede dopo e quella è un’esperienza che non intendiamo intraprendere per pietà e amore. Quindi ci ritroviamo qui, sulla via per Tiro. Si vede il mare, ci sono cantieri, ci sono sempre cantieri nelle città devastate dalla guerra e dalle bombe. Nei cantieri ci sono gru, attrezzi, mattoni. Detriti ammonticchiati in un angolo. Sotto la luna in Gemelli gli uomini spostano i detriti, aprono il portabagagli, ne estraggono, immaginiamo con malagrazia, due corpi. Lo svincolo autostradale è all’orizzonte, si intravede alla luce della luna. Vengono deposti vicini, così vogliamo immaginare, spalla contro spalla, il viso al cielo. Poi ricoperti con gli stessi detriti. Infine lasciati soli, il rumore dell’automobile che si allontana non viene colto da nessuno. Qui dobbiamo fermarci. Non sappiamo cosa sia sorto sopra quei detriti. Un grattacielo, un albergo, una casa? Chi abita in quei luoghi? Come dormono i loro abitanti? Sognano, a volte, un rumore come di conchiglie spezzate che sale dalle fondamenta? Nei loro sogni appare una ragazza con i capelli neri e, se avviene, raccolgono i suoi sospiri, placano la sua tristezza, o si girano dall’altra parte cercando una posizione più comoda nel sonno?

Detriti su detriti, oggi. E altre morti insensate, come sempre.

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