Ma ancora?
Dico, la Benedetti.
Ancora con questa storia della rinuncia all’identità in rete?
Ma perché, davvero, perché si parla di cose che evidentemente non si comprendono?
Non è una colpa, non comprendere tutto, anzi, è una forma di definizione di se stessi: io sono questo e non quello, capisco questo e non quello.
Togliere autorevolezza alle parole stesse per riconoscerla (o negarla, si capisce) alla Carla Benedetti di turno, non per quel che ha scritto – che allora non ci sarebbe bisogno di certificato anagrafico – ma per chi ha firmato, questa sì che è restaurazione.
Adesso però mi annoio a ripetere semrpe le stesse cose.
Bastava un bel link, me lo dico da me.
Io pensavo che gli hacker fossero un mito, qualcosa di inventato dagli scrittori di fantascienza – quei pazzi! Ed invece esistono davvero, nella realtà.
Sì, ho notato che c’è un ritorno alla spiritualità alla Fiera: Tra cantici per le creature e biografie di Wojtyla scritte in tutta fretta e riserve nelle riserve che cercano di venderti un poezzo di finta cultura indiana – già estinta per suo conto purtroppo -, tra un sorso di vin santo e…
Pardon, c’ho la linea bollente e rossa che mi squilla. A la prochain.
Saludos
Iannxo
Aspettavo quest’articolo, perchè son dovuto partire da Torino domenica sera e non ho potuto assistere.
Dei Wu Ming penso una cosa: che hanno la mia stima, e che però si arrampicano sugli specchi quando vengono accusati di pubblicare per la casa editrice del signor B. Se ci metti troppo a spiegarlo, è perchè in fondo hai la coscienza sporca (ma mica è grave: basta ammetterlo).
Non so, io quest’aria di Restaurazione non la sento, non la vedo; e per me è più che ozioso (come dice d’altronde anche lei, egregia Lipperini) l’assioma: piccolo editore coraggioso senza macchia e senza paura/grande editore alla radice di tutti i mali. Ho l’impressione che nell’editoria (che sottostà, quando una c.e. diventa un po’ più grande, a logiche aziendali inevitabili) si sviluppino meccanismi perversi e – purtroppo – comuni a qualunque altro settore. Così, se – come probabilmente sarà – qualche piccolo editore agguerrito di oggi si troverà un giorno a essere un grande editore che fa un sacco di soldi (e ogni piccolo editore SOGNA per sé questo) non credo che rimarrà il difensore dei piccoli, ma sarà probabilmente espressione del potere che negli anni ha acquisito. Magari sarà tacciato di monopolismo o conservatorismo dai piccoli editori del futuro. E sul suo sito internet scriverà: “non si accettano manoscritti non richiesti”.
Ricordo che anni fa, quando ancora *mi pregiavo* di frequentare la Fiera, a una presentazione dei Corti (EL) o Shorts (Mondadori Ragazzi), la magica Orietta Fatucci disse: “Sono l’editore, ovvero colei che COMMISSIONA ai propri autori i libri che di volta in volta le servono per le proprie collanE”. Io, per fortuna, ero già stato estromesso dallA EL/Emme/Einaudi Ragazzi come autore, ma quella definizione di editore mi lasciò interdetto. La segnalo perché mi sembra ancora esplosiva e chiarificatrice dopo TANTO CONVEGNO:-)
P.S. Lipperini, ti è arrivato il mio bustone?
Invece a me una redattrice di Einaudi scrisse:
“Caro Lucio Angelini,
ho letto e fatto leggere il romanzo di Andersen “Il violinista”. Purtroppo ***non mi pare
proprio*** che il libro possa trovare spazio nelle nostre collane.”
Per fortuna, poi, “Il violinista” venne accolto da Fazi Editore. Perché, Wu Ming, secondo te Hans Christian Andersen – per giunta nell’anno del Bicentenario – non era adatto alle collane Einaudi?
A me non frega niente di fare l’avvocato dell’Einaudi, io faccio il cantastorie, non il P.R. Soprattutto, non mi compete parlare dell’Einaudi nel suo complesso (noi abbiamo rapporti solo con Stile Libero, e anche loro fanno scelte discutende), quindi non faccio da parafulmine per gli sfoghi dovuti a questa o quella scelta editoriale. Se dico che Stile Libero sono gli unici con cui siamo riusciti a lavorare bene, vuol dire che è così, e l’affermazione è supportata da esempi concreti. Cerco di non esprimermi mai se non a ragion veduta, e con basi documentabili. Punto. Gli altri facciano come gli pare, ché noi andiamo per la nostra strada.
A me non sembra di essermi mai arrampicato sugli specchi per spiegare perché pubblico per Einaudi: perché sono gli unici con cui siamo riusciti a lavorare bene.
L’esperienza con Castelvecchi è sfociata in una causa di tribunale.
L’esperimento con Tropea è stato tragico. Mi assumo tutta la responsabilità di definirlo il peggior editore sulla piazza.
In che stato sia il rapporto con Fanucci lo ha detto in modo chiaro e limpido lui stesso, non vi è da aggiungere alcunché.
Non è che non ci abbiamo provato, insomma. Non abbiamo mai voluto fare “scuderia” né “clan”, il nostro obiettivo era lavorare con più editori, lo avevamo anche scritto.
Ma davvero Stile Libero sono i migliori – o quantomeno, i migliori tra i meno peggio, che in questo Paese è tanto, tantissimo.
Non ci hanno mai imposto niente, abbiamo ottenuto tutto quello che abbiamo chiesto, il rapporto è buono e consolidato, le nostre esigenze vengono comprese e rispettate.
Copyleft? Passato.
Carta riciclata? Passata.
Controllo sulle copertine? Passato.
Etc. etc.
Addirittura, le nostre proposte hanno fatto da apripista per nuove collane e nuovi progetti. Il formato di Stile Libero Big nasce anche da una nostra insoddisfazione per la primissima edizione di Q.
Quindi, il rapporto è proficuo e biunivoco.
Questa è sempre stata la nostra prima risposta, per un sacco di tempo.
Ma quando ti scagliano contro lo stesso anatema, ripetuto ossessivamente, per anni e anni…
…quando – solo a te, stranamente, non a tutti gli altri autori “di sinistra” che pubblicano per Einaudi, non a Marco Paolini, non a Dario Fo, non a Paul Ginsborg, non a Sergio Luzzatto, non a Mario Perniola, non a X, non a Y – dedicano per due anni INTERE PAGINATE DI RIVISTE (il Mucchio) e interi libelli velenosi a darti del “venduto” e (letteralmente) del “mafioso”…
…quando i tuoi lettori ti chiedono come mai vieni attaccato in questo modo e con tanto astio, beh…
…beh, allora hai il dovere etico di cercare di spiegare, *ai tuoi lettori*, nel modo più preciso possibile, come mai vieni attaccato sul piano politico, personale, culturale.
…perché se il tuo lettore non l’ha cominciato a sospettare da solo, che chi ti attacca e ti insulta forse (forse) è solo in malafede o ha secondi fini, e della questione in realtà gliene frega poco, l’importante è gridare dai tetti quanto gli stiamo sul cazzo noi o Stile Libero (talora si tratta di scrittori che Repetti e Cesari non hanno voluto o non vorrebbero pubblicare)…
…vuol dire che finora le tue spiegazioni sono state insufficienti, se le cose non sono del tutto chiare il limite è tuo.
