Forse sono ingenua, ma credo che quello che è successo in questi ultimi giorni potrebbe cambiare qualcosa: ma, attenzione, non sto parlando né dei giornali né dei social in quanto entità. Sto parlando di noi, delle persone, che sui social siamo e che continuiamo a obbedire a un istinto antico, che è quello di muoverci in gruppo cercando un bersaglio, e unirci post dopo tweet dopo storia Instagram per annientarlo. Storia antica, come scrisse René Girard in La violenza e il sacro e in molto altro: c’è una crisi sociale, serve un sacrificio (un linciaggio) che ristabilisca, almeno apparentemente, pace in una comunità turbata.
Conosco la reazione: io non sono così. Non è vero. Da qualche parte, dentro di noi, siamo tutte e tutti così. Solo che alcuni di noi riescono a contenere l’istinto primitivo, a lasciare le dita sollevate non con il sasso in mano ma sulla tastiera e a chiedersi “cosa sto facendo?”, e tacere, e vergognarsi anche di sé. Altri e altre no. 
Dobbiamo dunque, prima di accusare i social o i giornali o questo o quella, essere capaci di dirci che quello che vediamo ogni giorno in rete siamo noi. Nella nostra bruttezza e nella nostra bellezza, anche: ma tutta insieme. Non l’abbiamo mai vista così nel corso della storia, e non siamo, parlando in generale, capaci di muoverci in questo scenario, non ancora.
Certo che i social amplificano l’odio. Ma dobbiamo fare un passo indietro al prima, o almeno al prima relativamente recente. Dai, facciamolo.

La prima obiezione che si può fare è che, insomma, avremmo ben altro di cui parlare. Certo che lo abbiamo, ma non riusciamo a parlare di nulla, temo, se non in rare eccezioni, senza venire alle mani. O far sì che altri e altre, per noi, vengano alle mani contro qualcuno. Penso a molti episodi social degli ultimi giorni e ore: e ovviamente alla morte della ristoratrice accusata di aver scritto un’autorecensione falsa. In questo caso non sono stati i debunker a usare toni violenti (come ora rivendicano): ma i loro commentatori sì. Di contro, la valanga ora tocca i debunker medesimi, e non se ne esce.
Non è importante? Eccome se lo è. Ma dal momento che è difficile e forse scorretto parlare ora, per il momento lascio la parola ad altri.
Avvertenza. Per chi non ha letto la saga della Torre nera di Stephen King, e in particolare La sfera del buio, contiene spoiler. Per chi l’ha letta, o per chi se ne infischia degli spoiler, contiene qualcosa che ci riguarda. Buon lunedì.

Non è perché ci ho lavorato per anni né perché ci conosciamo da ancora più anni. Trovo però intollerabile il modo in cui un uomo come Marino Sinibaldi è stato buttato fuori dai vertici del Cepell. Per telefono. Mentre era in motorino per andare in ufficio. E lasciamo perdere lo sterminato curriculum di Marino in materia di libri, anche se non bisognerebbe lasciar perdere affatto: ma non si fa così.  
Peraltro, non si fa così anche per quanto riguarda l’ articolo, dove si equipara il fantastico a immondizia fascista.

Seguo anche io la vicenda, non la prima e non l’ ultima, dei saluti fascisti al raduno per Acca Larentia. E mi è tornato in mente un bellissimo articolo del mai abbastanza rimpianto Alessandro Leogrande. Lo scrisse per Il corriere del mezzogiorno, lo riportò Minima&Moralia. Era il 2012. Non molto tempo prima un altro, uh, “folle”, di CasaPound, aveva assassinato due migranti a Firenze. Ve ne riporto uno stralcio.

Ieri pomeriggio ho visto finalmente “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. L’ ho trovato non solo un film pieno di intelligenza e di grazia, ma una delle non molte storie in grado di catalizzare una comunità. Al cinema gli spettatori inorridivano quando alla protagonista cade di tasca la famosa lettera, per esempio, e piangevano nella scena finale, e alla fine abbiamo applaudito non per forma, ma per gratitudine. Cos’ altro si deve chiedere a una storia? Così, mi è tornata in mente una vecchia lettera che Marco Bellocchio scrisse a Repubblica nell’ agosto 2007. L’ avevo conservata, ed eccola.

Allora, viene da porsi qualche domanda: cosa succede quando immaginario e scienza si intrecciano? Quando i transumanisti che sperimentano la possibilità di “salvare i dati” della nostra mente vengono anticipati in San Junipero di Blackmirror? E che fine fa quella hybris che impediva di varcare i confini, in Goethe come nel manga Death note? E cosa sarà degli immortali che abbiamo letto o ammirato, o compianto, in libri, fumetti e film, e naturalmente in Tolkien, che su morte e immortalità ha fondato il Signore degli anelli? E saremo infine noi stessi a diventare così simili ai replicanti di Blade runner, che erano collocati, guarda caso, proprio nel 2019 che è già alle nostre spalle?

Loredana Lipperini
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