VEDERCI CON GLI OCCHI DELL'ALTRO. QUEL CHE CI MANCA.

“Avevamo una grande occasione. Avremmo potuto sederci attorno a un tavolo, uomini e donne, per ascoltare come eravamo, per vederci con gli occhi dell’altro e per capire fino in fondo chi eravamo. Confrontando dalle rispettive postazioni le nostre miserie e le nostre paure, gli egoismi e gli slanci avremmo scoperto l’altro”.
In un novembre di tre anni fa Monica Pepe scrisse un articolo indispensabile per Micromega. Lo trovate qui. Non è la prima volta che lo cito. Perché continuo a interrogarmi su cosa non è successo. Erano tantissimi i messaggi, ieri pomeriggio a Fahrenheit, che insistevano, alcuni in modo intollerabile, altri in modo accorato, sulla fragilità delle relazioni. E io non posso non pensare che c’è un tassello che manca nella narrazione dei femminismi e in quella del maschile. C’è qualcosa che mi sfugge e non afferro.
Potrei soltanto condannare. Penso che sia troppo semplice. Voglio capire. Dunque, riporto un altro frammento di quell’articolo. Scritto da una femminista. Da un’attivista contro la violenza. C’è qualcosa che risuona dentro di me e vorrei che si ripartisse da qui.
“Quella scommessa è ancora lì e ci aspetta. Possiamo ancora sederci uomini e donne attorno a un tavolo, parlare di quello che siamo e sorprenderci guardando al futuro.
Per sventare l’autodistruzione a cui sembra essersi consegnato il genere umano, per provare ancora ad amare e a essere vivi, tollerando di non essere perfetti, riconoscendo i nostri limiti così da poterli attraversare.
Avremmo dovuto lasciarci il tempo di spiegare, di spiegare i nostri più inspiegabili sentimenti, emozioni, desideri, ossessioni. Violenze, brutture, rapacità. Allora avendo lasciato parlare l’altro sarebbe stato prima spaventoso poi sorprendente ascoltarlo, ai limiti della incredulità lo avremmo attraversato. E poi come a un cambio di scena qualcuno avrebbe dato forma all’improvviso a una stanza nascosta dentro un’altra stanza ancora e poi un’altra, di cui non conoscevamo l’esistenza, non ne sospettavamo alcuna presenza, eppure un filo così sottile da non crederci neanche ora, ne aveva garantito una incolumità spiacevolmente destinataria. A quel punto la luce potendo bussare da dentro ci avrebbe liberato un cammino beato, dove l’amore erano i sogni stesi lungo il selciato”.

Un pensiero su “VEDERCI CON GLI OCCHI DELL'ALTRO. QUEL CHE CI MANCA.

  1. Cara Loredana, ricordo distintamente gli insulti che mi beccai quando, in un convegno di una Rete di Associazioni di donne, mi permisi di dire -io, unico uomo biologico lì dentro, presente perché la Presidente dell’Associazione partecipante non era potuta intervenire- che potevamo fare solo tre cose per raggiungere un’agognata parità nella diversità: 1) Accettare l’esistenza dei vari generi con le loro peculiarità; 2) Riflettere sul problema del potere, perché sostituire un insopportabile patriarcato con un altrettanto pericoloso matriarcato avrebbe solo invertito i ruoli soddisfando al massimo un mero desiderio di vendetta e scaricando l’odio verso i soliti “diversi”; 3) Accettare l’altro o l’altra, con particolare cura alle persone più deboli e a chi non ha scelto di essere da qualche parte solo perché lo abbiamo voluto noi.
    Infuriava il dibattito sulla GPA e sul ruolo del maschio nella procreazione, puoi immaginare le reazioni… l’uditorio si spaccò quasi a metà, dalle parti più oltranziste mi sentii urlare: “Fuori il solito uomo che deve dirci cosa dobbiamo fare!”. Peccato che io mi riferissi a tutti i generi (biologici e non).

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