E allora devi *sforzarti*, perché la comprensione nessuno te la regala.
Devi affrontare tutti i possibili piani del discorso, prevedere ogni possibile riflesso del prisma.
E allora cerchi di essere all’altezza delle sollecitazioni di ordine “politico”, e scrivi cose come questa: http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html
D’altronde, il giochino è vecchio, se ne sono accorti tutti ormai, chi lo ripropone non fa una gran bella figura. Dopo ogni polemica aumenta il numero di mail di gente che ci chiede: – Ma come mai sempre solo voi?
Come, qual è il giochino?
Il giochino è che se non spieghi sei “reticente”, preferisci “glissare”, ti “sottrai al confronto”.
Se invece spieghi, allora hai “la coda di paglia”, la “coscienza sporca” etc.
Pensatela come volete, noi, quando ci chiedono qualcosa riguardo al nostro lavoro, cerchiamo di rispondere.
E’ una questione di trasparenza, di rapporto paritario col lettore, ma anche di “semplice” rispetto (è la semplicità che è difficile a farsi) e financo di buona educazione.
Quindi, continueremo a farlo e, previo input esterno, a ricapitolare perché lo facciamo.
Ciao Wu Ming 1,
come ho premesso avete la mia stima, ma son convinto di una cosa: che la scelta di stare con B. non è coerente.
Anche in Mondadori, anzi: anche in Mediaset c’è gente con cui si può lavorare bene, ma resta il fatto che il tuo lavoro – oltre a fare del bene a chi, nell’Einaudi, ci lavora – contribuisce ad aumentare il prestigio e il patrimonio di B. Tutto qua.
Per questo ritengo che le vostre spiegazioni, che sono certo ragionevoli, e per certi versi giuste, e per certi versi condivisibili, siano purtroppo radicate in un dato di fatto: che in finale siete pagati da B. e contribuite alla sua fortuna.
Non so, non riesco a vederla diversamente.
E’ un po’ come Aldo Nove – che ugualmente stimo, anzi: trovo i suoi libri tra le cose migliori uscite in Italia negli ultimi dieci anni – che però se ne esce con pezzi francamente apocalittici sui Grossi Editori e sulla Fiera (che di essi sarebbe emanazione) e poi però continua a pubblicare (l’ultimo : la Balena) con quel gruppo editoriale.
Allora: è una questione di scelte. E di coerenza.
Dai, è assurdo: il meglio degli intellettuali italiani antagonisti a Questi Reazionari alla fin fine vivono dei soldi di Questi Reazionari (oppure smettetela di criticare B., il suo gruppo, il suo Governo etc, se ci riuscite).
Con stima.
Due o tre cose in velocità.
Basta con la menata dei Wu Ming e della coscienza sporca. Non spostiamo il fuoco argomentativo. Io pubblico per Guanda, potrei farmi bello di questo, ma mi pare proprio una cazzata. Insisto: il problema non è che Einaudi pubblichi Wu Ming. Ma lo sarebbe se NON lo pubblicasse! Se, cioè, una grande casa editrice ricevesse il diktact di non pubblicare tale o tal altro autore.
Conosco giornalisti (ma anche titolisti, tipografi, impiegati) di sinistra che scrivono per giornali di destra. Che devono fare? Licenziarsi? Ma che volete? Che gli operai smettano di fare macchine per non far guadagnare gli Agnelli? Ma chi dice queste cose poi, quando fa la spesa, dove la fa? Che merci compra? Chi fa guadagnare?
M’è dispiaciuto non esserci a Torino, soprattutto per Moresco, uomo di bella sensibilità. Ma avevo un tetto che gli pioveva dentro, in un cantiere. Il mondo chiama, insomma!
Abbiamo fame di narrazione. Nel medioevo gli artigiani facevano opere-mondo, opere collettive, di enorme valore artistico, non autoreferenziali. Il recupero dell’artigianato sta alla base dell’arte moderna (werkbund, art nouveau, Morris, etc.).
L’arte, oggi, non sta dove stanno gli “artisti”.
Il nickname non è una rinuncia. Ma non deve diventare un’occasione perduta. Così come la rete. C’è. La usiamo al meglio?
Occorre, dopo la sacrosanta analisi, opporre e proporre. Cosa si fa, concretamente, contro la desertificazione?
Scusate la fretta, G.B.
Efe, hai già bevuto a quest’ora? 🙂 ti sei dimenticato la efe, e non hai capito quello che ho detto. per quando sarai sobrio: nel ringraziare giu, volevo sottolineare il tipo di interazione familiare, affetuo(s(iva), si abbia a volte in questo posto l’uno/a per l’altra/o. ma cosa hai bevuto? 🙂
Arrivandomi da svariate parti mail per segnalarmi che Giugenna ha pubblicato su “I Miserabili” lo “Specialienax di Iannox” su “Disturbando famiglie felici” di “ilposto”, (biogiannozzi.splinder.com, e su kinglear, pure) e anche per sottolineare che qui è tutta una conventicola, e che ci parliamo addosso, e che siamo sempre gli stessi, che parlano uno dell’altro, e che scriviamo qui perchè non abbiamo dove altro scrivere e che la Lippa è pagata da repubblica e quindi non può parlarne male e che Wu Ming pubblica per Einaudi e quindi non può parlare male di B. ringrazio Giugenna, ma non smetterò di dire Giu-sei-forte e ultra-ultrapsichico! 🙂
ps. comunque sei amato, eh, giu. Tutti a dire: devi ringraziare giugenna, ehi, devi ringraziare giugenna. Ho capito. Grazie.
Per Marco di Scrittors. Il tuo è un discorso abbastanza demenziale. Se tutte le persone di sinistra dovessero lavorare ***solo*** “sotto padrone di sinistra” staremmo freschi!
Altra cosa è presentarsi nelle liste di Forza Italia:-/
Dire che siamo “pagati da Berlusconi” significa non avere molto chiaro come funziona l’editoria.
Noi percepiamo una percentuale sul prezzo di copertina. Siamo quindi pagati dai nostri lettori, che scelgono liberamente se finanziarci o meno.
E se uno non vuole comprare i nostri libri perché non vuole finanziare questo e quello, può scaricarli GRATIS dal nostro sito.
In quanti offrono quest’alternativa?
Ma senti, è inutile, stiamo frustando un cavallo morto. Abbiamo detto la nostra innumerevoli volte, e tu stesso hai definito le nostre posizioni “ragionevoli”, “giuste”, “condivisibili”. Se sono condivisibili, non capisco che spazio abbia l’accusa di incoerenza.
L’esempio di altri scrittori che citi non è calzante: c’è chi sbotta che il Salone è una merda, poi va al Salone a dibattere con Ferrero sul perché il Salone è una merda. C’è chi attacca i meccanismi del marketing mediatico come se negli anni scorsi non ne avesse fatto parte.
Noi, al contrario, non abbiamo mai fatto nulla che non fosse in sintonia con quanto pensato, teorizzato, annunciato.
