Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna la si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro. Nell’introduzione al testo (la vecchia collezione Einaudi di teatro diretta da Paolo Grassi), scrive dunque:
“c’è sempre una grotta e la vergine che perde una scarpa e la cenere e la pianta e le sei sorelle e la madre e la matrigna e la Madonna e tante madonne e un padre cattivo che si sposa sempre per darci una matrigna o magari sposerebbe anche la figlia perché è lui che comanda o crede di comandare finché Cenerentola o una Madonna non diventa gatta e gli graffia il viso fino a farlo tremare dalla paura di essere divorato come un topo. Allora egli, dopo aver inventato la sua verginità, dopo aver mozzato il capo ai figli morti prima di nascere, inventa una chiesa dove è l’unico dio che non può morire perché ha creato tutto lui. Ma intanto si accorge che non può partorire e allora la gatta gli ride dietro e si siede come regina al suo posto calzando la scarpa perduta come vuole lui ma fregandosene altamente perfino della Santa Inquisizione”.
La gatta Cenerentola, peraltro, non termina con l’esultanza da parte della medesima, che anzi non ha nessuna fretta di misurare la scarpa. Quando una delle lavandaie la chiama affinché la prova venga fatta e, insomma, amore e innocenza trionfino, la risposta di Cenerentola è:
“E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Passano gli anni, e quel ritorno alle origini della storia proposto da De Simone viene molto spesso dimenticato (purtroppo: chi può, recuperi video e musiche dell’opera). Il malinteso modello Cenerentola – dove la scarpetta viene subito provata e di gatte non c’è traccia – no, e riaffiora soprattutto in molti libri destinati alle donne e alle ragazze dove il lieto fine fa parte del patto con il lettore e non può dunque essere tradito (lo so, ci sono molti esempi di romance, specie autopubblicato, dove il lieto fine può includere anche la solitudine lieta e consapevole, ma mi pare siano comunque una nicchia).
Scrivo questo perché nei libri che sto occhieggiando in questi giorni i finali lieti occhieggiano a loro volta, anche quando parlano di catastrofi, e ogni tanto sospiro e vado a rileggermi Hill House, che porta con sé il finale più crudele che conosca.
Nota bene. Il blog prende una lunga pausa: da domani a domenica c’è il terzo appuntamento con Chatwin, la scuola nomade di narrazione di Umbria Green Festival, a Spoleto, con Nadia Terranova e Silvia Schiavo. Da martedì, inoltre, sarò in viaggio, con una tappa a Formia da Fuori Quadro e infine a Ventotene per Gita al Faro. Poi torno, poi scrivo. State bene, nel frattempo.