Allora, viene da porsi qualche domanda: cosa succede quando immaginario e scienza si intrecciano? Quando i transumanisti che sperimentano la possibilità di “salvare i dati” della nostra mente vengono anticipati in San Junipero di Blackmirror? E che fine fa quella hybris che impediva di varcare i confini, in Goethe come nel manga Death note? E cosa sarà degli immortali che abbiamo letto o ammirato, o compianto, in libri, fumetti e film, e naturalmente in Tolkien, che su morte e immortalità ha fondato il Signore degli anelli? E saremo infine noi stessi a diventare così simili ai replicanti di Blade runner, che erano collocati, guarda caso, proprio nel 2019 che è già alle nostre spalle?

Fino all’agosto scorso, e alla morte di Michela Murgia, mi dicevo che bisogna pur comprendere la solitudine, la rabbia, la tristezza di chi usa la rete con odio e livore. Da allora faccio molta più fatica, lo confesso. Perché esistono altri modi per sfogare o consolare solitudine rabbia e tristezza. Modi che non feriscono. Modi che non fanno ammalare.
Ma voglio essere ottimista fino all’ultimo. Dunque, concludo questo anno con le parole di Neil Gaiman, a proposito di diritti:

“Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Per non lasciare il mondo più brutto di quello che l’abbiamo trovato, per non svuotare gli oceani, per non lasciare che i nostri problemi ricadano sulla prossima generazione. Abbiamo l’obbligo di fare pulizia prima di scomparire, e non lasciare che i nostri figli si ritrovino in un mondo miope, incasinato, immutabile e paralizzato.”
Buon anno, commentarium caro. E che sia migliore

Devo in effetti chiedere scusa al commentarium, perché sto vergognosamente trascurando il blog. A mia giustificazione parziale, il cumulo impressionante di lavoro degli ultimi mesi, che non si placa neppure durante le feste. Saprò recuperare, prometto. Come piccola riparazione posto qui uno stralcio dell’articolo di Sandra Newman che riguardava l’utopia e che ho citato ieri in trasmissione, con qualche mia considerazione. 

A maggio 2019, Sandra Newman, autrice del bellissimo I cieli (che è un romanzo fantastico utopico), analizza la tendenza, in cerca di utopia. Perché c’è stata anche quella, da Platone e Thomas More fino a Millennium Hall di Sarah Scott e prima ancora Camelot, naturalmente, e ancor più naturalmente l’idea religiosa che la storia degli uomini “cominci nell’Eden e finisca in cielo”. E’ stata la catastrofe del ventesimo secolo a favorire la distopia, e oggi l’utopia cristiana diventa la Gilead del Racconto dell’ancella, e le innovazioni tecnologiche diventano la possibilità di nuove atrocità come in Non lasciarmi, in Cloud Atlas, in Black Mirror.

Ieri sera, tornando da Torino a Roma, sono nuovamente capitata nella situazione più pericolosa per chi viaggia in treno: non la signora che parla al telefono con tutta la famiglia, non il gruppo di amici che grida e ride, neppure il signore che guarda i video delle partite senza auricolare.
La cosa peggiore che possa capitare, infatti, sono i manager. I manager sono quelli che appena seduti aprono il computer, lanciano excel e cominciano, se va bene, a compilarne ogni campo. Se va male, e va spesso malissimo, sono quelli che trascorrono le ore del viaggio in call con altri, naturalmente urlando, perché anche se hanno gli airpod non sanno come usarli.
Ma ieri ho avuto l’illusione che fosse un viaggio diverso, salvo ricredermi in fretta.

“L’ho uccisa perché l’amavo” esce domenica in allegato con Repubblica. E’ stato pubblicato dieci anni fa, nel 2013, per Laterza ed era fuori catalogo dalla primavera scorsa. E’ un piccolo libro scritto con Michela Murgia in una manciata di settimane: è stato annunciato a me a dicembre 2012, mentre ero in Val d’Aosta, ed è stato concluso a gennaio 2013, mentre Michela era in Val d’Aosta, per chi crede nelle coincidenze. Noi ci abbiamo creduto.
Quello  che si propone il libro non è raccontare storie (altri e altre lo hanno fatto ed è importante che si continui a fare), ma ragionare sulle parole che vengono usate per raccontare le storie. Per questo, posto sul blog un frammento del capitolo introduttivo. 
C’è un misto di gioia e malinconia nel salutare il ritorno di questo piccolo libro, l’unico scritto insieme, un pezzo per una, e lunghe telefonate in mezzo. Ci sono cose che tornano. E altre che non tornano. Così è.