Il progetto di uscire dall’underground, di pubblicare con grandi editori, di conquistare spazio nell’industria culturale risale addirittura a una decina di anni fa, tutta roba messa nero su bianco (cfr. Intro a “Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0”).
Sfoghi “apocalittici”, spero ce ne sia dato atto, non ne abbiamo mai fatti. Non abbiamo mai citato o evocato Adorno e Horkheimer. Abbiamo sempre cercato di valorizzare quel che succede di positivo dentro e intorno a noi.
Quindi, non ravviso alcuna incoerenza tra la nostra impostazione strategica e il modo in cui ci muoviamo realmente.
Vado, che Matilde piange.
Ho come l’impressione che siete solo dei presuntuosi e vi trovo abbastanza tristi.
Parlando del fenomeno blogger c’è chi ci ha fatto dei soldi come la Lipperini e chi , i più arrivisti e opportunisti, spera di trovare ,leccando qua e la ,un buchino dove infilarsi per farsi notare dopo che nessuno se li è mai cagati di pezza.
Pensate di essere sopra il mondo, ma peccato che qualche volta vidimenticate di camminarci sopra !
No, poi mi direte la grafica del mio libro è più bella di quelle di Einaudi e di Guanda. E non sto scherzando. 🙂 perchè i piccoli editori a questo ci fanno più caso. Prendete la grafica di Strade Blu. I libri (contenuto) sono spesso curiosi, interessanti e tutto ma la grafica è abbastanza chavichetta. Lì, perchè il “piccolo” lavora ancora con un po’ di fantasia. Mantiene ancora un po’ di quella dimensione artigianale. il grande editore ha uno stipendiato che “giustamente” -io farei uguale – pensa a fare l’artista in proprio, fa delle copertine assurde, i libri non si girano, non si piegano, ci sono un sacco di refusi. E’ la protesta dell’impiegato. Il piccolo editore i libri li fa ancora un po’ per sè e allora si fa questi begli oggettini. 🙂 Non sto sherzando, dai. Non ridete.
Biondillo, questa devo proprio raccontartela. Domenica scorsa era la festa della mamma. E che cosa va a regalare mio figlio alla sua mamma, appassionata lettrice di gialli, se non “Con la morte nel cuore” di tale Biondillo?
Quando l’ho visto, non ho potuto trattenere un grido di raccapriccio: “Nooo, Biondillo nooo!”
E fu così che il malefico architetto fece irruzione in casa mia (un po’ come la letteratura nella tua vita, per intenderci):-/
WM1: che culo che non sono il tuo tipo!!!
IL POSTO: infatti non me ne fregio affatto. Anche perché che senso avrebbe? Pensa a te, ad es. che pubblichi per Pequod, che fa scouting per Mondadori: ci dormi lo stesso la notte, giusto?
I libri fanno la differenza, alla fine. Perché se pubblicassi un manifesto per la difesa della razza ariana, ma per una piccola casa editrice, sarei puro e combatterei in prima linea la lotta contro la desertificazione?
No, Biondils, non ti potresti fare bello perchè pubblichi con Guanda, e per un semplice motivo.
Non aggiorno da un po’ quel file, ma mi pare che dietro Guanda ci sia una famiglia potente dell’editoria italiana, proprietaria di buona parte delle Messaggerie, e cioè il più grande distributore italiano, oltre che il più antico. Niente di male.
Così come non si può far bello chi pubblica con Feltrinelli – delle librerie e della politica che persegue ne abbiamo parlato già.
Detto ciò è giusto che qualcuno ogni tanto chieda, o si interroghi “Ma con un grande editore, non finirai per cambiare la tua “politica culturale”?”.
Lì, dipende dagli autori: come è stato – è – per Hollywood e il cinema. I fratelli Cohen riescono a fare buoni film pur avendo a che fare coi peggio tipi. Qualche altro ci lascia le penne.
Qualche altro/a ancora ritiene più produttivo farsi una piccola casa di produzione e procedere con quella. E’ questione di voglia, di energia, di scelte. Ma la scelta non è: grande/piccolo. i grandi sono UGUALI – poichè perseguono i medesimi obbiettivi, identici, che sono “1. Speriamo di avere tanti bestseller= tanti soldi! Con una parte di quei soldi, poi, mi finanzio qualche gioiellino di cui vendo tre copie ma che fa tanto “buon catalogo”! (sì, forse i proprietari di Guanda, Longanesi, Tea non si tingono i capelli).
I piccoli no, sono diversi fra loro, ma in compenso lavorarci è – necessariamente – come sempre quando i soldi sono pochi (succede anche nelle famiglie) più dura.
Ah. quelli che ci lasciano le penne, artisticamnete sono quelli/e poco capaci di gestire il proprio successo. che notoriamente è cosa complicata quasi quanto gestire l’anonimato. o forse di più.
Ehi, addirittura scouting! Mo esageri! Ma non è possibile! Ma dai! Monina nei corridoi della Mondadori! Pensa che me l’aveva pure detto che ci passeggiava! E io non ho voluto vedere! Ahi, me tapina!
Il diktact di non pubblicare tale o tal altro autore esiste eccome. Se i WM facessero un genere di letteratura che potremmo chiamare di “rottura” nel senso che può rompere le balle al lettore ma anche nel senso che prima nessuno lo praticava perché spinge molto in là il limite tra quello che si può e non si può fare in letteratura, se questo genere di rottura non garba a qualche manager perché ritiene che non si venda, che non si riesca a promuovere (costerebbe investimento in idee, soldi, e poi il manager stesso non lo capisce), ecco il diktact di non pubblicare.
Infatti i lettori non possono leggere il libro che non vende abbastanza (secondo i canoni di oggi), anche se è bellissimo.
Tutto questo vale per voi, io naturalmente non sono un comune mortale perciò il libro ce l’ho in file e ne godo lo stesso, proprio come un samizdat.
Saluti.
Secondo me ci si dovrebbe occupare più che di questioni teoriche, di problemi pratici. La distribuzione ad esempio, la presenza nelle librerie anche di testi di piccoli editori. Certo si può discutere di conventicole, di chi spinge chi, ma “alla fine della fiera” quello che interesa al lettore comune è avere possibilità di scelta, ma una possibilità concreta non solo teorica.
Sono d’accordissimo con IlPosto. Il libro deve essere anche un bell’oggetto, ben curato sia nella grafica che nel testo. Gli Oscar Mondadori ad esempio sono pessimi. Bruttissime copertine e tonnellate di refusi. Sto rileggendo Il deserto dei Tartari, pag 35 già 5 refusi, ma potrebero anche essere molti di più, non ho l’occhio allenato. Per non parlare dei tascabili Einaudi.
Appunto, Andrea. il problema non è che WM pubblichi con Einaudi. Ma che “l’autore che sai tu” (che non nomino perché è una persona riservata e so che non apprezzerebbe) non viene pubblicato dal suo (famosissimo, grande e di “sinistra”) editore, non ostante non sia al suo primo libro. Questo è vergognoso!
Poi altro discorso. Della serie, non bisogna smettere di sognare.
Io se potessi scegliermi -esattamente come un po’ di tempo fa avrei voluto essere Anselma dall’Olio per il suo caldo pelo…no, meglio dire la sua calda pelliccia sullo stomaco –
mi sceglierei così: stessa camicia a quadri di sempre. Ce l’ho addosso anche adesso. Una competenza proverbiale a smazzarmi nei meandri della legge ( ci ho pure provato, ma oltre la laurea, che è facile per tutti, non sono andata).
