Io la definizione di intellettuale non so darla, perché è sfuggente e vaga. Provo a interpretare il termine come “persona che lavora con le parole e che con le parole prova a raccontare quello che vede”. Nulla di più e nulla di meno. Per questo motivo, su Facebook, sto tentando di fare un ragionamento a puntate che parte dalle polemiche di questi giorni. La conclusione sarà qui sul blog e su L’Espresso di venerdì prossimo.
E a proposito di racconti, oggi ne segnalo due, che riguardano entrambi l’AI.
Il primo, anche in ordine di importanza è un articolo di Newsweek che parla della costruzione di otto nuovi data center in Texas, oltre a progetti in Louisiana e Mississippi, molti dei quali situati in aree attualmente colpite da siccità grave o estrema. Lo trovate qui.
Il secondo appare su The conversation, e pone un problema non piccolo che riguarda la ricchezza del linguaggio. In particolare nel giornalismo che, dice l’articolo, è comunque uno spazio “in cui il linguaggio pubblico si è sviluppato e arricchito. Non è, ovviamente, l’unico motore del cambiamento linguistico, ma è uno degli ambiti in cui parole, espressioni e modi di descrivere i fatti nuovi o emergenti iniziano a circolare nella società”.
Cosa succede dunque quando una quantità piuttosto rilevante di articoli viene o verrà delegata all’AI generativa?
“I rischi diventano seri quando i sistemi di intelligenza artificiale iniziano ad addestrarsi su testi già prodotti da altre AI. Questo porta a quello che diversi studi definiscono “collasso del modello” , un processo degenerativo per cui il materiale prodotto da un modello contamina i dati di addestramento delle generazioni successive.
In parole semplici, ciò significa che i sistemi di intelligenza artificiale imparano sempre di più dai testi sintetici. Se questi testi riempiono gli spazi pubblici, sia online che offline, l’ecosistema verbale per l’addestramento futuro risulterà molto più ristretto”.
In altri termini, più aumentano i testi artificiali, più diminuisce il contatto con le varianti sociali del linguaggio umano. Ma non è finita:
“Inoltre, rafforza i pregiudizi e le convinzioni preesistenti. Quando la variabilità dei dati diminuisce e prevalgono i modelli consolidati, i pregiudizi presenti nel materiale formativo possono essere rafforzati anziché corretti. La ricerca sull’evoluzione dei pregiudizi nei modelli di apprendimento online (LLM) avverte che i processi ricorsivi possono amplificare i pregiudizi esistenti anziché ampliare le prospettive”.
Non bastasse, la scrittura si appiattisce:
“sta diventando sempre più ripetitiva e omogeneizzata . Ripete strutture sintattiche e tende a un tono neutro, a espressioni stereotipate e a strutture prevedibili. (…) tutto ciò comporta la diminuzione del numero di parole insolite o specialistiche, di costruzioni meno comuni e di sfumature pragmatiche – un termine che si riferisce a espedienti come l’ironia, l’ambiguità e la variazione dei punti di vista. L’ uso crescente di testi sintetici nell’addestramento dell’IA è inoltre associato a un calo delle prestazioni e a una copertura più limitata della diversità del linguaggio umano”.
Perché, insomma, se il sistema privilegia sempre l’opzione statisticamente più probabile , significa che c’è meno spazio perché il linguaggio emergente circoli e si radichi. E quindi meno capacità di operare distinzioni, più impoverimento per quello che riguarda le parole di lettori, giornalisti e anche istituzioni.
Prima che i miei sempre fervidi difensori dell’AI obiettino, va anche detto che nell’articolo si precisa che non c’è alcun problema a usare occasionalmente l’AI, o a miscelare con competenza le fonti dell’AI con la propria scrittura, ma diventa grave “quando la scrittura umana viene sostituita in massa e quando tale sostituzione viene poi riutilizzata come se fosse una lingua viva”.
Ecco, per me, se esiste un ruolo dell’intellettuale, è per esempio quello di sventolare un fazzoletto e dire che abbiamo un problema, e che magari faremmo bene a pensarci sopra. Sapendo perfettamente che non è mai semplice, e che nessuna soluzione è possibile in tempi stretti. Tranne quella di ragionare: mi hanno rimproverato, in questi giorni, di non capire “la pancia”, di reagire ovvero con quella che sembra freddezza o distacco e che, almeno nella mia testa, è provare a capire. Perché resto convinta che gli e le intellettuali non debbano parlare a nome degli altri, ma condividere quello che hanno visto. E secondo me, oso, questo affidarsi e questo idolatrare è lo stesso frame, rovesciato, di quello che ci ha accompagnato nel tempo.
Perché si può anche far finta che non contino nulla una ventina d’anni di Beppe Grillo e di chi ne ha interpretato il pensiero in modo ancor più oltranzista: e a dimostrazione che quella velenosa eredità non è svanita, resta l’inazione governativa sulla cultura, per anni considerata faccenda da “professoroni”.
Questa è una cosa velenosa, perché molti non credono, e ci sta, che sotto sotto c’è questo, e si offendono se glielo fai notare. Notare, non indottrinare: sapendo che, come è ovvio, io non sono immune da nulla. Tutto riguarda tutti, sempre e sempre. L’errore è pensare che chi lo dice voglia insegnare qualcosa: no, è un fazzoletto sventolato in aria, appunto, sono appunti su un foglio, che alla fine, come tutto, svaniscono.