Ogni tanto, sui social, spunta fuori qualcuno o qualcuna con l’accusa di classismo quando si sbotta contro l’odio in rete. Bisogna capire il popolino, dicono. Non bisogna bollarlo come una massa di maleducati, dicono ancora (a sua volta, un filino classisti o meglio ancora paternalisti).
C’è una verità in questo, ed è nel verbo capire. Qualche volta mi capita di leggere discussioni molto violente che riguardano, per esempio, il covid e i vaccini: e davvero vorrei capirle, perché quella divisione in due blocchi che abbiamo sperimentato da tre anni a questa parte è avvelenata e continua a farci male.
Detto questo, parliamo di classismo.
E’ classista la posizione di Pimentel Fonseca, che pure ha fatto quel che poteva per quel “popolino”, finendone uccisa? Sì, e no.
E’ classista la posizione di Annie Ernaux, che in tutta la sua opera riflette sulla provenienza della sua famiglia che ha, in un certo senso, tradito? No, e no. Perché ne è consapevole, e prova a superarla con la letteratura, per quel che la letteratura può.

Ieri Renata De Palo ha compiuto cento anni. E’ nata nel 1923, come mia madre. Come tutte le madri, la ricordo giovane e bellissima nel salone luminoso ed elegante della casa di via Asmara, teatro di feste, chiacchierate interminabili, confessioni, allegria e tristezza. Ricordo anche una fotografia in una cornice d’argento, una Renata ancora più giovane con un sorriso pieno di luce.
Quando penso a lei, provo un misto di amore e rabbia. Rabbia per quella cesura, come una crepa in uno specchio, che ha diviso in due la sua vita e quella della sua famiglia a partire dal 2 settembre 1980, quando Graziella è svanita in chissà quale strada polverosa di Beirut.
Amore, e riconoscenza, per tutto quello che con la sua famiglia ha fatto.

Ricordate Vermicino? Ricordate – anche se ora gli antichi commentatori tacciono pudicamente sull’argomento – come venne analizzato il volto della madre di Alfredino? E ricordate come il sospetto si insinuò, velenoso, per quell’assenza di lacrime, per quella compostezza che non poteva appartenere ad una donna dolente?
Ricordate Cogne? Certo che ricordate: impossibile dimenticare, dopo l’esibizione di zoccoli e mestoli in prima serata. Ma il giorno del funerale del bambino, i commenti, su tutti i giornali, riguardavano i capelli della madre, freschi di parrucchiere. Perchè una donna che ha perso un figlio non può mostrarsi in ordine, con un filo di trucco sul viso. Deve invece lacerarsi le guance, e strapparseli, quei capelli, a ciocche.
Oggi la ghiottoneria è Gino Cecchettin. Un padre, anziché una madre. Un padre che nel suo discorso pubblico è stato esemplare, e che ha saputo condividere il proprio immenso dolore con gli altri, per far sì che l’assassinio di sua figlia fosse almeno una scintilla per riflettere su quanto ci accade.
In rete, continuo a leggere moltissime donne che scrivono “io non avrei fatto così”. Madri a loro volta, radiose nelle fotografie che postano in compagnia di bimbi e cani, pronte a puntare l’indice su un altro genitore, e a dire quel che si è sempre detto: io non avrei fatto così, io sono, io penso, io giudico. A volte, come nel caso di tal Concita Borrelli, giornalista e autrice televisiva, si spingono oltre: ” Non accetto che nessuno punti il dito sulla società. Non esiste oggi una cultura fascista che semina morti. Il padre di Giulia stasera si è consacrato alla Sinistra. ”
Altri razzolano per i social cercando frasi della sua vita passata che lo mettano in ombra. Altre, ahinoi, molte altre, strillano cose agghiaccianti rivendicando “il diritto di dire la mia”.
Bisognerebbe forse dirci che questo diritto non c’è.

Chiedo mille volte scusa al commentarium, ma in questi giorni, e almeno fino a metà dicembre, la Vostra è sempre in giro, soprattutto per le lezioni presso la Scuola Holden, ma anche, la prossima settimana, per la diretta di Fahrenheit da Più Libri Più Liberi.
In realtà questo breve post è per dirvi che ho dimenticato un compleanno che cadeva a fine novembre: quello di questo blog, che esiste da ben 19 anni. Fa piuttosto impressione, in effetti, e fa ancor più impressione il fatto che ricordi molto bene la sensazione iniziale di smarrimento (un diario quotidiano? articoli? Cosa?) e quella di assoluta passione dei giorni successivi. Fino a oggi, e anche domani, e anche dopo.

Loredana Lipperini
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