Camicia a quadri, abilità oratoria e leguleia. Io che chiedo al Ministero della Cultura un finanziamento per editare libri, e il finanziamento che mi arriva!
Io con la mia leggendaria camicia a quadri che pubblico un sacco di J. Didion e R. Macaulay e G. Prassinos e S.Smith d’annata, e mi becco il più grande distributore italiano, tutto coi soldi dello stato.
Non diventi ricco, il che mi permette di continuare a mettere la mia camcia a quadri conla scusa che non ho i soldi per comprane un’altra. Però ci vivo.
E i libri più sono rari e più li pubblico, sempre di più…beh, non sono mica matta. In Svizzera lo fanno. In Italia, è solo un sogno…una piccola battaglia? Che dite? No, eh? Non ce li daranno mai! Sensibilizzare Buttiglione? Più facile col pelo della dall’Olio?
‘Azzo come siete tutti nervosi!
Due annotazioni veloci: la rete, l’esistenza della rete, non va separata dal problema della distribuzione (come ha provveduto a ricordarmi uno scrittore americano in questi giorni): in potenza la distribuzione si può scavalcare, in pratica non è certo cosa facile. In ogni caso, ho la netta sensazione, soprattutto dopo alcune recenti esperienze, che Loredana quando parla di rete “si batta” con chi non ne vuol sentire…
L’altra, forse OT, è la constatazione che (sebbene mi trovi d’accordo almeno su un punto essenziale) la “dichiarazione” di wu-ming secondo me andrebbe riscritta, perché “i tempi cambiano”, anche in pochi anni, ed alcune affermazioni potevano avere un significato politico che nel frattempo potrebbe esser diventato evanescente (sto dando per assunto che in una dichiarazione si dica un decimo di ciò che si vuole, che si pesino le parole, e che si scelgano certi argomenti a preferenza di altri)
In velocità:
sono d’accordo quando si dice che sarebbe ben più grave se WM non venissero pubblicati da E
e se si trovano bene a Stile Libero (mantenendo le loro scelte: copyleft, carta riciclata), dopo esperienze negative con altri editori “dell’altra parte”, non vedo cosa gli si debba criticare?
Ue’, sia chiaro, per me uno può pubblicare con una casa editrice del Berlusca che la mia stima non cambia. Come ha detto qualcuno, Einaudi esisteva prima del signor B. ed esiterà dopo di lui. Il problema piuttosto è che dovrebbe esistere una rete (di mediatori, editor ecc) per salvaguardare opere che non hanno appeal immediato ma che valgono parecchio, altrimenti dissipiamo i nostri poeti.
Andreab, scusa, sto cercando di lavorare a ilpostodeilibri 31. Scherzavo, ma hai ragione. 🙂 allora cominciamo subito che ognuno di noi “parla” di quelli/e che più gli “stiano a cuore” (dovrò smetterla di usare i congiuntivi, perdo troppo tempo, tutte le volte)? ecco, invece di stare “a rompere le palle” coi lamenti – ma questo lo diceva già Wu, tanto tempo fa, per esempio – proporre e riproporre…nomi, date, schemi, titoli:
“ossessivi e ossessionati dai poeti dissipati”
ed è subito sera
(diceva la poeta).
Andreab, ma io sono già stata Dissipata e Ricostituita pure modello Muta(nte) d’Annata, (che improvvisamente torni a proferire – seppure inutile . verbo).
Ti pare che non capisca. diamine! solo che mi viene da dire “Poeta dissipata poeta fortunata!” 🙂 sbaglio? boh.
E tornando alla mia fissa. Il desiderio supremo. avere l’abilità pratico-esitenziale e oratoria di anselma dall’olio. se fossi come lei avrei tanti amici/e atti a finanziarmi la casa editrice, e anche dentro al ministero.
però se fossi lei forse non mi verrebbe in mente di farla. che fare? con chi costuire conventicole fruttuose? 🙂 con chi invero dissiparsi ancora, questa volta?
Per il Posto.
Naturalmente bisogna ricordare che chiunque, oggi, può aprire centinaia di blog pseudoletterari (ilpostodiquesto, il postodiquell’altro…), e non solo, ma con la stessa facilità e senza il possesso di alcun requisito specifico, fondare anche una piccola casa editrice attraverso la quale sfornare un paio di merdate per il solo gusto di fregiarsi del titolo di editore.
Amaro nero, chiunque tu sia, scrivi! 1. per la capacità di osservazione; 2. sarò scema io, ma mi hai fatto ridere.
Anonimo, io sono stata zitta e assente per due ore, ma tu pure, mica hai scherzato. Facciamo come in “Disturbando…”? Sempre colpa di Anna? No, eh, per favore!
Be’, si De Judicibus è lo stesso principio per cui tanta gente ha la cistifellea disastrata e, senza alcuna criterio, così, tante per fare, invece di farsi qualche cura omeopatica, o addirittura un lavaggio gastrico, in modo da eliminare il fiele che lo corrode, scassa le palle al/la primo/a povero/a cristo/a che gli capita davanti. “C’est la vie! C’est la democrasie!”, direbbe il nostro patron, in proposito, con il suo francese perfetto. Tocca sopportarsi. che vuoi fare?
@ Roquentin: ci mandi un tuo testo “2000-20005: commento agli Appunti per una dichiarazione…”.
L’invito è esteso a tutti gli altri colleghi e non che gironzolan qui sopra. Biondillo, Monina, Genna, Pallavicini, Krauspenhar, Scarparo, Massaron, Iannozzi et alii, scusate se dimentico un sacco di gente.
In cinque anni, nessun altro narratore (fatta eccezione per Rudi Ghedini) ha emesso un fiato su quelle noterelle che – com’è tuttora scritto in calce- erano dichiaratamente open source, aperte a modifiche, integrazioni, suggerimenti.
Evidentemente, qualche dito nelle piaghe a suo tempo l’abbiamo infilato…
E mi sa che ancora oggi quell’invito a non tirarsela, quel “mi faccia il piacere”, quel paragone con stagnari e pizzicaroli sta sulle palle a un sacco di letterati… esclusi i presenti, of course.
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Se Fanucci non avesse i diritti di Dick non avrebbe senso.
Ma ancora?
Dico, la Benedetti.
Ancora con questa storia della rinuncia all’identità in rete?
Ma perché, davvero, perché si parla di cose che evidentemente non si comprendono?
Non è una colpa, non comprendere tutto, anzi, è una forma di definizione di se stessi: io sono questo e non quello, capisco questo e non quello.
Togliere autorevolezza alle parole stesse per riconoscerla (o negarla, si capisce) alla Carla Benedetti di turno, non per quel che ha scritto – che allora non ci sarebbe bisogno di certificato anagrafico – ma per chi ha firmato, questa sì che è restaurazione.
Adesso però mi annoio a ripetere semrpe le stesse cose.
Bastava un bel link, me lo dico da me.
Io pensavo che gli hacker fossero un mito, qualcosa di inventato dagli scrittori di fantascienza – quei pazzi! Ed invece esistono davvero, nella realtà.
