La polemica, fin qui, è durata otto giorni. E’ partita dall’intervista a Erri De Luca riportata dal Foglio, dalle dichiarazioni di Francesco De Gregori e si è espansa fino a toccare il ruolo degli intellettuali, scivolando nel frame antico (e, se permettete, di destra) dell’intellettuale come pavido, custode del presente, incline a proteggere i propri simili.
Dunque, andando fuori fuoco.
Ho provato, in otto puntate, a raccontare da dove nasce tutto questo e perché rappresenta un pericolo (non per gli intellettuali). Le puntate erano su Facebook e Instagram. Come promesso, le riporto qui.
Non è un proclama, evidentemente, ma una considerazione su di noi (pure io, ovvio) e sulla necessità di guardare lungo, di non autocelebrarsi, di non presentarsi come buoni e bravi e unici depositari della battaglia. Spero sia utile.
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Io la definizione di intellettuale non so darla, perché è sfuggente e vaga. Provo a interpretare il termine come “persona che lavora con le parole e che con le parole prova a raccontare quello che vede”. Nulla di più e nulla di meno. Per questo motivo, su Facebook, sto tentando di fare un ragionamento a puntate che parte dalle polemiche di questi giorni. La conclusione sarà qui sul blog e su L’Espresso di venerdì prossimo.
E a proposito di racconti, oggi ne segnalo due, che riguardano entrambi l’AI.
Il primo, anche in ordine di importanza è un articolo di Newsweek che parla della costruzione di otto nuovi data center in Texas, oltre a progetti in Louisiana e Mississippi, molti dei quali situati in aree attualmente colpite da siccità grave o estrema.
Il secondo appare su The conversation, e pone un problema non piccolo che riguarda la ricchezza del linguaggio. Perché quando le AI imparano sempre più da testi “sintetici” il linguaggio medesimo si appiattisce e tende a riproporre stereotipi, per giunta.
Ecco, per me, se esiste un ruolo dell’intellettuale, è per esempio quello di sventolare un fazzoletto e dire che abbiamo un problema, e che magari faremmo bene a pensarci sopra. Sapendo perfettamente che non è mai semplice, e che nessuna soluzione è possibile in tempi stretti. Tranne quella di ragionare: mi hanno rimproverato, in questi giorni, di non capire “la pancia”, di reagire ovvero con quella che sembra freddezza o distacco e che, almeno nella mia testa, è provare a capire. Perché resto convinta che gli e le intellettuali non debbano parlare a nome degli altri, ma condividere quello che hanno visto. E secondo me, oso, questo affidarsi e questo idolatrare è lo stesso frame, rovesciato, di quello che ci ha accompagnato nel tempo.
Questa è una cosa velenosa, perché molti non credono, e ci sta, che sotto sotto c’è questo, e si offendono se glielo fai notare. Notare, non indottrinare: sapendo che, come è ovvio, io non sono immune da nulla. Tutto riguarda tutti, sempre e sempre. L’errore è pensare che chi lo dice voglia insegnare qualcosa: no, è un fazzoletto sventolato in aria, appunto, sono appunti su un foglio, che alla fine, come tutto, svaniscono.
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