Sì, ho notato che c’è un ritorno alla spiritualità alla Fiera: Tra cantici per le creature e biografie di Wojtyla scritte in tutta fretta e riserve nelle riserve che cercano di venderti un poezzo di finta cultura indiana – già estinta per suo conto purtroppo -, tra un sorso di vin santo e…
Pardon, c’ho la linea bollente e rossa che mi squilla. A la prochain.
Saludos
Iannxo
Grazie, mi sarebbe piaciuto esserci, ma anche no, che ho tanto da leggere 😀
Aspettavo quest’articolo, perchè son dovuto partire da Torino domenica sera e non ho potuto assistere.
Dei Wu Ming penso una cosa: che hanno la mia stima, e che però si arrampicano sugli specchi quando vengono accusati di pubblicare per la casa editrice del signor B. Se ci metti troppo a spiegarlo, è perchè in fondo hai la coscienza sporca (ma mica è grave: basta ammetterlo).
Non so, io quest’aria di Restaurazione non la sento, non la vedo; e per me è più che ozioso (come dice d’altronde anche lei, egregia Lipperini) l’assioma: piccolo editore coraggioso senza macchia e senza paura/grande editore alla radice di tutti i mali. Ho l’impressione che nell’editoria (che sottostà, quando una c.e. diventa un po’ più grande, a logiche aziendali inevitabili) si sviluppino meccanismi perversi e – purtroppo – comuni a qualunque altro settore. Così, se – come probabilmente sarà – qualche piccolo editore agguerrito di oggi si troverà un giorno a essere un grande editore che fa un sacco di soldi (e ogni piccolo editore SOGNA per sé questo) non credo che rimarrà il difensore dei piccoli, ma sarà probabilmente espressione del potere che negli anni ha acquisito. Magari sarà tacciato di monopolismo o conservatorismo dai piccoli editori del futuro. E sul suo sito internet scriverà: “non si accettano manoscritti non richiesti”.
Ricordo che anni fa, quando ancora *mi pregiavo* di frequentare la Fiera, a una presentazione dei Corti (EL) o Shorts (Mondadori Ragazzi), la magica Orietta Fatucci disse: “Sono l’editore, ovvero colei che COMMISSIONA ai propri autori i libri che di volta in volta le servono per le proprie collanE”. Io, per fortuna, ero già stato estromesso dallA EL/Emme/Einaudi Ragazzi come autore, ma quella definizione di editore mi lasciò interdetto. La segnalo perché mi sembra ancora esplosiva e chiarificatrice dopo TANTO CONVEGNO:-)
P.S. Lipperini, ti è arrivato il mio bustone?
Invece a me una redattrice di Einaudi scrisse:
“Caro Lucio Angelini,
ho letto e fatto leggere il romanzo di Andersen “Il violinista”. Purtroppo ***non mi pare
proprio*** che il libro possa trovare spazio nelle nostre collane.”
Per fortuna, poi, “Il violinista” venne accolto da Fazi Editore. Perché, Wu Ming, secondo te Hans Christian Andersen – per giunta nell’anno del Bicentenario – non era adatto alle collane Einaudi?
A me non frega niente di fare l’avvocato dell’Einaudi, io faccio il cantastorie, non il P.R. Soprattutto, non mi compete parlare dell’Einaudi nel suo complesso (noi abbiamo rapporti solo con Stile Libero, e anche loro fanno scelte discutende), quindi non faccio da parafulmine per gli sfoghi dovuti a questa o quella scelta editoriale. Se dico che Stile Libero sono gli unici con cui siamo riusciti a lavorare bene, vuol dire che è così, e l’affermazione è supportata da esempi concreti. Cerco di non esprimermi mai se non a ragion veduta, e con basi documentabili. Punto. Gli altri facciano come gli pare, ché noi andiamo per la nostra strada.
A me non sembra di essermi mai arrampicato sugli specchi per spiegare perché pubblico per Einaudi: perché sono gli unici con cui siamo riusciti a lavorare bene.
L’esperienza con Castelvecchi è sfociata in una causa di tribunale.
L’esperimento con Tropea è stato tragico. Mi assumo tutta la responsabilità di definirlo il peggior editore sulla piazza.
In che stato sia il rapporto con Fanucci lo ha detto in modo chiaro e limpido lui stesso, non vi è da aggiungere alcunché.
Non è che non ci abbiamo provato, insomma. Non abbiamo mai voluto fare “scuderia” né “clan”, il nostro obiettivo era lavorare con più editori, lo avevamo anche scritto.
Ma davvero Stile Libero sono i migliori – o quantomeno, i migliori tra i meno peggio, che in questo Paese è tanto, tantissimo.
Non ci hanno mai imposto niente, abbiamo ottenuto tutto quello che abbiamo chiesto, il rapporto è buono e consolidato, le nostre esigenze vengono comprese e rispettate.
Copyleft? Passato.
Carta riciclata? Passata.
Controllo sulle copertine? Passato.
Etc. etc.
Addirittura, le nostre proposte hanno fatto da apripista per nuove collane e nuovi progetti. Il formato di Stile Libero Big nasce anche da una nostra insoddisfazione per la primissima edizione di Q.
Quindi, il rapporto è proficuo e biunivoco.
Questa è sempre stata la nostra prima risposta, per un sacco di tempo.
Ma quando ti scagliano contro lo stesso anatema, ripetuto ossessivamente, per anni e anni…
…quando – solo a te, stranamente, non a tutti gli altri autori “di sinistra” che pubblicano per Einaudi, non a Marco Paolini, non a Dario Fo, non a Paul Ginsborg, non a Sergio Luzzatto, non a Mario Perniola, non a X, non a Y – dedicano per due anni INTERE PAGINATE DI RIVISTE (il Mucchio) e interi libelli velenosi a darti del “venduto” e (letteralmente) del “mafioso”…
…quando i tuoi lettori ti chiedono come mai vieni attaccato in questo modo e con tanto astio, beh…
…beh, allora hai il dovere etico di cercare di spiegare, *ai tuoi lettori*, nel modo più preciso possibile, come mai vieni attaccato sul piano politico, personale, culturale.
…perché se il tuo lettore non l’ha cominciato a sospettare da solo, che chi ti attacca e ti insulta forse (forse) è solo in malafede o ha secondi fini, e della questione in realtà gliene frega poco, l’importante è gridare dai tetti quanto gli stiamo sul cazzo noi o Stile Libero (talora si tratta di scrittori che Repetti e Cesari non hanno voluto o non vorrebbero pubblicare)…
…vuol dire che finora le tue spiegazioni sono state insufficienti, se le cose non sono del tutto chiare il limite è tuo.
E allora devi *sforzarti*, perché la comprensione nessuno te la regala.
Devi affrontare tutti i possibili piani del discorso, prevedere ogni possibile riflesso del prisma.
E allora cerchi di essere all’altezza delle sollecitazioni di ordine “politico”, e scrivi cose come questa:
http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html
D’altronde, il giochino è vecchio, se ne sono accorti tutti ormai, chi lo ripropone non fa una gran bella figura. Dopo ogni polemica aumenta il numero di mail di gente che ci chiede: – Ma come mai sempre solo voi?
Come, qual è il giochino?
Il giochino è che se non spieghi sei “reticente”, preferisci “glissare”, ti “sottrai al confronto”.
Se invece spieghi, allora hai “la coda di paglia”, la “coscienza sporca” etc.
Pensatela come volete, noi, quando ci chiedono qualcosa riguardo al nostro lavoro, cerchiamo di rispondere.
E’ una questione di trasparenza, di rapporto paritario col lettore, ma anche di “semplice” rispetto (è la semplicità che è difficile a farsi) e financo di buona educazione.
Quindi, continueremo a farlo e, previo input esterno, a ricapitolare perché lo facciamo.
Ciao Wu Ming 1,
come ho premesso avete la mia stima, ma son convinto di una cosa: che la scelta di stare con B. non è coerente.
Anche in Mondadori, anzi: anche in Mediaset c’è gente con cui si può lavorare bene, ma resta il fatto che il tuo lavoro – oltre a fare del bene a chi, nell’Einaudi, ci lavora – contribuisce ad aumentare il prestigio e il patrimonio di B. Tutto qua.
Per questo ritengo che le vostre spiegazioni, che sono certo ragionevoli, e per certi versi giuste, e per certi versi condivisibili, siano purtroppo radicate in un dato di fatto: che in finale siete pagati da B. e contribuite alla sua fortuna.
Non so, non riesco a vederla diversamente.
E’ un po’ come Aldo Nove – che ugualmente stimo, anzi: trovo i suoi libri tra le cose migliori uscite in Italia negli ultimi dieci anni – che però se ne esce con pezzi francamente apocalittici sui Grossi Editori e sulla Fiera (che di essi sarebbe emanazione) e poi però continua a pubblicare (l’ultimo : la Balena) con quel gruppo editoriale.
Allora: è una questione di scelte. E di coerenza.
Dai, è assurdo: il meglio degli intellettuali italiani antagonisti a Questi Reazionari alla fin fine vivono dei soldi di Questi Reazionari (oppure smettetela di criticare B., il suo gruppo, il suo Governo etc, se ci riuscite).
Con stima.
Due o tre cose in velocità.
Basta con la menata dei Wu Ming e della coscienza sporca. Non spostiamo il fuoco argomentativo. Io pubblico per Guanda, potrei farmi bello di questo, ma mi pare proprio una cazzata. Insisto: il problema non è che Einaudi pubblichi Wu Ming. Ma lo sarebbe se NON lo pubblicasse! Se, cioè, una grande casa editrice ricevesse il diktact di non pubblicare tale o tal altro autore.
Conosco giornalisti (ma anche titolisti, tipografi, impiegati) di sinistra che scrivono per giornali di destra. Che devono fare? Licenziarsi? Ma che volete? Che gli operai smettano di fare macchine per non far guadagnare gli Agnelli? Ma chi dice queste cose poi, quando fa la spesa, dove la fa? Che merci compra? Chi fa guadagnare?
M’è dispiaciuto non esserci a Torino, soprattutto per Moresco, uomo di bella sensibilità. Ma avevo un tetto che gli pioveva dentro, in un cantiere. Il mondo chiama, insomma!
Abbiamo fame di narrazione. Nel medioevo gli artigiani facevano opere-mondo, opere collettive, di enorme valore artistico, non autoreferenziali. Il recupero dell’artigianato sta alla base dell’arte moderna (werkbund, art nouveau, Morris, etc.).
L’arte, oggi, non sta dove stanno gli “artisti”.
Il nickname non è una rinuncia. Ma non deve diventare un’occasione perduta. Così come la rete. C’è. La usiamo al meglio?
Occorre, dopo la sacrosanta analisi, opporre e proporre. Cosa si fa, concretamente, contro la desertificazione?
Scusate la fretta, G.B.
guarda, Il Posto, se è per farti un piacere ti dispenso io dal ringraziare
Efe, hai già bevuto a quest’ora? 🙂 ti sei dimenticato la efe, e non hai capito quello che ho detto. per quando sarai sobrio: nel ringraziare giu, volevo sottolineare il tipo di interazione familiare, affetuo(s(iva), si abbia a volte in questo posto l’uno/a per l’altra/o. ma cosa hai bevuto? 🙂
Efe, uffa, mi hai fatto impapocchiare. …”che tipo di interazione si abbia…”. per gli italianisti.
Arrivandomi da svariate parti mail per segnalarmi che Giugenna ha pubblicato su “I Miserabili” lo “Specialienax di Iannox” su “Disturbando famiglie felici” di “ilposto”, (biogiannozzi.splinder.com, e su kinglear, pure) e anche per sottolineare che qui è tutta una conventicola, e che ci parliamo addosso, e che siamo sempre gli stessi, che parlano uno dell’altro, e che scriviamo qui perchè non abbiamo dove altro scrivere e che la Lippa è pagata da repubblica e quindi non può parlarne male e che Wu Ming pubblica per Einaudi e quindi non può parlare male di B. ringrazio Giugenna, ma non smetterò di dire Giu-sei-forte e ultra-ultrapsichico! 🙂
ps. comunque sei amato, eh, giu. Tutti a dire: devi ringraziare giugenna, ehi, devi ringraziare giugenna. Ho capito. Grazie.
Per Marco di Scrittors. Il tuo è un discorso abbastanza demenziale. Se tutte le persone di sinistra dovessero lavorare ***solo*** “sotto padrone di sinistra” staremmo freschi!
Altra cosa è presentarsi nelle liste di Forza Italia:-/
Dire che siamo “pagati da Berlusconi” significa non avere molto chiaro come funziona l’editoria.
Noi percepiamo una percentuale sul prezzo di copertina. Siamo quindi pagati dai nostri lettori, che scelgono liberamente se finanziarci o meno.
E se uno non vuole comprare i nostri libri perché non vuole finanziare questo e quello, può scaricarli GRATIS dal nostro sito.
In quanti offrono quest’alternativa?
Ma senti, è inutile, stiamo frustando un cavallo morto. Abbiamo detto la nostra innumerevoli volte, e tu stesso hai definito le nostre posizioni “ragionevoli”, “giuste”, “condivisibili”. Se sono condivisibili, non capisco che spazio abbia l’accusa di incoerenza.
L’esempio di altri scrittori che citi non è calzante: c’è chi sbotta che il Salone è una merda, poi va al Salone a dibattere con Ferrero sul perché il Salone è una merda. C’è chi attacca i meccanismi del marketing mediatico come se negli anni scorsi non ne avesse fatto parte.
Noi, al contrario, non abbiamo mai fatto nulla che non fosse in sintonia con quanto pensato, teorizzato, annunciato.
Il progetto di uscire dall’underground, di pubblicare con grandi editori, di conquistare spazio nell’industria culturale risale addirittura a una decina di anni fa, tutta roba messa nero su bianco (cfr. Intro a “Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0”).
Sfoghi “apocalittici”, spero ce ne sia dato atto, non ne abbiamo mai fatti. Non abbiamo mai citato o evocato Adorno e Horkheimer. Abbiamo sempre cercato di valorizzare quel che succede di positivo dentro e intorno a noi.
Quindi, non ravviso alcuna incoerenza tra la nostra impostazione strategica e il modo in cui ci muoviamo realmente.
Vado, che Matilde piange.
Ho come l’impressione che siete solo dei presuntuosi e vi trovo abbastanza tristi.
Parlando del fenomeno blogger c’è chi ci ha fatto dei soldi come la Lipperini e chi , i più arrivisti e opportunisti, spera di trovare ,leccando qua e la ,un buchino dove infilarsi per farsi notare dopo che nessuno se li è mai cagati di pezza.
Pensate di essere sopra il mondo, ma peccato che qualche volta vidimenticate di camminarci sopra !
No, poi mi direte la grafica del mio libro è più bella di quelle di Einaudi e di Guanda. E non sto scherzando. 🙂 perchè i piccoli editori a questo ci fanno più caso. Prendete la grafica di Strade Blu. I libri (contenuto) sono spesso curiosi, interessanti e tutto ma la grafica è abbastanza chavichetta. Lì, perchè il “piccolo” lavora ancora con un po’ di fantasia. Mantiene ancora un po’ di quella dimensione artigianale. il grande editore ha uno stipendiato che “giustamente” -io farei uguale – pensa a fare l’artista in proprio, fa delle copertine assurde, i libri non si girano, non si piegano, ci sono un sacco di refusi. E’ la protesta dell’impiegato. Il piccolo editore i libri li fa ancora un po’ per sè e allora si fa questi begli oggettini. 🙂 Non sto sherzando, dai. Non ridete.
Biondillo, questa devo proprio raccontartela. Domenica scorsa era la festa della mamma. E che cosa va a regalare mio figlio alla sua mamma, appassionata lettrice di gialli, se non “Con la morte nel cuore” di tale Biondillo?
Quando l’ho visto, non ho potuto trattenere un grido di raccapriccio: “Nooo, Biondillo nooo!”
E fu così che il malefico architetto fece irruzione in casa mia (un po’ come la letteratura nella tua vita, per intenderci):-/
Fake, mi sembra la giusta nemesi, no? 😉
WM1: che culo che non sono il tuo tipo!!!
IL POSTO: infatti non me ne fregio affatto. Anche perché che senso avrebbe? Pensa a te, ad es. che pubblichi per Pequod, che fa scouting per Mondadori: ci dormi lo stesso la notte, giusto?
I libri fanno la differenza, alla fine. Perché se pubblicassi un manifesto per la difesa della razza ariana, ma per una piccola casa editrice, sarei puro e combatterei in prima linea la lotta contro la desertificazione?
No, Biondils, non ti potresti fare bello perchè pubblichi con Guanda, e per un semplice motivo.
Non aggiorno da un po’ quel file, ma mi pare che dietro Guanda ci sia una famiglia potente dell’editoria italiana, proprietaria di buona parte delle Messaggerie, e cioè il più grande distributore italiano, oltre che il più antico. Niente di male.
Così come non si può far bello chi pubblica con Feltrinelli – delle librerie e della politica che persegue ne abbiamo parlato già.
Detto ciò è giusto che qualcuno ogni tanto chieda, o si interroghi “Ma con un grande editore, non finirai per cambiare la tua “politica culturale”?”.
Lì, dipende dagli autori: come è stato – è – per Hollywood e il cinema. I fratelli Cohen riescono a fare buoni film pur avendo a che fare coi peggio tipi. Qualche altro ci lascia le penne.
Qualche altro/a ancora ritiene più produttivo farsi una piccola casa di produzione e procedere con quella. E’ questione di voglia, di energia, di scelte. Ma la scelta non è: grande/piccolo. i grandi sono UGUALI – poichè perseguono i medesimi obbiettivi, identici, che sono “1. Speriamo di avere tanti bestseller= tanti soldi! Con una parte di quei soldi, poi, mi finanzio qualche gioiellino di cui vendo tre copie ma che fa tanto “buon catalogo”! (sì, forse i proprietari di Guanda, Longanesi, Tea non si tingono i capelli).
I piccoli no, sono diversi fra loro, ma in compenso lavorarci è – necessariamente – come sempre quando i soldi sono pochi (succede anche nelle famiglie) più dura.
Ah. quelli che ci lasciano le penne, artisticamnete sono quelli/e poco capaci di gestire il proprio successo. che notoriamente è cosa complicata quasi quanto gestire l’anonimato. o forse di più.
Gianni, sessualmente non sei il mio tipo, ma ti bacerei!
(sono nel mood ricchionesco, sto leggendo “Atomico Dandy” di Pallavicini :-))
Ehi, addirittura scouting! Mo esageri! Ma non è possibile! Ma dai! Monina nei corridoi della Mondadori! Pensa che me l’aveva pure detto che ci passeggiava! E io non ho voluto vedere! Ahi, me tapina!
Il diktact di non pubblicare tale o tal altro autore esiste eccome. Se i WM facessero un genere di letteratura che potremmo chiamare di “rottura” nel senso che può rompere le balle al lettore ma anche nel senso che prima nessuno lo praticava perché spinge molto in là il limite tra quello che si può e non si può fare in letteratura, se questo genere di rottura non garba a qualche manager perché ritiene che non si venda, che non si riesca a promuovere (costerebbe investimento in idee, soldi, e poi il manager stesso non lo capisce), ecco il diktact di non pubblicare.
Infatti i lettori non possono leggere il libro che non vende abbastanza (secondo i canoni di oggi), anche se è bellissimo.
Tutto questo vale per voi, io naturalmente non sono un comune mortale perciò il libro ce l’ho in file e ne godo lo stesso, proprio come un samizdat.
Saluti.
Secondo me ci si dovrebbe occupare più che di questioni teoriche, di problemi pratici. La distribuzione ad esempio, la presenza nelle librerie anche di testi di piccoli editori. Certo si può discutere di conventicole, di chi spinge chi, ma “alla fine della fiera” quello che interesa al lettore comune è avere possibilità di scelta, ma una possibilità concreta non solo teorica.
Sono d’accordissimo con IlPosto. Il libro deve essere anche un bell’oggetto, ben curato sia nella grafica che nel testo. Gli Oscar Mondadori ad esempio sono pessimi. Bruttissime copertine e tonnellate di refusi. Sto rileggendo Il deserto dei Tartari, pag 35 già 5 refusi, ma potrebero anche essere molti di più, non ho l’occhio allenato. Per non parlare dei tascabili Einaudi.
Appunto, Andrea. il problema non è che WM pubblichi con Einaudi. Ma che “l’autore che sai tu” (che non nomino perché è una persona riservata e so che non apprezzerebbe) non viene pubblicato dal suo (famosissimo, grande e di “sinistra”) editore, non ostante non sia al suo primo libro. Questo è vergognoso!
Poi altro discorso. Della serie, non bisogna smettere di sognare.
Io se potessi scegliermi -esattamente come un po’ di tempo fa avrei voluto essere Anselma dall’Olio per il suo caldo pelo…no, meglio dire la sua calda pelliccia sullo stomaco –
mi sceglierei così: stessa camicia a quadri di sempre. Ce l’ho addosso anche adesso. Una competenza proverbiale a smazzarmi nei meandri della legge ( ci ho pure provato, ma oltre la laurea, che è facile per tutti, non sono andata).
Camicia a quadri, abilità oratoria e leguleia. Io che chiedo al Ministero della Cultura un finanziamento per editare libri, e il finanziamento che mi arriva!
Io con la mia leggendaria camicia a quadri che pubblico un sacco di J. Didion e R. Macaulay e G. Prassinos e S.Smith d’annata, e mi becco il più grande distributore italiano, tutto coi soldi dello stato.
Non diventi ricco, il che mi permette di continuare a mettere la mia camcia a quadri conla scusa che non ho i soldi per comprane un’altra. Però ci vivo.
E i libri più sono rari e più li pubblico, sempre di più…beh, non sono mica matta. In Svizzera lo fanno. In Italia, è solo un sogno…una piccola battaglia? Che dite? No, eh? Non ce li daranno mai! Sensibilizzare Buttiglione? Più facile col pelo della dall’Olio?
‘Azzo come siete tutti nervosi!
Biondils e Andreab, ma chi è l’autore “riservato”? Nome alla mia casella privata, per favore, se non si può pubblicamente! Per favore!
risparmiatevi le ditate sulla tastiera. me l’hanno già suggerito 🙂
Due annotazioni veloci: la rete, l’esistenza della rete, non va separata dal problema della distribuzione (come ha provveduto a ricordarmi uno scrittore americano in questi giorni): in potenza la distribuzione si può scavalcare, in pratica non è certo cosa facile. In ogni caso, ho la netta sensazione, soprattutto dopo alcune recenti esperienze, che Loredana quando parla di rete “si batta” con chi non ne vuol sentire…
L’altra, forse OT, è la constatazione che (sebbene mi trovi d’accordo almeno su un punto essenziale) la “dichiarazione” di wu-ming secondo me andrebbe riscritta, perché “i tempi cambiano”, anche in pochi anni, ed alcune affermazioni potevano avere un significato politico che nel frattempo potrebbe esser diventato evanescente (sto dando per assunto che in una dichiarazione si dica un decimo di ciò che si vuole, che si pesino le parole, e che si scelgano certi argomenti a preferenza di altri)
Scusa il Posto, ma non vorrei fare nomi, il discorso é generale e domani può accadere a chiunque.
In velocità:
sono d’accordo quando si dice che sarebbe ben più grave se WM non venissero pubblicati da E
e se si trovano bene a Stile Libero (mantenendo le loro scelte: copyleft, carta riciclata), dopo esperienze negative con altri editori “dell’altra parte”, non vedo cosa gli si debba criticare?
Ue’, sia chiaro, per me uno può pubblicare con una casa editrice del Berlusca che la mia stima non cambia. Come ha detto qualcuno, Einaudi esisteva prima del signor B. ed esiterà dopo di lui. Il problema piuttosto è che dovrebbe esistere una rete (di mediatori, editor ecc) per salvaguardare opere che non hanno appeal immediato ma che valgono parecchio, altrimenti dissipiamo i nostri poeti.
Andreab, scusa, sto cercando di lavorare a ilpostodeilibri 31. Scherzavo, ma hai ragione. 🙂 allora cominciamo subito che ognuno di noi “parla” di quelli/e che più gli “stiano a cuore” (dovrò smetterla di usare i congiuntivi, perdo troppo tempo, tutte le volte)? ecco, invece di stare “a rompere le palle” coi lamenti – ma questo lo diceva già Wu, tanto tempo fa, per esempio – proporre e riproporre…nomi, date, schemi, titoli:
“ossessivi e ossessionati dai poeti dissipati”
ed è subito sera
(diceva la poeta).
Andreab, ma io sono già stata Dissipata e Ricostituita pure modello Muta(nte) d’Annata, (che improvvisamente torni a proferire – seppure inutile . verbo).
Ti pare che non capisca. diamine! solo che mi viene da dire “Poeta dissipata poeta fortunata!” 🙂 sbaglio? boh.
E tornando alla mia fissa. Il desiderio supremo. avere l’abilità pratico-esitenziale e oratoria di anselma dall’olio. se fossi come lei avrei tanti amici/e atti a finanziarmi la casa editrice, e anche dentro al ministero.
però se fossi lei forse non mi verrebbe in mente di farla. che fare? con chi costuire conventicole fruttuose? 🙂 con chi invero dissiparsi ancora, questa volta?
CONTRO chi andarsi a dissipare? Si accettano proposte. Astenersi generici. No lamentele da perditempo.
ilposto, ma non capisci che rendi impossibile ogni tentativo di discussione?
Per il Posto.
Naturalmente bisogna ricordare che chiunque, oggi, può aprire centinaia di blog pseudoletterari (ilpostodiquesto, il postodiquell’altro…), e non solo, ma con la stessa facilità e senza il possesso di alcun requisito specifico, fondare anche una piccola casa editrice attraverso la quale sfornare un paio di merdate per il solo gusto di fregiarsi del titolo di editore.
Amaro nero, chiunque tu sia, scrivi! 1. per la capacità di osservazione; 2. sarò scema io, ma mi hai fatto ridere.
Anonimo, io sono stata zitta e assente per due ore, ma tu pure, mica hai scherzato. Facciamo come in “Disturbando…”? Sempre colpa di Anna? No, eh, per favore!
Be’, si De Judicibus è lo stesso principio per cui tanta gente ha la cistifellea disastrata e, senza alcuna criterio, così, tante per fare, invece di farsi qualche cura omeopatica, o addirittura un lavaggio gastrico, in modo da eliminare il fiele che lo corrode, scassa le palle al/la primo/a povero/a cristo/a che gli capita davanti. “C’est la vie! C’est la democrasie!”, direbbe il nostro patron, in proposito, con il suo francese perfetto. Tocca sopportarsi. che vuoi fare?
Scusa Loredana, ma è un’impressione mia o Moresco t’ha chiamato, nella sala rossa, Lupperini?
@ Roquentin: ci mandi un tuo testo “2000-20005: commento agli Appunti per una dichiarazione…”.
L’invito è esteso a tutti gli altri colleghi e non che gironzolan qui sopra. Biondillo, Monina, Genna, Pallavicini, Krauspenhar, Scarparo, Massaron, Iannozzi et alii, scusate se dimentico un sacco di gente.
In cinque anni, nessun altro narratore (fatta eccezione per Rudi Ghedini) ha emesso un fiato su quelle noterelle che – com’è tuttora scritto in calce- erano dichiaratamente open source, aperte a modifiche, integrazioni, suggerimenti.
Evidentemente, qualche dito nelle piaghe a suo tempo l’abbiamo infilato…
E mi sa che ancora oggi quell’invito a non tirarsela, quel “mi faccia il piacere”, quel paragone con stagnari e pizzicaroli sta sulle palle a un sacco di letterati… esclusi i presenti, of course.
@Ilposto. No, dai, le copertine della collana strade blu di Mondadori sono bellissime. Penso, per esempio, a L’amore contro di Covacich. Dai…
@Ilposto. No, dai, le copertine della collana strade blu di Mondadori sono bellissime. Penso, per esempio, a L’amore contro di Covacich. Dai…
AAA. Urgente. Apriamo un conto corrente postale per aiutare Angela Scarparo. Aiutate Angela Scarparo.
Lo sapevo. Tanto ho fatto che ho evocato Anselma Dall’Olio. scusatemi 🙂